Reportage

Animatori: un mestiere da prendere sul serio.

Intervista a Dario Filippi, titolare di Samarcanda, da 30 anni lavora quando gli altri si divertono.

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Raggiungo Dario Filippi telefonicamente nel bel mezzo dell’estate mentre salta da un treno all’altro per raggiungere il Serena Majestic di Pescara, uno dei villaggi più importanti in Italia di cui è fornitore dei team di animazione.

Per un villaggio di quelle dimensioni la stagione inizia artisticamente a maggio, ma tecnicamente significa iniziare a prepararsi in autunno nella ricerca di decine di animatori fra scenografi, coreografi, musicisti, mini club, contatto, sportivi e quanto è necessario per rendere indimenticabili o infernali quei pochi giorni di vacanza desiderati e programmati durante tutto l’anno. Poi l’attrezzatura: palchi, illuminazione, microfonia, attrezzature di scena, hi-fi e merchandising. Uno di quei lavori stagionali per i quali ci si prepara “dietro le quinte” per un anno intero e per Dario, nato a Luino 54 anni fa e titolare di Samarcanda (forse la più grande agenzia di animazione in Italia e di certo la più longeva, lui ci lavora da 33 anni), questo è il periodo in cui si fanno i primi bilanci in attesa del momento clou della stagione: il Ferragosto. Poi dopo, finalmente, inizia la discesa.

Dario, possiamo dire che fare l’animatore sia una bella scusa per farsi le vacanze e, per di più, farsi pagare?

Nemmeno per sogno. Club Mediterranee e Valtur sono state le prime realtà ad affiancare, negli organici tradizionali, gli animatori al personale di sala e di cucina, all’accoglienza e al personale alberghiero e da quel momento in avanti la figura dell’animatore è diventata una figura professionale a tutti gli effetti. Il mestiere dell’animatore, se fatto seriamente, richiede da una parte attitudini ma dall’altra una preparazione adeguata. Come terza realtà nata e cresciuta a livello di importanza rispetto a Club Med e Valtur, non solo abbiamo dei programmi di formazione molto rigorosi, ma abbiamo cercato di professionalizzare questo mestiere nel rispetto delle esigenze personali e delle regole giuslavoristiche.

Cosa intendi per “professionalizzare questo mestiere”?

Questo è un lavoro in cui il confine fra un orario di lavoro molto esteso e gli spazi privati è molto labile, inoltre dal punto di vista comportamentale un animatore deve avere un atteggiamento sempre allineato alle regole dell’accoglienza e della buona educazione. Professionalizzare questo lavoro significa garantire prima di tutto un trattamento di grande rispetto del giorno di pausa, della qualità del riposo e dell’alimentazione.

Che tipo di mercato si è sviluppato intorno all’animazione?

Non è un mercato strutturato, non ci sono aziende che possono essere chiamate tali nel senso alto del termine. Ci sono molte iniziative nate da spin off di aziende più grandi. Anche da Samarcanda si sono generate 33 realtà di settore con tanto orgoglio ma anche con tanta preoccupazione, perché i ragazzi che con un pò di esperienza assimilano la convinzione di poter aprire un’agenzia di animazione poi non è detto che ne siano subito capaci. Senza la preparazione imprenditoriale e senza gli strumenti adatti combinano più pasticci che altro, influendo negativamente sull’immagine di questo lavoro. Storie di ragazzi che non vengono pagati poiché i committenti non rispettano i contratti delusi dalle performance, inquadramenti con contratti svizzeri o inadeguati, sono tutti meccanismi studiati “per risparmiare” che non hanno aiutato il progredire di questo settore preoccupando anche le famiglie che, venute a conoscenza di questi episodi, non incoraggiano i loro figli a fare un’esperienza fra le più formative e che permette di andare a fare qualsiasi altro lavoro con una marcia in più. Essere immersi in un ambiente favorevole alla gestione delle relazioni in cui si affrontano continuamente situazioni diverse, si risolvono problemi, si impara a lavorare in squadra e ad assumersi responsabilità è un’esperienza davvero unica. Peccato che questo aspetto non viene messo in luce, non viene compreso e vengono osservati maggiormente gli aspetti più negativi.

Dal punto di vista giuslavoristico a che punto siamo con il riconoscimento di questa professione? Esiste una categoria di riferimento?

