Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Avvocato di strada, tribunale di vita

Daniele Valeri, fondatore dello sportello di Ancona, mette i paletti ai concetti di etica e volontariato nel lavoro
Avvocato di strada, tribunale di vita
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Il destino a volte cerca l’indirizzo giusto per aiutare i meno fortunati. “Avvocato di Strada” è la onlus che, partita come progetto nel 2000, si è poi strutturata formalmente nel 2007 e col passare degli anni è cresciuta  sotto ogni profilo. Oggi conta 39 sportelli da nord a sud, si avvale del lavoro totalmente volontario di circa 800 avvocati e fornisce tutela giuridica gratuita ai senza dimora. La sede centrale è a Bologna, l’indirizzo è Via dei Malcontenti.

Sono sicuramente gli avvocati lo zoccolo duro della onlus anche se non mancano figure amministrative che garantiscono l’andamento di una macchina organizzativa che nel 2014 ha movimentato assistenza legale per un volume di 2 milioni e 200 mila euro. Neppure il Direttore e il vice Presidente hanno il titolo forense dentro questa struttura che dimostra una chiara  strategia organizzativa impostata sulla leggerezza e sulla funzionalità dei ruoli. Incontri periodici del Direttivo, scambio costante di mail e telefonate tra gli avvocati delle diverse città per confrontarsi sulle linee, solidarietà tangibile che tesse la pelle più profonda della rete.

Daniele Valeri è il coordinatore e fondatore dello sportello di Ancona, aperto nel 2007. Lavorano con lui altre 7 persone (Alfonso Basile, Mara Beccaceci, Daria Carino, Cristina Marinucci, Maria Morbidelli, Luca Pancotti, Jacopo Saccomani ed il giovane Giacomo Gnemmi): 7 avvocati, quindi, ed un giovane praticante tra civilisti, amministrativisti e penalisti. La prima cosa che viene da chiedergli nel suo studio –  dove il telefono squilla da ogni fonte e lui garantisce una risposta cortese a tutti nonostante l’intervista – è non tanto il perché ma il come si gestisce una simile scelta di volontariato professionale.

“Ogni professionista che sceglie di aderire ad Avvocato di Strada è libero di offrire quanto tempo è in grado di dedicare al progetto attraverso l’attività di sportello. A quel punto la nostra sede, come tutte le altre in Italia, organizza l’attività legale in base alle esigenze di assistenza sul territorio e crea un calendario mensile di presenze a turnazione. Può capitare che ci siano professionisti in lista d’attesa che aspettano di poter entrare, accade per esempio a Bologna dove in questo momento i circa 60 avvocati già presenti riescono a coprire tutte le esigenze. Nel nostro sportello garantiamo di media una presenza a settimana”.

In quale piega del nostro ordinamento giuridico si è inserita la onlus?

È andata a coprire lo spaccato di società che potrebbe non essere coperto dal gratuito patrocinio. La nostra associazione è nata per tutelare le persone che vivono in strada. Per deontologia professionale l’avvocato non può prestare attività gratuita ma l’Ordine degli avvocati ci ha autorizzati a dedicarci senza compenso ad alcune persone per questioni di natura umanitaria, definendo però bene il recinto.
Questo confine racchiude coloro che vivono in strada o nei dormitori perché se le persone che potrebbero invece essere considerate senza dimora avessero i requisiti di legge per accedere al gratuito patrocinio, di fatto potrebbero non avere bisogno del nostro volontariato.
Sarebbe cioè lo Stato a garantire loro la difesa: è il motivo per cui nel diritto penale nessuno o quasi ha bisogno di noi (ci sono casi limite legati alla particolare condizione dei nostri assistiti), il nostro ordinamento assicura che nessuno venga processato senza avere una tutela legale.

La scelta del luogo in cui aprire uno sportello è sempre un messaggio chiaro, siete voi ad andare incontro.

Il nostro ufficio è stato collocato nei locali della Mensa del Povero. È la linea condivisa da tutta la rete, apriamo sempre gli sportelli negli spazi in cui vanno abitualmente le persone che ne potrebbero beneficiare perché la scelta è quella di andare noi verso di loro. Loro non verrebbero mai a bussare ad un ufficio legale, siamo noi che andiamo.
Nelle grandi città li apriamo proprio nei dormitori strutturati. Prendono un numero, aspettano e poi ci parlano. Tempo fa, ad Ancona, abbiamo anche contribuito ad organizzare un servizio, tuttora in essere, che si chiama Servizio di Strada Onlus: una unità mobile che porta in strada coperte, cibo e vicinanza, con loro l’avvocato andava abitualmente in giro di notte.
Lo sportello lavora come uno studio legale: se si tratta di dare una consulenza, il supporto finisce lì ma se si tratta di seguire una pratica che richiede un seguito tra lettere e tribunali, l’avvocato se la porta in studio e la gestisce come una pratica ordinaria alla pari di tutte le sue personali.

Parliamo di quanto incidono per voi le richieste di cittadini italiani o di stranieri. Dove pende la bilancia?

Il dato medio parla di un 60% di richieste da parte dei senza dimora stranieri. Problemi economici generalizzati e crisi del lavoro hanno inciso tantissimo anche per loro.
Il legame così stretto tra permesso di soggiorno e occupazione fa sì che se perdi il lavoro perdi tutto. Per loro il lavoro è davvero tutto, molto più che per noi. In subordine gestiamo particolari richieste di asilo o di protezione ma quello è un campo già strutturato in altro modo e seguito con altre competenze.
Infine può capitarci di seguire la ristrutturazione di posizioni assicurative o pratiche per incidenti sul lavoro. Ma in buona sostanza il vero problema per gli stranieri è farsi aiutare a trovare un alloggio o a sistemare il permesso: senza quella miccia iniziale, cade ogni speranza.

