Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Quando imparare “su strada” significa fare pratica sin dalla scuola

Curriculum formativi a confronto: il contesto britannico non è il contesto italiano
Quando imparare "su strada" significa fare pratica anche a scuola
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La formazione universitaria in Italia, e ancora prima quella superiore, sono fondate su un lato teorico che è preponderante e su una totale assenza, se non nei corsi professionali, di quello pratico. Anche la scelta universitaria, fatte salve poche eccezioni, non ci prepara alle sfide che vanno nella direzione della pratica e, tra queste, a fare della scelta dell’imprenditorialità il nostro mestiere.

Un esempio a cui mi piace guardare viene dal Regno Unito (UK), Paese che conosco bene per esperienza personale e professionale. Il confronto tra le due realtà di scuola e università mi pare esprimere bene come i due paesi vedono il loro sistema scuola e il loro sistema università e la connessione tra teoria e pratica per preparare alla “strada” i giovani laureati.
Il momento del confronto tra lo studente e la “strada” viene preparato di fatto molto prima dell’ingresso all’università. Allo studente viene infatti chiesto di fare almeno due work experience, che sono settimane di pratica da svolgersi nella professione della futura scelta di carriera che ogni studente si appresta a fare.

Queste esperienze vengono richieste all’inizio dell’ultimo anno del ciclo di studi che porta al conseguimento del GCSE, che corrisponde al nostro biennio di scuola superiore, e poi ancora all’inizio del quarto e ultimo anno di scuola superiore e prima dell’esame conclusivo conosciuto come A-level.  Sono due esperienze diverse collegate ad una delle materie che lo studente ha scelto nel suo cammino di scuola superiore; sono due perché tengono conto di una maturazione dello studente che può, tra i due cicli di studio, aver cambiato idea e voler vedere nella pratica un’altra esperienza lavorativa.

In generale, l’aspetto pratico come parte integrante della loro formazione curriculare in tutte le materie è preponderante: si lavora sulla pratica in ogni materia, dalla storia alla matematica – e qui non solo facendo esercizi ma capendo cosa serviranno poi materie come la geografia o la statistica, ad esempio, che è tutto fuorché scontato.
Dopo la scuola superiore, la loro università lavora sulla preparazione ‘alla strada’ dal primo incontro, quindi dal momento in cui lo studente ottiene un’offerta e diventa parte di quella comunità. I corsi di conoscenza prima e approfondimento poi del mercato del lavoro potenziale di ogni studente sono ovunque e ogni università cerca il maggior coinvolgimento possibile dei suoi studenti in eventi tipo career events, così come in opportunità formative che cercano di sviluppare l’attenzione degli studenti su temi di imprenditorialità. Certamente questi corsi sono molti di più per gli studenti postgraduates ma anche lo studente nel primo triennio del suo undergraduate degree  ha davanti a sé il ventaglio delle opportunità che lo aspettano.

Tra le iniziative di formazione alla “strada”, e nello specifico sulla parte di formazione imprenditoriale, l’università inglese  vista da una realtà come è ad esempio UCL che conosco meglio di altre, fa molto e forse troppo: oltre ai career events di cui sopra, si parla già di formazione culturale al fare impresa, di imparare a comunicare con mondo dei finanziatori, di connettersi con studenti e staff, di fare rete dentro e fuori la comunità universitaria.
Ma si parla anche di spazi dedicati, di competizioni con finanziamenti e di mentor di supporto alle idee vincenti, di advisor che seguono lo sviluppo delle idee di impresa e che suggeriscono canali di finanziamento o possibili contatti a fini di partnership anche con altri studenti. I club di ogni tipo sono tutt’intorno allo studente, che dovrà scegliere tra corsi e iniziative offerte da UCL Advances, Open Cofee Club per incontrare altri studenti, UCL Connect per fare rete con mondo imprenditoriale dentro e fuori l’università. Ci sono poi molte altre iniziative — a cui pare non bastare il tempo lasciato libero dallo studio per partecipare ed è questo il motivo per cui ho detto prima che forse l’università in UK fa addirittura troppo, che vanno dai programmi di accelerazione imprenditoriale alle competitions e poi alla preparazione agli elevator pitches per attrarre finanziatori e renderli parte della propria idea, e poi ancora UCL Entrepreneurship e molte altre.

