Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Cercare la rete solo quando si è in difficoltà

Prima si dà, poi si riceve. Aderire a gruppi e Community all'unico scopo di cercare lavoro é da perdenti
brutta fototessera
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Aderire ad una Rete, una Community, un progetto qualsiasi di condivisione di informazioni e competenze (ovvero di networking) è un aspetto fondamentale che dovrebbe rientrare nelle attività lavorative di ognuno. Utile per amplificare curiositá e nuove idee mentre hai un posto sicuro, ma anche per generare contatti e opportunitá quando avrai bisogno di cercare clienti e collaboratori.

Le aziende dovrebbero inserire fra i vari team building in cui i dipendenti si lanciano con le funi come scimmie provocandosi lividi ed ecchimosi varie, anche un tempo dedicato alla gestione delle attività di Rete di ogni dipendente. Uno spazio in cui ognuno, a seconda dei propri interessi e delle proprie competenze, decide di aderire a dei Gruppi su Linkedin, a delle Associazioni spontanee o istituzionali, a delle newsletter o testate informative.

Questo darebbe alle aziende l’opportunitá di verificare la curiosità dei propri dipendenti (molto più importante che geotaggarli per sapere quanti minuti stanno in ufficio) permettendo loro di far circolare e assorbire idee o generare contatti utili per l’azienda e per gli individui.

Comunque sia, che te lo permetta / richieda l’azienda o meno, questa attività dovrebbe far parte della cultura di ogni individuo che vive e opera in un contesto lavorativo. Vale anche per i liberi professionisti.

(Faccio questa riflessione osservando gli “unsubscribe”a una newsletter manageriale indirizzata a sottoscrittori spontanei, puramente informativa sulle attivitá per i soci, senza nessun invito alla vendita).

Il quadro è per me estremamente chiaro. Non si è più interessati ad una Rete professionale in casi molto precisi:

Quando ormai pensi che “la rete non serve a niente”

E’ il caso più classico. Per mesi hai partecipato a incontri, hai promosso le tue competenze e distribuito biglietti da visita in qualsiasi occasione, compreso quegli “eventi” che servono solo a far parlare gli sponsor e vendere servizi. Hai usufruito delle opportunità e dei contatti che la tua rete ti metteva a disposizione ma non ha funzionato. “La rete non serve a niente, tempo perso” dirai fra te e te mentre spingi il pulsante di unsubscribe.

In realtá, non é la rete che non funziona, sei tu che vorresti riempire una coppetta di gelato con un badile. Ma la rete ha una regola molto precisa e imprescindibile: in rete, prima si dá, poi si riceve. Pensare che conoscere chili di contatti equivalga a generare infinite opportunità é uno degli errori piú frequenti. In Rete il valore piú importante é la fiducia; lo é quando devi scegliere un ristorante fidandoti dei giudizi degli utenti, figuriamoci se non lo é quando devi referenziare un tuo contatto presso un tuo cliente o un conoscente decisionale.

Pertanto, il networking affinché trovi la sua massima espressione deve fermentare a lungo. In quella fermentazione parteciperai a incontri, stringerai relazioni, metterai a disposizione le tue competenze affinché altri possano vedere come sai fare il tuo mestiere e una volta riconosciuto come opinion leader del tuo settore le occasioni non mancheranno di certo.

Ma non prima di averci lavorato sopra con molta attenzione e metodo.

Quando te lo impongono ma tu non ci credi. 

Si sa, arriva un punto della vita in cui c’è bisogno di qualcuno che ti indirizzi alla ricerca di un nuovo lavoro perché per 20 anni sei rimasto incollato ad una sedia senza guardare mai fuori dalla finestra, ed ora, non hai nemmeno uno straccio di cv o peggio ancora, non hai la più pallida idea a chi mandarlo. Mai un convegno, mai una formazione, mai una volta che ti sia dedicato ad un’attività di confronto.

