Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Ama il selezionatore tuo come te stesso

Un ruolo troppo spesso vituperato in rete, che dovrebbe invece rappresentare un "ponte" sociale fra domanda e offerta
Ama il recruiter come te stesso
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Sicuramente il nostro paese, dal punto di vista occupazionale, non naviga in buone acque. Tutto ciò sia in termini numerici che qualitativi e retributivi. Allo stesso modo, le nostre imprese hanno necessità di essere sempre più efficienti e organizzate per potersi affacciare a mercati internazionali o semplicemente competere anche a livello nazionale.

Il nostro tessuto economico si poggia sull’attività generata dalle piccole e medie imprese che contano su un numero limitato di persone le quali a loro volta devono racchiudere in sé molte competenze e risultare ad alto valore aggiunto per il business.
In poche parole: per rendere efficienti e competitive le nostre imprese, è necessario che queste siano dotate o si dotino di competenze professionali adeguate alle sfide che le attendono. Ancora, hanno necessità di posizionarsi sul mercato in maniera distintiva e chiara e, quindi, hanno necessità di avere all’interno persone che in maniera compatta e coesa navighino tutte dalla stessa parte, con lo stesso ritmo e la stessa direttrice.

Fatta questa doverosa premessa, mi pare che la logica conseguenza sia che, al di là dell’importantissima funzione della formazione on the job o formazione continua, ci siano intermediari utili a favorire l’incontro tra persona e azienda che non vengono mai citati, nè assolutamente valorizzati.

Parlo dei selezionatori. Parlo di coloro che dovrebbero comprendere le necessità delle nostre aziende, accompagnarle a “scoprire” i veri bisogni, ad analizzare le necessità di assunzione sulla base di precisi progetti strategici declinati in singoli atti concreti. La qualità di questi intermediari è fondamentale, a mio avviso, per garantire un minor numero di errori e ridurre così i costi di tali errori, a volte non calcolabili.

Allo stesso modo, il selezionatore è un punto di riferimento anche per coloro che cercano una nuova occupazione e che, per farlo, sono disposti a mettersi in gioco cercando di farsi conoscere per accedere al posto giusto. Il selezionatore, se sa fare il suo mestiere e si è conquistato la fiducia dell’imprenditore, può anche facilitare l’assunzione di coloro che per una qualche forma di idea prevenuta non sarebbero stati considerati da una selezione autonomamente gestita (vedi donne e over 45).

Inoltre il selezionatore, quando lavora in maniera qualitativa e rispettosa e quando pone attenzione all’altro e alla storia professionale del candidato, ha anche una importante funzione di valorizzazione dell’identità professionale nei casi in cui eventi lavorativi negativi potrebbero far vacillare la scurezza di sé. Al di là dell’esito della singola selezione.

Le società di selezione inoltre potrebbero e dovrebbero essere una fonte imprescindibile di dati relativi al nostro mercato del lavoro ed essere presenti là dove si discute di politiche del lavoro e di sviluppo economico.
Dati relativi al numero di posizioni ricercate sul territorio nazionale, profili e competenze maggiormente ricercate, nuove professioni sarebbero informazioni interessanti se non fosse che i dati di molte società sono in parte sovrapponibili, non vigendo nessuna regola se non autoimposta, che determini l’esclusività del mandato, con l’inevitabile impossibilità di ricavare da noi operatori del settore quadri minimamente attendibili dal punto di vista numerico.

E invece si opta per la liberalizzazione. Una scelta vale l’altra, per carità, però poi non bisogna stupirsi che su internet oramai dopo i carabinieri, la categoria più barzellettata sia quella dei selezionatori.
Questa è solo una delle implicazioni di questa “liberalizzazione”, e la meno importante.
Le altre sono i candidati che fanno il giro delle sette chiese per sostenere colloqui per la stessa posizione e la stessa azienda, oppure sono colloqui di dieci minuti per posizioni strategiche, sono selezionatori junior che fanno compilare schede e che non sanno nulla del ruolo per il quale stanno selezionando.

Perché il selezionatore e le società di selezione adempiano veramente a questi importanti mandati sociali e non si facciano soltanto pagare per coprire una posizione che sarebbe stata coperta comunque dall’azienda, occorrerebbe investire sulla qualità degli operatori del settore e normare questo settore obbligando a rispettare criteri, metodologie e linee guida in grado di assicurare professionalità ed eticità.

Orientare professionisti e aziende, favorire attraverso la consulenza e superare i preconcetti: questo sarebbe il match magico capace di creare soddisfazione personale, professionale ed economica, migliorando così anche la società. Se io fossi nella politica ci investirei, ci punterei molto di più, ma senza buttar via soldi solo a determinate condizioni.

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Autore
Laureata in psicologia clinica nel 1996, con un perfezionamento post-laurea in “Counselling orientativo professionale” e attualmente l’iscritta all’Albo professionale. Inizia a lavorare nel 1997 all’interno del SIO di Ravenna, Servizio Integrato di Orientamento partecipando alla start up e alla crescita dei servizi innovativi relativi all’area Ricerca e Selezione e formazione. Ciò che la spinge è una grande passione per il lavoro e per l’arte di svelare i mestieri. Nel 2007 fonda SCR selezione e consulenza per le risorse umane, società di consulenza con sede a Ravenna. Attualmente coordina e segue personalmente progetti di Ricerca Selezione e valutazione del Personale e attività di consulenza nell’area dello Sviluppo e del benessere organizzativo per molte aziende in Italia e all’estero.
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