Non solo UCL a Londra offre questo ventaglio molto ampio di opportunità che ruotano intorno al tema dell’imprenditorialità: Oxford fa altrettanto attraverso la sua business school e Cambridge attraverso la sua società di Cambridge University Entrepreneurs (CUE). In quest’ultima location si sono poi anche gli Enterprise Tuesday, che sono una serie di eventi gratuiti e aperti al pubblico, composti da una lecture seguita da attività di networking tra tutti i partecipanti. Il vantaggio è che questi incontri radunano competenze e interessi svariati e qui sta la componente principale del loro successo. Ma ci sono anche l’Oxford Launchpad presso la Said Business School che è uno spazio innovativo per promuovere collaborazione e offrire eventi come hackathons – ritrovi di persone di diversa provenienza che lavorano insieme intorno ad una tema di imprenditorialità — o come social mixers.

Ogni università in UK insomma dispone di alcuni o di molti di questi eventi per stimolare alla pratica oltre a spazi dedicati in cui trovarsi per cercare la scintilla dell’innovazione. Tra le università meno conosciute, Coventry ad esempio offre il suo Enterprise Hub come lo spazio nato per valorizzare la propria idea imprenditoriale e per farla crescere o anche solo per incontrare imprenditori che siano like-minded. O ancora c’è l’iniziativa che ci parla di pratica legata al sociale e così nasce Coventry University Social Enterprise che si pone l’obiettivo di coinvolgere studenti e staff – attraverso la creazione di startup – finalizzate ad attività che abbiano una ricaduta sociale sul territorio e sulla comunità locale. Questi sono solo alcuni degli esempi che gettano luce sulla pratica e su alcuni dei suoi sviluppi legati all’imprenditorialità nel contesto universitario UK.

Lo studente allora, dico io, si allena alla durezza della strada già nel momento in cui si butta a capofitto in tutte queste opportunità che sono tante e diverse. E che possono anche essere lontane dalla sua expertise accademica, e di regola lo sono ma questo è spesso un elemento positivo, di ulteriore stimolo.
Comunque questi corsi e questi eventi danno certezze su cosa attende gli studenti se decideranno di fare una scelta imprenditoriale nella loro carriera. Danno, poi, anche le giuste connessioni e la rete di persone a cui chiedere, expertise o finanziamenti.  Fanno capire aspetti pratici, ad esempio come strutturare un business plan agile ma flessibile, con cui dare forma alla propria idea di impresa; come costruire il proprio team di impresa, quale connubio di expertise e personalità può funzionare meglio; creano insomma quella contaminazione culturale da filiera dell’imprenditorialità che può portare a scelte consapevoli perché accompagnate.

Certo è che il contesto UK per fare impresa non è quello italiano, ma questo è tutto altro discorso e parte dalle eccezioni di contesto presenti in ogni paese.
L’università in Italia sta iniziando ora a interessarsi di pratica. E così l’abitudine alla strada e alla carriera nel mondo imprenditoriale diventano tra i primi passi in questa direzione. Strada in salita, ma l’importante è averla intrapresa non pensando che basti copiare quanto di pratico fanno gli altri ma costruendo una propria strada nel contesto di paese e di cultura in cui siamo immersi. Senza improvvisazione, colpi di teatro, ed eventi fumosi e solo di facciata. E poi senza nascondersi, ancora una volta, dietro a quello che non siamo o meglio dietro a quello che non siamo ancora, ma  preparando il nostro percorso con organizzata e creativa consapevolezza.

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Autore
Lavora all’Università di Bologna e si occupa di terza missione, di impatto e di temi legati all’imprenditorialità nel contesto universitario. Ha trascorso gli ultimi 3 anni della sua vita personale e professionale in Inghilterra, facendo ricerca a UCL a Londra, su temi di higher education management, di ricerca e del suo management, e poi occupandosi di ricerca su donne in università e di come queste sono arrivate a posizioni di leadership in contesti diversi di higher education, compresi i loro percorsi di carriera e il loro atteggiamento nei confronti di un mondo popolato da regole pensate al maschile. Ha esplorato in prima persona la dimensione imprenditoriale in UK come momento formativo oltre che aggregativo di idee e competenze; questo momento esplorativo sta proseguendo in UK così come in altri paesi dentro e fuori dall’Europa. Ha lavorato, inoltre, in altre università europee per periodi più o meno lunghi, da The Netherlands a Spagna, da est Europa a paesi scandinavi e fa parte del board dell’associazione professionale EARMA, che raccoglie i manager della ricerca in Europa, e qui si occupa di temi di impatto e di culture e di diversità nella ricerca e nel suo management. Si occupa, infine, di temi di culture e di preparazione multiculturale, e ha analizzato in un capitolo di libro di prossima pubblicazione questi aspetti, compresa la sua esperienza personale di integrazione in un contesto UK locale, molto British e se vogliamo ‘posh’, nel volume intitolato ‘Postgraduate studies in the UK: surviving and succeding’.
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