C’è un po’ di IT in ciascuno di noi

Quando ci divertiamo, non sempre pensiamo a ciò che c'è dietro a quell'esperienza. Numeri, impegno, ma soprattutto tanta, tanta tecnologia

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Se devo dire che lavoro faccio, non lo so ancora di preciso. Nemmeno dopo tanti anni. Quando dico che faccio IT, in Italia lo capiscono in pochi. All’estero pensano che mi riferisca alla sigla della mia nazione. Una condanna insomma. Eppure tutti utilizzano un po’ di tecnologia nella loro vita quotidiana. Anche più di un po’. Tutti facciamo il nostro giornaliero ingresso nel mondo dell’information technology. Partendo da uno smartphone, per arrivare ad un pc. C’è chi guarda un telegiornale su una Smart TV e chi fa partire lavatrice e forno tramite app.

Tutto questo ci passa quasi in silenzio davanti agli occhi, in uno strano silente assenso in cui il nostro quotidiano, avvolto di lavoro, autostrade, pranzi e cene aziendali, è impattato dalla tecnologia in modo tanto naturale che quasi non ci ricordiamo nemmeno più che a qualcuno possa costare fatica farcela arrivare. E se non ci facciamo caso tutti i giorni, ancora meno ce ne accorgiamo nei momenti in cui la nostra testa è proiettata ai livelli più alti di spensieratezza che possiamo immaginare. Già, perché se quello che possiamo vedere come un ambiente familiarmente pieno zeppo di IT come il nostro ufficio, la nostra banca, il nostro supermercato, ci sembra assolutamente al pari della nostra idea di normalità, difficilmente ci viene altrettanto naturale applicare lo stesso concetto ai momenti ludici della nostra vita.

Forse per una recondita voglia di diversificare le due cose, in fondo, divertimento è una parola che viene dal latino  “divèrtere” e che vuol dire volgere altrove, deviare, andare in direzione opposta. Eppure, se ci fermiamo un attimo a guardarci attorno quando ci divertiamo, vedere quanto l’information technology fa parte in modo massiccio di tutto quanto quello che ci fa divertire è davvero vedere un’evidenza mastodontica.

Cresce ancora il mercato delle app

Partite dal vostro giochino preferito sul vostro smartphone preferito, che portate in vacanza come vostro oggetto essenziale. Se è vero che il mercato degli smartphone è in calo, è vero anche che il mercato delle app è costantemente in crescita (41,1, miliardi di dollari nel 2015). In questa crescita, che ha in previsione di arrivare a 101 miliardi di dollari nel 2020,  applicazioni di intrattenimento e giochi hanno una parte molto importante, partendo da Messenger (59,7 milioni di download), passando per Candy crush Jelly Saga (16,5 milioni di download) e arrivando a Subway Surfer (10,5 milioni di download), che stanno rispettivamente in testa, alla metà e in coda della statistica che SurveyMonkey ha stilato sullle app più scaricate dei primi sei mesi del 2016 negli USA.

us smartphone users
Per avere un’idea di quanto valga questo dato, vi basti pensare che il mercato del mobile game vale quasi 35 miliardi di dollari. E per sviluppare tutto questo divertimento, uno stuolo di sviluppatori lavora nei reparti di Information Tecnology  delle aziende. Aziende che, per ovvie ragioni, sono giovani. Se dovessimo fare una stima, potremmo azzardarci a dire che circa tre quarti degli sviluppatori lavora nel settore da non più di 36 mesi e che, fatto salvo per alcuni nomi “noti”, vedi King.com (azienda produttrice di Candy Crash), e Supercell (azienda produttrice di Clash Royale ), è molto difficile crescere e sostenere i costi in  un mercato come questo. Un mercato sempre più volto non all’acquisto, ma alla subscription, mi racconta Maurizio R., che per alcuni anni all’inizio degli anni 2000 è stato IT Manager della filiale Italiana di una nota azienda che commercializza giochi e prodotti di entertainment. «Quindici anni fa — mi dice — quello che c’era di IT nel mercato dell’entertainment era praticamente solo in produzione. Oggi è nella digitalizzazione del prodotto. Anche se non lavoro più nel mercato, conosco quello che c’era, e vedo quello che c’è”. E ancora “oggi non ci sono più prodotti che si comprano, ma abbonamenti che si vendono».

E mi parla di Zuora, un’azienda il cui motto è “ Turn Your Customers Into Subscribers” (“Trasforma i tuoi clienti in abbonati”), che dal 2007, anno di nascita, propone il suo motto in maniera vincente tanto da riuscire a vedere nella sua cronologia solo segni positivi. «Non mi stupirebbe vedere Zuora nel mercato dell’entertainment a breve», continua Maurizio. «Pensa alle console: 10 anni fa compravi un gioco, e giocavi da solo. Oggi lo scarichi gratis, e paghi un abbonamento per giocare online».

