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Quindicinale, Numero 64 – 12 maggio 2018

Centri e baricentri storici

I centri storici delle città italiane continuano a perdere residenti, tra case private trasformate in hotel, movida, problemi di sicurezza. E scarsa partecipazione
centri storici affollati: piazza Signoria a Firenze
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Airbnb riempie Matera di turisti, ma la svuota di abitanti. È il titolo di un articolo comparso su Internazionale il 4 settembre 2017, a firma di Giada Zampano. Matera, città incantata, secondo le parole di un suo abitante intervistato da Zampano, “ha perso lo spirito”.

Secondo una ricerca condotta da tre studiosi dell’Università di Siena, a snaturare la città lucana avrebbe ampiamente contribuito Airbnb. Il caso di Matera è uno dei tredici studiati nella loro analisi, ma a guidare la classifica di queste città in trasformazione, secondo un articolo pubblicato da Il Corriere della Sera, è Firenze. Nel capoluogo toscano quasi il 30% delle compravendite di immobili è spinto dal desiderio di guadagnare grazie al turismo. Sempre nell’articolo di Zampano, uno dei ricercatori dichiara che “il quadro generale è quello di una progressiva trasformazione dei centri storici in hotel, con il rischio che vengano progressivamente abbandonati dai residenti e si trasformino in spazi usati quasi esclusivamente dai turisti, finendo per perdere la loro autenticità”.

Trasformazioni continue

La questione è spinosa. Che cosa si intende per autenticità di un centro storico? Le città si trasformano dal giorno in cui vengono costruite. Basti pensare a quelle a pianta medievale: non sono state completamente snaturate, nel momento in cui si è consentito che in quelle viuzze pensate per far passare dei pedoni, e tuttalpiù una carrozza ogni tanto, transitassero centinaia di automobili ogni ora?

A Roma, i Fori sono rimasti per secoli area di pascolo e, con il calar del sole, non era certo prudente avventurarcisi. Poi, nel secolo scorso, sono diventati mèta turistica, ma un’ampia fetta di essi era accessibile gratuitamente, come un qualsiasi parco pubblico. È solo nel 2006 che sono stati chiusi del tutto e resi visitabili con biglietto. Quale di queste situazioni è la più autentica? E tutto questo senza considerare che i Fori erano stati creati come luoghi di culto, di incontro, di parate militari, nonché come centro politico e mercato. Il vero spirito del luogo, a ben vedere, sarebbe quello.

Ancor più di recente, in molte città universitarie i proprietari di case non hanno forse cominciato ad affittare agli studenti? Il quartiere romano di San Lorenzo, ad esempio, nasce e si sviluppa dopo l’unità d’Italia come zona decisamente popolare. Ora è da tempo quartiere di tendenza, abitata da studenti dell’università.

Non voglio sminuire il problema sollevato dalla ricerca in questione, che esiste ed è molto rilevante. Voglio dire che, piuttosto di cercare lo spirito del luogo, conviene tentare di capire come gestire i cambiamenti che inevitabilmente avvengono nelle città.

La Torino da bere

I torinesi hanno vissuto il 2006 come momento di svolta nella storia recente della loro città. Le Olimpiadi invernali sono state vissute come un’occasione per far conoscere la città sabauda non solo come ex capitale dell’automobile. Il discorso sarebbe articolato, ma è innegabile che, dopo quell’anno, sia partito il tormentone di Torino città non più grigia, ma aperta, dinamica, finalmente disancorata dalle sorti della Fiat che, nel bene e nel male, ha condizionato in tutto e per tutto la vita della metropoli.

E così il territorio ha cominciato a trasformarsi. Ad esempio, in zone centrali della città si sono moltiplicati i locali notturni, nel nome della “movida che riqualifica i quartieri”. Senonché questo cambiamento ha dato vita ad alcuni problemi: chi in quelle zone ci viveva, la notte era abituato a dormire, cosa resa sempre più difficile dalla confusione e dal rumore.

Le amministrazioni che hanno guidato la città durante queste trasformazioni sono state alla finestra, limitandosi a ribadire la necessità di trovare un equilibrio tra il diritto al divertimento e il diritto al riposo, o al più dando vita al cosiddetto Patto per la sicurezza, che tra l’altro prevedeva cose impraticabili – per esempio, che suoni e rumori non dovessero essere udibili all’esterno dei locali tra le ore 23 e le 8 del mattino seguente – o comunque difficili da controllare, salvo inviare per le strade chissà quanti militari. Parlo del caso di Torino perché ne ho esperienza diretta, ma la situazione è analoga in decine di altre città italiane.

Centri storici, cambiamenti e partecipazione

A scanso di equivoci, non ho la soluzione né al problema della movida né a quello dello svuotamento dei centri storici. Credo però che la risposta si debba cercare nella modalità con cui certe situazioni vengono affrontate. Più che pensare alla natura o allo spirito dei centri storici, occorre identificare le persone più deboli di fronte a determinate trasformazioni. Chi rischia di rimetterci di più, perdendo servizi, qualità della vita, possibilità di partecipare alla propria comunità? Un’amministrazione che non intenda subire passivamente cambiamenti inevitabili dovrebbe individuare i potenziali conflitti che ne deriveranno, cercando di disinnescarli sul nascere. Un modo banale per farlo, che però non va per la maggiore, è ascoltare le persone più coinvolte – passivamente o attivamente.

Credo che, in definitiva, la chiave di volta consista nel coinvolgimento, che vale nelle politiche sociali come nel lavoro, e che non significa “decidere tutto tutti insieme”: non è possibile e sarebbe assurdo. Significa, piuttosto, trovare sempre nuove modalità per favorire la partecipazione, così che le persone non abbiano come unica opzione la lamentela o la rivendicazione, ma si sentano anche chiamate a costruire le soluzioni.

 

罗布泊 [CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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Autore
Daniele Scaglione è nato a Torino nel 1967. Laureato in Fisica, si occupa di formazione professionale presso Spell. Ha lavorato come impiegato alla Fiat, come lavandaio, formatore e addetto stampa nella cooperazione (soprattutto in quella sociale), come direttore scientifico di un ex convento del ‘500, come capo della comunicazione e del campaigning in ActionAid. Dal 1997 al 2001 è stato presidente di Amnesty International, Sezione Italiana. Ha scritto: Baghdad, Kabul, Belgrado. La democrazia va alla guerra, AdnKronos Libri, 2003; Diritti in campo. Storie di calcio, libertà e diritti umani, Ega, 2004; Centro permanenza temporanea vista stadio, romanzo, e/o, 2008; Rwanda. Istruzioni per un genocidio, Infinito Edizioni 2010; La bicicletta che salverà il mondo, Infinito Edizioni 2011; Rwanda, la cattiva memoria, Infinito Edizioni 2014, Sopravvivere al conflitto, sul lavoro e nella vita (con Paolo Vergnani), FrancoAngeli, 2015; Le storie che costellano il cielo, Infinito Edizioni 2015.
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