Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Chi sono i giovani italiani all’estero oggi

Le statistiche ufficiali generalizzano: l'espatrio giovanile si qualifica più come inseguimento di opportunità che come fuga di cervelli
Immigrati italiani a lavoro su Maple Street, Springfield, nel 1900. Immagine di Courtesy D.J. D'Amato, su
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Fuga od opportunità? Quando le cronache ci parlano di giovani che espatriano per lavoro molti si chiedono perché lo fanno. Se ne vanno dopo aver bussato a mille porte senza ricevere un’offerta di lavoro decente o emigrano per cogliere al volo opportunità che promettono brillanti carriere?

Purtroppo quando si va a fare il confronto tra proposte di lavoro italiane e occasioni all’estero, spesso l’Italia risulta sconfitta. Emblematico è il caso raccontato dal presidente della Business School del Politecnico di Milano Gianluca Spina: “Non dico i nomi dei protagonisti per evitare polemiche, ma l’episodio è accaduto recentemente proprio nella nostra università. Un giovane, appena laureato molto brillantemente in ingegneria, riceve una serie di proposte di impiego”. Sono occasioni non proprio eccezionali, tanto che la migliore è quella di una multinazionale che gli offre sei mesi di stage a 1.000 euro al mese, seguiti da un contratto annuale a tempo determinato, seguito, forse, da un’assunzione definitiva.

Sì dirà che siamo nella media delle attuali offerte di lavoro per un neolaureato. Giusto, ma in questo caso la vicenda ha una coda imprevedibile e deprimente per il sistema Italia. “Quello stesso giovane, infatti”, continua Spina, “va sul sito francese della medesima multinazionale, si candida e, sorpresa, viene selezionato per un impiego con sede a Parigi: stipendio 2.400 euro e assunzione a tempo indeterminato da subito. Voi cosa avreste fatto? Ovviamente il ragazzo ha preso il primo aereo per Parigi”.

L’episodio conferma la tendenza che ho rilevato direttamente in sei anni di interviste a giovani emigranti: molti tra i ragazzi più brillanti trovano all’estero un primo impiego più promettente e raramente ritornano (il 9% del mio campione) perché il Paese non rilancia con nuove occasioni professionali. La conclusione nasce dalla mia rubrica quindicinale “Giovani all’estero”, pubblicata sulle pagine del lavoro del Corriere Della Sera (uscirà a breve con Italic Digital Editions la terza edizione di Addio per sempre? che contiene 101 storie scelte tra quelle uscite sul giornale). Storie che sono state monitorate dal 2008 al 2014, ottenendo così una fotografia in movimento della vita all’estero di questi giovani, tutti qualificati, molti con lauree, master o dottorati conseguiti nelle più prestigiose università del mondo. Il risultato è inevitabilmente diverso da quello delle statistiche ufficiali, che si muovono su campioni generalizzati e generici per titolo di studio, età e motivazione.

Secondo l’Aire, l’Anagrafe degli italiani all’estero, infatti, negli ultimi due anni il trend migratorio è schizzato in su del 55,2%, passando dai 60.635 cittadini italiani espatriati nel 2011 ai 94.126 che si sono trasferiti nel 2013. Un esodo che si è concentrato (nel 48,3% dei casi) nella fascia d’età tra i 20 e i 40 anni, con un addensamento tra i 30 e i 40 (25,4%) seguito a breve distanza dai 20-30enni (22,9%). Il 64% del totale, poi, ha scelto come destinazione un Paese europeo, con l’Inghilterra al primo posto con il 71,5% in più di arrivi rispetto al 2012, seguita da Germania, Svizzera e Francia. E gli uomini , secondo l’Aire (alla quale però si iscrive solo un expatriate su due), prevalgono sensibilmente sulle donne: 56% contro 44%.