Il nostro divertimento, come è facilmente comprensibile, è il lavoro di qualcuno. A volte lo vediamo fisicamente, nei camerieri che ci servono bibite fresche al bar d’estate, o nei cassieri e negli stewart che ci accolgono ai parchi divertimento. Quando La Merlin, società inglese che controlla il più grande parco divertimenti in italia che è Gardaland, ha depositato il bilancio 2015, quello che si è visto è stato un fatturato cresciuto di 10 milioni di euro (da 106 a 116) e un utile passato da 18.9 a 25.4 milioni. Quello che c’è dietro è stato sicuramente un rinnovamento del parco e dei tagli in diversi settori, ma indubbiamente un forte investimento in termini di rinnovamento delle attrazioni. E queste attrazioni, fulcro dell’attività, sono il frutto di ore di ingegneria, applicata da menti brillanti con l’utilizzo di software in grado di creare, ingegnerizzare, simulare.

Per non parlare delle ore spese da chi gestisce la parte web di Merlin Enterprise Group LTD. Un sito, quello del parco, che gestisce Gardaland, SeaLife, e una serie di Hotel collegati a Gardaland Resort. Un sito dove non solo è possibile avere un’anteprima di quella che sarà l’esperienza, ma prenotarla, pagarla, acquistare pernottamenti, abbonamenti, vedere le novità. È difficile quantificare quanto IT stia dentro un’esperienza come quella di un parco divertimenti. Semplicemente perché è in ogni telecamera che riprende, in ogni giostra dove urlano grandi e piccini, in ogni foto che potrete ritirare dopo il gioco appena fatto. In ogni scontrino che farete. Così come in ogni cartello che vi indicherà quanto vi manca al raggiungimento del vostro turno, dentro ogni effetto speciale che vedrete. Dentro ogni statistica che il parco farà a fine giornata, raccogliendo i dati di tutti i passaggi di ogni visitatore in ogni varco: dal principale a quello del più remoto wc, passando per quello del più importante bar. Arrivando al free Wi-Fi, che vi farà postare le vostre foto sui social, facendovi fare un check-in che scatenerà un po’ di invidia nei vostri amici che non saranno con voi. Una connessione che per voi è qualche tap sul device, ma che per chi la fornisce è un puzzle di tessere che vanno dalla burocrazia della legislazione italiana in merito alla materia , fino al disegno degli access point sulla mappa e alla loro installazione fisica per garantire connettività anche nei punti più remoti dell’area in cui il servizio deve essere erogato.

Craig Hanna, Direttore creativo di Thinkwell Group, rispondendo ad un’intervista nel 2015 ha detto: «La cosa fantastica di questo settore è che non si tratta di una singola tecnologia o singolo aspetto del divertimento […]. Molte aziende creeranno esperienze interessanti appositamente per i dispositivi mobili. Noi non abbiamo bisogno di competere in quel campo, ma è un’opportunità in un contesto di forte concorrenza. Le nostre esperienze possono abilitare, migliorare, e, infine, superare quel piccolo spazio sullo schermo dei dispositivi mobili. Si tratta di accettare che gli ospiti possano portare con loro la propria tecnologia e le loro distrazioni, di riconoscere le potenzialità di queste tecnologie, di aumentare (ma non sostituire) l’esperienza del mondo reale con la tecnologia». Trovate qui il testo integrale.

C’è un po’ di IT in ciascuno di noi, sempre. Anche, e forse soprattutto, quando ci divertiamo. E forse in quel momento la migliore tecnologia siamo noi, tester inconsapevoli, di un Information Technology che, anche se non ci ricordiamo di conoscerlo, ci aiuta a svagarci meglio.

Nato a Milano dove risiede, lavora da oltre 15 anni nell'area Information Technology. Dopo il diploma, incontra una realtà che lo aiuta a crescere nonostante i suoi studi non lo portassero a tematiche IT. Dopo il servizio militare lavora come consulente per brand del fashion luxury, della grande distribuzione e del pubblico. Da oltre 10 anni si è specializzato nel retail, abbracciandone le tematiche IT, dalla progettazione al supporto. Dal 2001 lavora per Swatch Group Italia, azienda per la quale è in costante movimento per l'Italia, e per la quale ha contribuito all'apertura di oltre 60 negozi (monobrand e multibrand per ogni segmento del gruppo). [ Guarda tutti gli articoli ]

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