Tanto a te “non sarebbe mai successo”

La tua attitudine alle relazioni é ben rappresentata dalla foto con cui ti presenti. Quella scannerizzata dalla patente presa a 20 anni (ed ora ne hai 45), un pò scartabellata e con ben visibili anche i 4 chiodi saldatori ai lati un pò arrugginiti, per intenderci. E così ti affidi ai coach o all’outplacement che la prima cosa che ti dicono è: “devi fare networking” (sperando tu non usi i social come li usano loro…). Ecco, quello è il momento in cui ti rendi conto che è troppo tardi. I segnali con cui dovrai confrontarti saranno una forte resistenza all’uso dei social network, alla comprensione di cosa sia il personal branding e peggio di ogni altra cosa, accorgersi di non sapere da che parte cominciare.

Quelli che hanno scambiato il proprio ruolo per una posizione di potere.

Poi ci sono quelli che per tanti anni sono stati i decisionisti. Hanno deciso chi entrava e chi usciva in azienda, hanno deciso i fornitori con cui collaborare, i consulenti a cui dare progetti. In generale hanno confuso una missione con una posizione di potere. Ti riconoscerai in questi perché sei quello che non rispondeva alle mail, quello che filtrava le telefonate attraverso la segretaria ed eri “sempre in riunione”, quello che presenziava a convegni solo se organizzati dall’Associazione di Categoria a cui aspiravi un giorno al titolo presidenziale o dall’Università più chic del momento. E ora, non hai un solo riferimento a cui chiedere una mano. Sei quello che scrive ai recruiter come se foste vecchi amici ma a cui in tutti questi anni non hai concesso nemmeno un incontro. Sei quello che contatta ex colleghi che hanno fatto strada in altre aziende e ti rendi conto solo adesso che quell’arroganza con cui li hai trattati non ti porterà adesso nessun beneficio. Ora che nessuna Università ti cerca più (credevi di essere un ispiratore e invece eri solo un compratore), nessun organizzatore di incontri “a tema” ti chiede di intervenire, nessuna Associazione cerca la tua quota. Non sei più un’azienda da pelare, sei un povero Cristo senza portafoglio.

Quando “hai già trovato”.

Poi magari avrete avuto ragione voi. La Rete non vi è servita perché una professionalità molto ben definita vi ha permesso in breve tempo di ricollocarvi e trovare subito qualcosa di adeguato. Ma siete certi che non avreste potuto aspirare a qualcosa di più? Siete certi di non essere ricapitati in una situazione simile a quella da cui siete usciti proprio perché la singolarità di voci appartenenti alla vostra cerchia (i clienti, i fornitori, gli amici, e comunque l’indotto intorno a ciò che normalmente è il vostro raggio d’azione) non vi ha permesso di andare “all’esterno” a conoscere e valutare opportunità più grandi?

Per finire, vorrei invitarvi a guardare un video comparso qualche giorno fa su Facebook, realizzato da Riccardo Scandellari, collaboratore (fra le altre cose anche) di SenzaFiltro ma soprattutto esperto di comunicazione digitale. Probabilmente, più di tutto, questo articolo sarà utile per capire la differenza fra “essere passivi” e dire che la rete non serve a nulla o diventare bravi comunicatori di se’ stessi.

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Autore
Appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con Carriere Italia seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in tre anni ha coinvolto oltre 60 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è contributor del blog di Linkedin sui temi legati al social recruiting e sul lavoro.
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  • Rosaria Mainella

    Ciao Osvaldo, l’idea del networking anche intra-aziendale è, in alcuni casi, avanguardia.
    In ogni caso, il tuo articolo è una perfetta fotografia delle situazioni più diffuse, mi auguro che possa essere da stimolo per incentivare i responsabili ma anche i dipendenti ( autonomamente) a coltivare la propria rete relazionale e professionale, la crescita sarebbe davvero notevole 😉