Lo spaccato fornito dal mio campione, composto solo da giovani con formazione universitaria e con alte qualifiche, è sostanzialmente diverso. Per esempio l’Europa pesa solo per il 35%, con Londra e l’Inghilterra ancora in pole position, ma con Germania e Francia che contano non più dell’1-2% a testa e con la Svizzera che viene scelta da meno dell’8% dei 101. L’Asia invece è il continente che attira di più, con la Cina che, quasi otto volte su dieci, si afferma come la terra asiatica più ambita. Anche gli Stati Uniti sono molto gettonati, con New York che esercita il maggior fascino attrattivo.

Non pochi sono poi i “globetrotter”, i giramondo, quelli che hanno nel Dna il viaggio, il cambiamento, la vocazione per carriere che non sono tali se non vengono costruite macinando chilometri, passando di Paese in Paese, imparando nuove lingue (qualcuno ne conosce cinque o sei), confrontandosi con molteplici culture.

Dopo il boom di crescita immigratoria di cinque-sei anni fa, l’Oceania, sia Australia che Nuova Zelanda, presenta un appeal in contrazione. L’identikit di chi sceglie gli antipodi, comunque, è quello di giovani con un particolare spirito di avventura e di scoperta, disposti a sottoporsi a grandi fatiche e a superare ostacoli impegnativi pur di strappare sei mesi in più di visto di lavoro. E, sorpresa, gli audaci che scelgono questa meta sono spesso donne.

Proprio il rapporto di genere è nettamente ribaltato rispetto alle statistiche Aire: la schiera di questi expatriate 2.0, infatti, vede la significativa maggioranza femminile di quasi il 54% contro il 46% di maschi. Ciò non solo perché ormai il numero delle donne che si laurea supera quello degli uomini, ma anche perché in Italia resta più resistente che altrove il “soffitto di vetro” che stoppa la crescita delle carriere femminili. È inevitabile quindi che le mete estere diventino per le donne di istruzione più elevata ancora più attrattive che per gli uomini.

In definitiva la mini statistica rappresentata dalle storie dei 101 delinea nell’espatrio giovanile qualificato più un inseguimento di opportunità che una fuga di cervelli. “Sono vicende precorritrici di un villaggio globale”, sostiene Domenico De Masi, sociologo del lavoro e professore emerito della Sapienza di Roma, “dove per ogni cervello c’è un posto accogliente da qualche parte nel mondo. La mobilità intellettuale, infatti, caratterizza tutte le società postindustriali e non dipende solo dalla disperazione. Oggi emigrano anche i giovani laureati americani, dirigendosi verso la Cina o il Giappone, ed emigrano anche i giovani laureati cinesi, dirigendosi verso l’America o l’Europa”.

Tutto bene, dunque? I nostri giovani laureati expatriate sono solo un elemento della globalità? La risposta sarebbe affermativa se noi, attestati al 9%, avessimo le stesse percentuali di rientro in patria degli altri paesi occidentali e se riuscissimo ad attrarre altrettanti cervelli dall’estero. I dati ci dicono che non è così: secondo l’Istat, infatti, la percentuale di studenti stranieri immatricolati nelle università italiane si aggira attorno al 4%. Cioè molto poco, salvo le eccellenze di alcuni atenei, tra i quali il Politecnico di Milano che sfiora il 20% di stranieri frequentanti la laurea magistrale.

[Credits immagine: Immigrati italiani a lavoro su Maple Street, Springfield, nel 1900 in una foto di Courtesy D.J. D’Amato, su Cittàourpluralhistory]

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Autore
Partito con una laurea in matematica, insegnando nei licei e all’università, la sua passione è però sempre stata la scrittura e il giornalismo. Da freelance ha cominciato con Il Manifesto, poi Il Mondo, Capital, Gente Money e, dall’88, Corriere Della Sera, per il quale, nel 2005, ha ideato le pagine Economia & Carriere (ora Trovolavoro) pagine in cui, dal 2008, cura la Rubrica Giovani all’estero. Ha pubblicato Addio per sempre? (Italic Digital Editions, 2013/2015) ed è coautore di Letteratura per manager (Etas, 2008), Le aziende invisibili (Scheiwiller, 2008), tutto Lavoro 2002 (Etas), Lavoro in affitto (Zelig, 1999).
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