Oggi un animatore viene assunto come lavoratore dipendente a tempo determinato a tutti gli effetti. Una volta si pagavano i contributi all’ENPALS (L’Ente per i Lavoratori dello Spettacolo) ma oggi è totalmente assorbito dall’INPS; non ci sono altre soluzioni. Che tu sia cantante, musicista, ballerino, hostess, steward, animatore di contatto o qualsiasi altro ruolo devi essere assicurato e rispondere a tutti i termini di legge. Non esiste un’associazione di categoria ma fondamentalmente la categoria non viene riconosciuta: i ragazzi che fanno questo lavoro per qualche stagione non sono minimamente interessati ad associarsi in categoria perché è un mestiere limitato ai 25 – 30 anni, occorre una grande energia e una disponibilità temporale spesso conciliante con il periodo di fermo dagli studi, ma non stiamo parlando di un mestiere vissuto come definitivo. Dall’altra parte non c’è una categoria di imprenditori che potrebbero associarsi. Mi spiego meglio: bisogna distinguere fra aziende e agenzie che fanno del puro collocamento di personale senza una struttura di persone che lavorano a tempo indeterminato, che si occupano dell’amministrazione, della selezione, della formazione, della gestione di materiali, della creazione di impianti e di programmi artistici. Se non c’è questo non c’è un’azienda, c’è un collocamento. Di conseguenza non ci sono imprenditori per poter pensare ad una categoria per la quale io, tra l’altro, sarei estremamente favorevole dato che significherebbe regolamentare questo settore, godere di un contratto collettivo che tenga presente alcuni aspetti tipici di questo lavoro. Non dimentichiamoci che, oltre alla particolarità di un orario di lavoro molto più elastico, c’è da considerare il riconoscimento del vitto e dell’alloggio che sono un valore molto alto rispetto al valore convenzionale di un’azienda tradizionale che dà da mangiare ai suoi dipendenti in mensa. Gli animatori consumano i loro pasti al ristorante con lo stesso trattamento riservato agli ospiti e dormono in strutture che sono sottratte alla vendita per darle al nostro personale. Ogni metro quadro di queste strutture ha un valore altissimo rispetto al normale riconoscimento convenzionale di un’azienda.

C’è un ritorno di investimento per la struttura alberghiera o l’animazione è solo una voce in più fra i servizi a catalogo?

Assolutamente no. Io penso che l’animazione sia uno dei valori più importanti di differenziale competitivo. Oggi ogni struttura è in grado di garantire una qualità di ristorazione omogenea anche perché i fornitori delle materie prime sono pochissimi e sempre gli stessi e oggi nei villaggi e negli alberghi risiedono chef e brigate di altissimo livello. L’aspetto strutturale del villaggio o dell’albergo può migliorare attraverso qualche opera di ristrutturazione ma parliamo comunque di “mura”. Qualcuno ha il mare migliore di altri, ma su quello non puoi intervenire. Puoi invece intervenire sulla qualità del personale, significa baristi, facchini, camerieri ai piani ma significa soprattutto animatori poiché sono loro che sono sempre in contatto con gli ospiti. Dunque la qualità dei servizi e delle persone che erogano il divertimento è il vero differenziale competitivo. Non è un valore aggiunto, è un valore fondamentale.

Viene dunque da pensare che ci siano migliaia di ragazzi disponibili a fare un’esperienza così straordinaria.

Stiamo affrontando maggiori difficoltà rispetto al passato nel reperire ragazzi con l’attitudine per questo lavoro, principalmente per due motivi: il primo è che l’offerta supera la domanda, quindi ci sono molte strutture che hanno bisogno di intrattenimento e soprattutto strutture capaci di accogliere numeri di ospiti sempre maggiori, il che significa maggior forza anche nell’intrattenimento e dunque team molto numerosi. L’altro aspetto è che il lavoro stagionale non ha un valore economico particolarmente attraente e la qualità dell’esperienza non è sufficiente per attrarre più giovani. Di conseguenza anche noi stiamo iniziando ad avere qualche difficoltà a reperire personale.

Eppure fino a qualche anno fa lavorare nei villaggi veniva considerato estremamente attraente. Basti pensare anche solo al richiamo del successo di alcuni personaggi televisivi provenienti da quel settore: Amadeus, Fiorello, Pino Insegno.

Sicuramente questa è una generazione diversa. Sotto certi aspetti molto più preparata e più aperta rispetto alle precedenti, molto più informata e più veloce nel fare scelte o nel confrontare situazioni. Dall’altra parte, però, molto distratta rispetto ad alcuni valori che dovrebbero essere riconsiderati, uno dei quali è il piacere di vedere che il proprio lavoro rende felici altre persone e il secondo dovrebbe essere il piacere di conoscere le altre persone “one to one”, non più attraverso uno smartphone ma con una relazione vera che è un confronto diretto, l’assaporare la compagnia di altre persone. E poi ci sono esigenze che avevano altre generazioni e che oggi invece sono sopperite da questi strumenti. Ed è un peccato perché non è la stessa cosa.

 

Appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con SCR Consulenza seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in sei anni ha coinvolto oltre 120 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è contributor del blog di Linkedin sui temi legati al social recruiting e sul lavoro. [ Guarda tutti gli articoli ]

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