Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Capitale, mia capitale: se la cultura non fa i conti

Da Firenze 1986 a Matera 2019, il sogno della città europea e il post sbronza "culturale"
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“L’arte è un investimento di capitali, la cultura un alibi”. La battuta fulminante di Ennio Flaiano – marzo 1960 – anticipava le grandi stagioni di sogni a confini abbattuti e vedute europee all’insegna della cultura.

Il suo intuito si sarebbe realizzato 13 anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1972, negli occhi di un’attrice e politica greca, Melina Mercouri. Il 1985, infatti, Atene – in un cerchio che si chiude a due millenni di distanza – sarebbe stata la prima delle città europee della cultura, oggi ribattezzate Capitali.

Un sogno a più livelli: uscita dal letargo per le grandi città industriali (Glasgow) oppure un modo per “rifarsi il trucco” per bellezze in decadenza, come Parigi. Tutto questo sarebbe passato attraverso una nuova pianificazione culturale che mettesse tutti intorno ad un tavolo tondo (spigoli vietati) e una rigenerazione degli spazi urbani: via la sonnolente e stratificata vita dei quartieri marginali, avanti forme nuove, di acciaio, legno e plastica, quella delle fotocamere per immortalare il nuovo che si fa.

Trentaquattro anni dopo quel sogno ha i piedi del contadino e le mani non più callose. E’ la speranza di Matera designata Capitale europea della cultura per il 2019 con l’obiettivo – contenuto nel dossier firmato Paolo Verri – di farne “la più importante piattaforma aperta del sistema culturale del sud Europa”. Un avamposto dell’aria sottile dei 28 Paesi dell’Unione tra i Sassi, storia in pietra scavata dall’acqua nel centro storico della città. Per fare la Capitale, però, ci vogliono i “capitali”, in questo caso 52 milioni di euro da destinare alla realizzazione della programmazione culturale. Matera dilaniata al suo interno (Comune, Regione, Fondazione) con assessori che cambiano come i lavoratori di una nave da crociera, intanto, deve “render conto” a Bruxelles considerato che l’Unione partecipa solo per il 3 % dei 52 milioni, vale a dire poco più di un milione e mezzo di euro. Il resto sono fondi statali, regionali, comunali confidando che i privati facciano la loro parte.

E’ un gettare cuore e soldi oltre l’ostacolo sperando in un’invasione pacifica di turisti pronti a guardare, spendere, soggiornare, scrivere sui social, fare da passaparola per questo angolo primitivo e futuro d’Italia.

I dati sulle Capitali della cultura, secondo uno studio del Parlamento europeo, ci dicono alcune cose: in primo luogo il budget medio negli ultimi 10 anni è di 64 milioni di euro, di 37 milioni se si considera il dato dal 1985. Fanno eccezione Istanbul (2010) e Liverpool (2008) con una quota oltre i 100 milioni di euro. All’opposto Cork (2005), Sibiu (2007), Vilnius (2009) e Tallinn (2011) che hanno sborsato meno di 20 milioni.

Poi le ricadute turistiche: le città elette hanno visto crescere i pernottamenti in media dell’11 % nell’anno di designazione a Capitale europea della cultura. Tutto questo nel breve e medio termine, mentre non esistono studi per il lungo periodo.

Alla luce di tutto questo, la domanda è: ne vale davvero la pena? La risposta, non semplice, è nelle declinazioni che se ne fanno. Il precedente dice che per l’Italia sono tre le città già Capitali: Firenze, (1986), Bologna (2000), Genova (2004).

Per Firenze 1986, l’epoca del sindaco artista Massimo Bogianckino, “l’uomo giusto nel posto sbagliato” si è trattato soprattutto di organizzare grandi mostre (Klimt, Degas, Donatello). Un volare più in alto, aeroporto permettendo: quello attuale è terminato solo 10 anni dopo, nel 1996.

Bologna 2000 (bilancio totale da 34 milioni di euro) ha invece puntato su due grandi progetti: la Manifattura delle arti e la Salaborsa. Il primo, inaugurato nel 2003, si è realizzato 11 anni dopo, 2011 appunto. Il secondo, un’innovativa biblioteca pubblica, è invece entrata da subito in operatività. A spuntare le armi allo sviluppo culturale della Capitale bolognese troppi cambi di governo della città e la “mancanza di una valutazione economica (in termini di budget o business plan) e la carenza di attenzione alle questioni organizzative”, secondo un’analisi di Aedon-Mulino.

Per Genova 2004 (35 milioni di budget) si è trattato del recupero del centro storico e del collegamento del porto alla città, una “riscoperta” innanzitutto per i genovesi. Di quella stagione resta il Galata, Museo del Mare, 200 mila presenze annue, numeri che impallidiscono rispetto al milione e oltre di frequentatori dell’Acquario, considerando che il biglietto per il secondo vale pure per il primo. Passata la sbronza da Capitale, l’allora assessore genovese alla Cultura, Luca Borzani aveva aveva dichiarato a “Il Giornale dell’Arte”: “Il problema di fondo è questo: non so se avremo la forza economica di sostenere nel tempo tutto quello che stiamo costruendo”. Di fatto Genova 2004 è stata la stagione dei privati investitori (Carige) che poi nel tempo hanno chiuso i cordoni della borsa.

Anche fuori dall’Italia non mancano difficoltà: di Graz 2003, (Austria) resta il Kunsthaus, un Museo d’arte a forma di bolla dove le mostre devono fare i conti con la gestione: “L’eccezionalità della forma, confligge con i principi del risparmio energetico e richiede alti costi di manutenzione, talvolta anche imprevedibili, impegnando anche un sovrappiù di personale”, secondo quanto riportato da artribune.com

E poi Istanbul 2010: “E’ stato raso al suolo Sulukule, quartiere storico della minoranza Roma, per essere sostituito da edifici commerciali”, oppure Liverpool 2008, dove “è stato chiuso un quartiere ex operaio, che ora versa in uno stato di abbandono ed è attraversato da strade fantasma”, secondo le parole di Franco Bianchini, docente a Leeds, nel panel di selezione delle città, intervistato da “Il Giornale dell’arte”.

In tempi più recenti, invece, Mons 2015 (Belgio) si preparava all’anno da Capitale con un forte entusiasmo, quello legato “all’arrivo dell’Ikea, il primo negozio nella regione”, ha scritto il Guardian citando un portavoce della città.

Per chiudere sempre con Bianchini: “Non tutte le città hanno investito sulla raccolta dei dati negli anni precedenti all’evento, necessari per le conclusioni sugli effetti. Questo richiede un investimento importante in termini di ricerca, raccolta ed elaborazione dati su base continuativa”.

Prima di sognare in grande, insomma, occorre guardarsi i piedi e capire quanto si può camminare, correre e saltare.

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Autore
Giornalista, reporter freelance di guerra. Ha lavorato per giornali, radio e tv, in Italia e in Spagna. Prima Il Messaggero, poi El Diario de Sevilla, quindi E’ tv- Rete 7, dove ha realizzato anche servizi per Mediaset e La7. Da freelance ha curato un documentario sul genocidio degli armeni, di prossima uscita, facendo da corrispondente per La Presse a Yerevan. Ha realizzato un reportage in Iraq al confine delle zone controllate dall’Isis. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione, un Master in Risorse turistiche e marketing del territorio a Unimc, si è occupato di enogastronomia collaborando con Carlo Cambi a Il Gambero Rozzo, Newton Compton editore. Musicomane, scrive canzoni, canta, tormenta il basso. Con la sua band i Secret Sight ha suonato nei locali di tutta Italia, isole comprese, e in Svizzera.
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