Un progetto come il vostro lascia emergere con forza il valore profondo di un’etica, la stessa etica che nel pensiero comune a volte si fatica ad associare a certe professioni, avvocati compresi.

Non aderisco completamente a questo punto di vista perché  credo che l’eticità debba esserci in ogni lavoro, lo impone un codice deontologico  ma soprattutto lo impone la coscienza.
L’eticità sta nel come si fa un lavoro. Trovo sbagliato fare distinzioni sul piano etico a seconda che si parli di un’attività di volontariato o di un lavoro chiaramente non volontario. Capita a tutti i professionisti di trovarsi davanti un cliente senza soldi ed è possibile aiutarlo anche nella propria professione di tutti i giorni. È una pura questione di sensibilità. Qualsiasi avvocato ha in studio pratiche seguite gratuitamente, senza compenso. E in ogni caso ritengo che il compenso non sia un aspetto negativo, fa parte del rapporto di lavoro: io lavoro eticamente ed è giusto che ci sia un compenso.

Il pagamento è anche una questione di educazione nel comportamento, molti psicologi ti dicono che se non vai in seduta la paghi lo stesso. Occorre abituarsi ad una regola da seguire, la società è fatta di regole. C’è un’eticità intrinseca nel lavoro che fai e la devi mantenere, basti pensare ai Collegi di disciplina: se sbagli sei soggetto ad una valutazione disciplinare.
Questo non vuol dire che tutti gli avvocati siano etici nei loro comportamenti ma una regola interiore e professionale deve esserci. Il volontariato dipende invece da una motivazione personale. Forse è una ricerca personale, forse è la voglia di mettersi in gioco in contesti diversi perché i clienti che io incontro alla Mensa del povero non saranno mai i clienti che incontro in studio o in un luogo canonico per quella che è la mia professione.
Io la vivo come sperimentazione di un’altra parte di me ma questa è la mia esperienza, è solo il mio pensiero.

Sei diverso quando fai l’avvocato di strada?

No, io sono lo stesso ma forse è diverso il rapporto. A me incuriosisce moltissimo vedere questa parte di mondo, sono un curioso dell’umanità in genere e in questo mondo di strada c’è tanta umanità e tanta disumanità che si interfacciano ogni giorno.
Tante contraddizioni, tante persone che si comportano ispirandosi a meccanismi non sempre corretti, tanta varietà di caratteri.

Lavorate in equipe con altri uffici per gestire le pratiche di sportello?

Spesso capita. Spesso vengo contattato dai servizi sanitari o dagli assistenti sociali. Un lavoro così non si fa senza mettere in campo professionalità diverse. Persone pluriproblematiche necessitano di un supporto eterogeneo, che li sostenga su più fronti.
Tu puoi fare la tua parte dentro una rete che si alimenta di professionisti complementari.

È un lavoro tutto collegato il nostro, molto spesso serve collaborazione dalla PA, ci sono spesso casi al limite e per aiutare una persona con grandi problemi devi poter leggere il senso profondo della legge, i principi fondamentali e magari mettere da parte i bilanci o i conti.
Un Questore di Ancona, tempo fa, aveva perfettamente capito una cosa fondamentale: le persone vanno aiutate ad essere regolari non a renderle irregolari, va fatto capire questo presupposto perché se gli stranieri possono stare qui regolarmente tutto il sistema ne beneficia, la clandestinità penalizza la società intera.
Chi vive per strada non è il vero delinquente ma chi vive in strada senza risorse mediamente ha tre vie: o lavora in nero o chiede l’elemosina o delinque.

Non è semplice chiedere un bilancio sulle vite degli altri ma proviamo a far capire il tasso di riuscita.

Penso di poter dire che abbiamo avuto buoni risultati. Certo non sempre possiamo dire che sono stati risultati di lungo periodo perché per chi vive in strada rientrare nel sistema spesso non è semplice o immediato e ci sono state delle ricadute, anche dovute alla solitudine.
Ma se coloro che hanno avuto un permesso poi lavorano, allora vivono con un minimo di tranquillità, non dormono più in strada e via così.

Noi abbiamo la voglia di aiutarli a rimettere in moto le loro vite, farle ripartire con una speranza. Il bello dell’umanità è anche questo: ci sono persone con caratteristiche che proprio non consentono loro di vivere sempre in maniera lineare, regolare, per tutta la vita.
Non dimentichiamoci che molte di queste persone si portano avanti traumi, drammi psicologici, dipendenze. Non è detto che tutti trovino un equilibrio che li accompagni sempre.

Terzo settore, volontariato e lavoro. Servono i paletti per capire bene di cosa parla la gente.

Terzo settore, in generale, è ormai tutto ciò che vuol dire lavorare nel sociale. Quello non è volontariato. Il volontariato  è l’aiuto reciproco, nato come copertura di una pubblica amministrazione fragile.
Io penso sempre che meno volontariato c’è, più vuol dire che un Paese funziona.
Il Terzo settore non è volontariato mentre il lavoro, invece, è lavoro. Questi per me sono i paletti.

Impossibile dire che esiste un lavoro più etico di un altro. Di sicuro ci sono persone che per natura preferiscono lavorare in certi settori piuttosto che in altri e sulle leve motivazionali interiori per fortuna c’è ancora tutta la libertà possibile.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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