Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

All’Expo Barilla c’è, ma solo sulla Carta

La Fondazione Barilla (BCFN) punta sulla responsabilità sociale d'impresa e sulle tecnologie
RenziBarilla
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Uno dei brand più importanti del panorama alimentare internazionale, Barilla, non ha uno stand commerciale all’interno dei padiglioni di Expo. Una scelta ben definita e ponderata di cui abbiamo chiesto approfondimenti al Responsabile delle Relazioni con i Media, Luca di Leo.

Barilla non espone all’Expo. Come mai un brand con un’identità internazionale così forte, ambasciatore del Made in Italy per eccellenza, fa una scelta del genere?

Il contributo fondamentale all’Expo di Milano Barilla lo dà attraverso la Fondazione BCFN (Barilla Center Food & Nutrition) e tramite il protocollo di Milano diventato poi Carta di Milano partecipato e condiviso con il Governo. La motivazione è dovuta al fatto che da quando la Fondazione è nata, nel 2009, si è da subito occupata dei temi legati alla nutrizione e alla sostenibilità e quindi, nel momento in cui Expo decide di affrontare il tema “nutrire il Pianeta, energia per la vita” ci è sembrato importante e naturale che il contributo di Barilla dovesse essere di quel tipo.

Questo non esclude tuttavia la possibilità di avere anche un obbiettivo commerciale così come di fatto è stato interpretato da tanti brand della vostra stessa caratura…

I grossi brand che partecipano, anche quelli più grossi di noi, comunque hanno un ruolo molto importante da svolgere anche all’interno della carta di Milano e noi li invitiamo a partecipare e cerchiamo di coinvolgerli nei grandi temi. Dal punto di vista commerciale loro hanno sicuramente molte più risorse da investire; nel caso nostro abbiamo deciso di avere una presenza più limitata dal punto di vista commerciale poiché ci sembrava più giusto rimanere in linea con quella che era la tematica ufficiale dell’Expo. Noi all’interno della parte “Future Food District” (quella dedicata al cibo del futuro) possiamo in sostanza mettere in evidenza tutte le innovazioni più importanti tipo la stampante di pasta in 3D, così come all’interno del supermercato del futuro possiamo far vedere la nostra filiera tramite i QR code che abbiamo stampato sui pacchi di pasta che abbiamo prodotto in edizione limitata. Ma dal punto di vista meramente commerciale abbiamo fatto scelte di altro tipo, di espansione geografica all’estero che riteniamo essere per noi più importanti in questo momento.

Tuttavia, non sembra che siano molti i brand che hanno aderito alla Carta di Milano…

Ancora no, è vero, ma sono abbastanza fiducioso che il dibattito che si potrà instaurare in Expo nei mesi a venire porterà una grande partecipazione anche di grandi brand e grandi aziende a sottoscrivere la Carta.

Non crede che sarebbe stato più efficace pianificare a monte e comunicare meglio il messaggio che è poi anche l’obbiettivo di Expo?

Devo ammettere che gli stimoli sono arrivati un po’ tardi e le aziende non hanno avuto tempo e modo di assimilare certi concetti e di organizzarsi nel migliore dei modi. Il Governo da questo punto di vista si è mosso molto lentamente recuperando solo verso la fine. Noi ci stavamo lavorando già da un anno e mezzo e prima che il Governo se ne prendesse carico c’è voluto un po’ di tempo. Consideri tuttavia che la consegna della Carta sarà alla fine di Expo, tempo ce n’è.

A quali canali alternativi ad Expo dunque avete deciso di affidare lo sviluppo commerciale verso i Paesi esteri?

Abbiamo deciso di aumentare la capacità produttiva in determinati Paesi e di investire in attività di marketing e comunicazione all’estero attraverso anche lo sviluppo di nuovi prodotti. In Brasile per esempio abbiamo fatto un nuovo tipo di pasta destinato al mercato brasiliano, in America abbiamo fatto un “pastapronto” destinato ai nuovi stili di vita dei giovani americani, lì espandiamo il nostro stabilimento con una linea di pasta senza glutine, solo per dare alcuni esempi. Sono investimenti che vengono fatti direttamente in quei Paesi.

In che modo Barilla interpreta e renderà concreto il messaggio di Expo “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”? E’ solo uno slogan o esistono fatti concreti?

Attraverso un forte focus su come si possano risolvere i grandi paradossi che affliggono il nostro pianeta. Sto parlando dell’abbattimento degli sprechi alimentari che nei Paesi in via di Sviluppo significa incidere sull’inizio della catena alimentare risolvendo i problemi di food loss, mentre nei Paesi ricchi è alla fine della catena, dove si buttano le cose. Promuovere un’agricoltura più sostenibile, usare la terra nel modo giusto evitando la speculazione finanziaria e assicurandosi che ci sia il giusto livello di terra dedicata al consumo umano rispetto al consumo degli animali e delle macchine. Tutte le misure per combattere la fame e le obesità, due fenomeni crescenti che sono l’enorme paradosso laddove ci sono milioni di persone che muoiono di fame a fronte di altrettanti in sovrappeso.

Su questo tema, come giudica la presenza di due brand come Coca Cola e McDonald?

E’ molto importante che ci siano anche questi brand per il semplice fatto che non si possono escludere da un contesto di questo genere laddove si vuole migliorare e rendere l’alimentazione più sostenibile. Da questo punto di vista Coca Cola e McDonald stanno facendo un grande lavoro di miglioramento dei propri prodotti al fine di renderli per esempio a basso apporto calorico e di zuccheri; sicuramente un grande passo avanti rispetto a qualche anno fa. Sono brand che nell’ottica della sostenibilità possono e devono contribuire anche loro. Credo che dobbiamo superare questi limiti ideologici che abbiamo soprattutto qui in Italia. Dobbiamo andare avanti e renderci conto che queste grosse aziende sono parte del sistema e soltanto con il loro contributo possiamo risolvere le cose e non escludendoli.

In che modo l’Expo riuscirà ad affermare il made in Italy e a superare i grossi flussi di contraffazione di prodotti alimentari italiani?

Attraendo tante persone dall’estero affinché si rendano conto come facciamo le cose in Italia e che quindi il prodotto italiano è quello che si fa in Italia, una terra con una biodiversità straordinaria difficilmente replicabile in altre parti del mondo.

 

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Autore
Appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con Carriere Italia seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in tre anni ha coinvolto oltre 60 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è contributor del blog di Linkedin sui temi legati al social recruiting e sul lavoro.
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