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Quindicinale, Numero 61 – 21 febbraio 2018

I buchi narrativi del presente

Sebbene sia perennemente in corso, il presente diventa un bene sempre più intangibile, se ci si lascia disorientare dalle innumerevoli distrazioni di quest'epoca
orologio da polso: tempo presente
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Di recente ho letto un bel libro sul significato del tempo. In particolare, verteva sul modo in cui viene percepito e sul senso della compressione del presente. È stata una lettura assai stimolante, che mi ha fatto riflettere; credo valga la pena condividere alcuni dei pensieri che ne sono derivati.

Il presente messo a disamina

Si tratta di Presente Continuo – Quando tutto accade ora, un libro del 2013 di Douglas Rushkoff, uno dei maggiori esperti al mondo sui rapporti tra tecnologia e cultura.

Uno dei concetti che ha maggiormente attirato la mia attenzione riguarda la perdita di connessione tra presente e gratitudine. Oggi tutto è talmente accessibile che abbiamo smarrito la capacità di sentirci grati per ciò che possediamo, per ciò che abbiamo conquistato e per ciò che ci circonda, in una sorta di eterna sbornia da eccitazione permanente. Così, l’eccesso di velocità ha soffocato l’appagamento e limitato la consapevolezza di sé.

Come profeticamente scriveva Douglas Coupland (celebre autore canadese di Generazione X) in Storie per una cultura accelerata, nel 1991, viviamo in uno stadio perenne di flirt adolescenziale, storditi da una smisurata quantità di stimoli, incapaci di comprendere realmente il significato profondo di ogni sollecitazione.

Hartmut Rosa, nel suo Accelerazione e alienazione, offre una definizione di presente illuminante, se non angosciante: “il presente è l’arco temporale nel quale spazio di esperienza e orizzonte di aspettativa coincidono”. La palpitante attesa del Sabato del villaggio naufraga nell’eterna presenza di una domenica deludente quanto malinconica. La simultaneità ha divorato l’attesa.

Tornando al testo di Rushkoff, in esso viene spiegato come il concetto di presente infinito differisca da quello di presente continuo: in “continuo” è insita un’idea di vizio, più simile a un corto circuito, in cui la superficiale iperconnessione con gli altri non ci rende consapevoli dei nostri aspetti fondamentali e non ci pone in reale ascolto nei loro confronti. Vivere in un presente costantemente aggredito da distrazioni in tempo reale fa sì che le forze periferiche siano amplificate, a danno della realtà che abbiamo davanti.

Anche per questo motivo abbiamo smarrito il senso di gratitudine. Che è anche un senso di attaccamento.

Shock da presente

Vivere nell’era dell’accesso totale ha compresso (e compromesso) lo spazio e il tempo.

I social network non fanno che alimentare l’ansia del qui e ora, omologando le informazioni con l’aggravante di non poter stabilire né priorità (quindi successione temporale, narrazione), né direzione (orientamento e selezione).

Quelle che un tempo erano narrazioni lineari oggi sono collassate nei reality; Rushkoff infatti definisce “collasso narrativo” la mancanza di una narrazione in grado di attribuire significato alle nostre azioni. Privati del tempo per descrivere un percorso lineare, come possiamo oggi raccontare storie? Paradossale, vista l’invasione a tutto campo dello storytelling. L’importante è che quello storytelling sia breve, se non addirittura fotografico.

La serie televisiva Lost vanta il primato di aver sottratto il senso alle le regole del tempo e del racconto lineare. Man mano che la trama si dipana, i viaggi nel tempo e le involuzioni temporali fanno capire che il mistero dell’isola verrà rivelato a chi sarà in grado di abbandonare il più razionale percorso a indizi a favore di una comprensione istantanea del racconto.

Vivere il presente, afferma Rushkoff, potrà averci liberato da affabulazioni ideologiche ingombranti, ma non ha aperto la strada ad un più equilibrato pensiero zen. Tutto questo è riscontrabile anche nel ribaltamento dei modelli finanziari, che fin dalla loro definizione si sono fondati su investimenti a lungo termine e depositi fruttiferi. Oggi, invece, nessuno può garantire capitali a chi investe per ricavare guadagni futuri.

Lo stesso avviene in economia e nel comportamento sociale: acquistando con un click tendiamo a dare più valore alla velocità rispetto al bisogno. O nel lavoro, in cui l’attrazione di ricompense future non genera più interesse e la frequente mobilità ha sostituito l’antico vanto della longevità di servizio. La riluttanza a protrarre le esperienze all’infinito ha generato più divorzi, più divisioni e crescenti creazioni di cellule individuali, isolate sebbene iperconnesse.

Le neuroscienze applicate al consumo hanno privilegiato le decisioni impulsive, non filtrate dall’area del cervello preposta al controllo del pensiero razionale. Le pulsioni hanno vinto la battaglia sulla ragione.

Rushkoff aggiunge altri due capitoli: Sovraccarico, nel quale racconta le conseguenze di comprimere decisioni che invece richiederebbero tempo, e Sognare l’apocalisse, in cui la pressione del presente continuo ci induce a desiderare una fine liberatoria.

Digifrenia e frattalnoia

Parole desuete, ma attualissime; due definizioni originali per indicare nel primo caso la presenza in più posti nello stesso istante, nel secondo la mancanza di sequenza temporale tra causa ed effetto.

La nostra relazione col tempo è sempre stata definita dalle tecnologie di cui ci serviamo per misurarlo, ma la sua digitalizzazione offre nuove prospettive e sfide singolari. Fortunatamente abbiamo previsto il tasto “pausa” per fermarlo, e possiamo farlo ripartire a piacimento digitando il tasto “play”. Affinché questa capacità non vada perduta, va allenata costantemente.

Quando le nostre creazioni tecnologiche saranno ancora più evolute, potremo scegliere di sperare nella misericordia delle macchine. In alternativa possiamo negoziare ora con la tecnologia, per ottenere ciò che noi vogliamo e non ciò che essa vorrà. I “suoi” desideri saranno quelli che noi abbiamo programmato.

Se questo fosse davvero uno scenario possibile, in futuro, dobbiamo agire nel presente. Dobbiamo fare uso del nostro libero arbitrio e premere il tasto “pausa”, per mettere in campo meno istinto e più ragione.

 

Photo by Mitchel Lensink on Unsplash

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Autore
Parla e scrive. Copywriter e direttore creativo di "Matitegiovanotte. Ravenna, boutique creativa" nata sotto l’influsso di una stella futurista. In più di vent’anni ha raccolto esperienze in molte aziende italiane e multinazionali — con una predilezione per lo sport — lavorando anche per agenzie internazionali, come Wieden+Kennedy, Inferno e Hogarth. Co-fondatrice del progetto-scuola The Rolling School sulla “Manutenzione del Quotidiano”. Scrive di musica per la rivista «L’Undici», è autrice del libro “The Meaning Underground” - un viaggio visivo nell’arte del copywriting - co-autrice delle Poesie Terapeutiche. Ha contribuito a progetti di scrittura sperimentali per Abitare, Comix, Bollati-Boringhieri. In bilico tra molte forme d’arte e di movimento, non ha mai saputo veramente scegliere tra musica, sport (e cioccolata).
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