Numero Speciale, Estate 2017

Sopravvivere all’attentato di Boston e tornare a correre

Ogni impresa umana, professionale o sportiva è una corsa di resistenza
Sopravvivere all'attentato di Boston e tornare a correre
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La pratica della corsa ci aiuta inesorabilmente a sconfiggere la fatica. O meglio a conviverci, perché la corsa in sé è l’esercizio di convincere il corpo a continuare in un gesto che, invece, tenderebbe spontaneamente ad esaurirsi. Ecco, dunque, la prima regola che si impara nella corsa e che serve nel lavoro. Non demordere, continuare anche quando si sente la fatica. Il lavoro ci impone di confrontarci con una forma di fatica che è sempre meno fisica e sempre più psicologica. Sta a noi usare la “resilienza” di cui disponiamo per contrastare l’atteggiamento arrendevole a cui saremmo naturalmente portati.

La fatica è una compagna fedele

L’origine latina della parola Lavoro è Labor. Che significa Fatica. Anche in molti dialetti del nostro Paese, la parola faticare è usata come sinonimo di lavorare. Mi piace molto la parola sanscrita Labh. Molto vicina alla nostra Lavoro. Labh significa orientare la propria volontà su un obiettivo. Faticare/lavorare, dunque, è la via per i risultati e la nostra volontà è lo strumento che ci indica la strada. Ed è così che si raggiungono i frutti più gratificanti, quelli che restano a lungo. Correre è una continua convivenza con la fatica. Non ci abbandona mai, ma ci insegna anche come trarre da essa la forza per arrivare in fondo ai nostri percorsi personali.

Comunque vada, il gesto più eroico è dato dalla decisione di partire

Le grandi idee da sole non bastano. Ad ognuno di noi succede di averne. Ma quello che fa la vera differenza è fare il primo decisivo passo verso il nostro sogno, il nostro progetto. Il momento più difficile è quello nel quale accetti di allacciare le scarpe ed esci da casa. Il resto è una conseguenza. E allora, che si tratti di cercare un lavoro, di ottenere una promozione, di conquistare un fidanzato più che desiderato, il primo passo è quello che ci mette nella condizione di andare oltre l’idea e di fare i passi conseguenti. Saranno tanti i fattori che, da lì in poi, determineranno l’esito finale. Ma nessuno di questi sarà impegnativo quanto lo start.

Puoi allenarti all’inverosimile, usufruire dei migliori allenatori e strumenti ma non puoi controllare tutto. È l’ineluttabilità del caso.

Ho vissuto personalmente un dramma come l’attentato nella tragica Maratona di Boston del 2013. Ero lì fermo a 515 metri dall’arrivo in mezzo ai soccorsi, ho provato il dolore lancinante per il dramma, il paradossale senso di colpa di esserne sopravvissuto, la voglia di dire “non correrò mai più”. E la gioia immensa del tornare a correre. Serve imparare a convivere con l’imponderabile. Se una grande festa come la maratona di Boston — la più antica del panorama mondiale — può diventare un evento tanto nefasto, allora è anche possibile che l’imponderabile ci sbarri le porte di fronte al nostro traguardo. Anche se è li di fronte a noi. È così anche nel lavoro. Le aziende vengono comprate, fuse, chiuse, smembrate. I capi cambiano, i colleghi anche. Chi lavora, a qualsiasi livello, è talvolta in balia di eventi per i quali non ha strumenti propri da mettere in gioco. Saper convivere con questo dato ci aiuta da un lato a godere di ogni istante e dall’altro ad accettare i fatti incontrollabili della vita. Anche i più negativi. Quando arriveremo al traguardo, riguardando indietro potremo ricordare che noi abbiamo fatto tutto quello che era necessario, ma che anche il destino ha giocato la sua parte e così vivere con maggior leggerezza.

Non posso, non riesco, sono troppo impegnato” sono solo pallide giustificazioni. L’unica disabilità è un cattivo atteggiamento

Se veramente vuoi fare una cosa, il tempo lo trovi. Lo trovi per stare davanti alla televisione o per la chat sul telefono. Lo puoi trovare per andare a correre. D’altronde basta meno tempo che per qualsiasi altra attività sportiva. Non devi nemmeno comprare un’attrezzatura particolare. Scarpe e completino e puoi già andare. Praticamente, ovunque tu sia. Acquisire questa consapevolezza ti mette nella condizione di non trovare più scuse. Che sia un appuntamento di lavoro o una telefonata impegnativa o una riunione con un cliente antipatico: se veramente vuoi, puoi.

Il successo, chiunque lo desidera. Ma quanti conoscono, veramente, quello che vogliono?

La corsa, che sia per dieci chilometri, per una mezza maratona, per una maratona o sia una gara estrema ha uno scopo preciso. Un traguardo. Un obiettivo chiaro e definito. Può anche essere il mero stare bene. Può essere il diminuire di peso. Può essere un tempo target su una distanza definita. Un isolato in città o l’estremo del Sahara: poco cambia. Mettere a fuoco l’obiettivo e adoperarsi senza remore per raggiungerlo. Ecco cosa insegna la corsa nella gestione degli obiettivi. E così come nella corsa non puoi passare dal giro dell’isolato alla Maratona di New York analogamente nello studio non si passa dalle elementari all’Università. Gli obiettivi, in qualsiasi ambito, devono dunque essere graduali e stimolanti. Mai eccessivi e mai figli del caso.

La via per arrivare al successo è una strada nel deserto

Il successo, professionale o nella vita privata — se mai esiste una definizione di “successo” — consiste nel fare ciò che si ama. Per poter raggiungere questa vetta personale esiste, nella mia esperienza, solo la strada della fatica, del sudore, della concentrazione nelle avversità, della determinazione senza arresa. Quella che ho scoperto nel lavoro e che era presente poi anche nella corsa e nella corsa di resistenza in condizioni estreme ancora di più. Dove le condizioni esterne non sono mai positive. Il caldo è tremendamente caldo. Il fondo è sabbioso e si sprofonda. Se il caldo demorde è perché arriva una bufera di sabbia. L’acqua è limitata. La solitudine estrema. Nessuna di queste condizioni è quella ideale per correre. E se la corsa è così, anche il “successo” è in fondo una strada nel deserto. Sta a noi trovarla, sta a noi accettare il prezzo in termini di fatica per poterla solcare. E il premio sarà un traguardo più che appagante, in fondo sarà la piena conoscenza dei nostri mezzi  e dei nostri limiti.

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Autore
44 anni. Di mestiere imprenditore nel settore green economy. Senza una storia da atleta un bel giorno, in età adulta, ha scoperto la corsa a piedi. Se credete che sia andata come nel film Forrest Gump vi sbagliate di grosso. È stata una fatica tremenda. E passo dopo passo è riuscito a spostare i suoi limiti. È così che ha corso tutte le maratone del circuito World Marathon Majors, tra i primi 300 a completarlo. Insignito del Six Star Finisher a riconoscimento di “prestazioni e dedizione eccezionali“. Per due volte ha completato la 100 Km del Sahara. Edizione del 2014 in Tunisia ed edizione 2015 nel Sahel in Senegal. Si cimenta anche in imprese di podismo considerato “estremo”. In solitaria il Judean Desert nel 2014, il Jesus Trail nel 2015 e la Death Valley in piena estate del 2016: sforzo, questo, considerato al limite per condizioni ostili. Testimonial del Cesvi contribuisce a campagne benefiche ed educative che usano lo sport come metafora della vita di ogni giorno.
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