Elia Mouatamid, regista vincitore del Working Title Film Festival

Ciak, si emigra

Dal Working Title Film Festival di Vicenza parla Elia Mouatamid, regista vincitore con il suo lungometraggio "Talien".

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Working Title Film Festival, il festival del cinema del lavoro, si tiene ogni anno a Vicenza. In questa terza edizione, il premio per il miglior film lungometraggio è andato a Talien (Italia, 2017, 94′, prodotto da 5e6), documentario del regista bresciano Elia Mouatamid. Un road movie fra Italia e Marocco che vede protagonisti lo stesso Mouatamid e il padre, emigrato negli opulenti anni Ottanta dal Paese nordafricano alla pianura padana, dove ha fatto fortuna.

Perché raccontare una storia così intima?

Quando ho studiato cinema, dieci anni fa, tra i mille insegnamenti che mi ha dato il mio primo maestro mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto: fai cose di cui senti un’urgenza assoluta, poi la prendi e la trasformi in immagini. L’urgenza che avevo era quella di riesplorare gli ultimi trentacinque anni di Italia sociopolitica, senza fare un film politico o d’inchiesta. Mio padre, a un certo punto della vita, decide di tornarsene definitivamente in Marocco e questo fatto, oltre a destabilizzarmi nella mia cerchia personale – intima – mi ha illuminato su come affrontare un film di questo tipo. L’idea di utilizzare una storia così autobiografica si collega anche all’urgenza di avere la padronanza assoluta e incontestabile, spero, su un argomento.

Quale può essere lo sguardo di un regista sulla condizione degli stranieri in Italia?

Secondo me deve essere uno sguardo privo di giudizi, ma questo è un ruolo che un regista deve avere con qualsiasi tematica: sospendere il giudizio a prescindere e poi raccontare una storia. È anche un grande insegnamento di vita, perché se vivessimo sospendendo il giudizio, uccideremmo il veleno di ogni società: il pregiudizio, giudicare qualcosa o qualcuno che non conosciamo. A maggior ragione se tocchiamo una tematica delicata legata all’integrazione, all’immigrazione, ai flussi migratori. È chiaro che lì devo cercare di capire, fare molta ricerca e scoperchiare quello che qualcuno prima di me ha raccontato – non mi devo fidare né di chi lo ha fatto bene né di chi lo ha fatto male. È questo il trucco. Io sono bresciano d’adozione, ma in casa ho avuto un’altra cultura, dei genitori che hanno avuto l’intelligenza enorme di lasciarmi vivere come volevo il territorio dove sono cresciuto. Mi hanno dato l’opportunità e mi hanno detto “guarda che qui in casa c’è anche dell’altro”. Questo mix è stato fondamentale. Mi sono sempre permesso un registro ironico e grottesco per trattare tematiche spesso drammatiche, e spesso trattate in maniera molto drammatica perché diamo per scontato che debbano per forza essere tragiche. Ho preso per i fondelli la comunità marocchina e quella bresciana perché avevo i mezzi e la licenza per farlo: sono cresciuto in un ambiente dove non esistevano i bambini figli di stranieri; ho automaticamente acquisito tutto quello che dovevo acquisire in termini di padanità, brescianità, nel bene e nel male. Sarà difficile trovare adesso un altro Elia Mouatamid con questi due punti di vista: lo vedremo con le nuove generazioni.

Pensi che l’aspetto prevalentemente visivo del cinema aiuti a parlare con maggiore facilità di argomenti di questo tipo?

Assolutamente, la potenza del linguaggio cinematografico è proprio questa, ed è anche l’esercizio che ogni regista dovrebbe fare. Quando compongo un’inquadratura devo fare in modo che mi racconti nei minimi dettagli una situazione. Poi devo offrire più chiavi di lettura, ma detesto i film con dialoghi che non servono quando già visivamente ho tutte le risposte che voglio, perché sento della pesantezza e del retorico. Sono un amante dei dialoghi giusti al momento giusto, però il cinema nasce perché ci sono le immagini, quindi devo imparare a narrare per immagini.

Come selezioni le informazioni per raccontare che cosa significa essere straniero oggi in Italia?

Tendo ad ascoltare tutte le parrocchie. Leggo una notizia che mi interessa e comincio a capire chi l’ha scritta e per chi lavora, se è vera. Faccio una ricerca su un altro canale, che potrebbe essere Internet; vediamo che cosa dice, che cosa non dice e con che tipo di comunicazione è stata divulgata. In questi anni il giornalismo ha perso la sua mission di fare informazione per fare comunicazione, due cose completamente diverse. L’informazione è, con un esempio registico, il regista che con una Super8 va in giro, coglie una cosa e me la fa vedere, papale papale, così com’è: è quello il giornalismo per me. Comunicazione è prendere il Super8, modificarlo, trasformarlo e gonfiarlo in 35mm, metterci la color correction, effetti speciali, capire a chi farlo vedere e in che palinsesto. Il giornalismo è diventato questa cosa in cui l’importante è apparire, e in mezzo a questa giungla cerco di andare a ritroso. La cosa bella, di solito, è costruita; la cosa grezza merita di essere approfondita.

Che differenza c’è tra la tua generazione e quella di tuo padre nella relazione con il lavoro?

Mio papà nei primi anni Ottanta ha cominciato con un lavoro umile: vendere biancheria. Guadagnava il doppio di un ragioniere perché c’era un contesto economico completamente diverso e lo status di immigrato era visto come una curiosità, non un problema da risolvere. Nel film c’è un punto in cui si parla della mia contemporaneità e di quanto contorto sia diventato non solo trovare lavoro, ma anche lavorare. Mio papà lavorava con il sorriso, adesso si lavora con le gastriti, il mal di testa, le emicranie e l’insoddisfazione. Paghiamo una crisi economica, ma non è arrivata di sua spontanea volontà. Per come è impostata la nostra società è chiaro che quando sei alla frutta devi inventare un altro modo di lavorare. Non è semplice per nessuno. Io vengo da un’esperienza di quindici anni in un’azienda metalmeccanica; per fortuna ricoprivo una mansione che mi dava un buon salario e non mi spaccavo la schiena, sono stato responsabile qualità e commerciale per tanti anni. Vivo a Brescia, dove lo stakanovismo è una religione, ed ero entrato anch’io in quel loop. Ho cominciato a fare cortometraggi quando lavoravo. Ho studiato cinema a Milano in Accademia perché per fortuna esistevano dei corsi serali: staccavo dal lavoro e mi buttavo sui libri o sul set, non c’erano weekend liberi. Un giorno ho detto basta, e in concomitanza è arrivata l’opportunità di fare questo film: una produzione ha deciso di scommettere su di me.

Quali sono i principali pregiudizi in Italia sul binomio stranieri e lavoro?

Quello più divertente è che vengono qua a rubare il lavoro, è la cosa più folle in assoluto. La seconda cosa: nelle aziende in cui ho lavorato, nei confronti degli stranieri si dava sempre per scontato che non capissero un tubo, quindi uno con un evidente problema di barriera linguistica passava per uno che non sapeva fare nulla. Percepivo la rabbia, venivano annientate le potenzialità nell’individuo. Poi: i lavoratori stranieri puzzano, non si lavano. Uno che lavora magari in stalla, un ambiente che puzza, non vuole lo straniero perché puzza! Infine c’è la paura fantomatica di qualcosa; quando chiedo di cosa non riesco mai ad avere dati oggettivi. Io non faccio testo: ho affrontato la vita come uno del posto, per fortuna non ho mai avuto nessun caso di intolleranza. Certo, parlo il dialetto, avere padronanza linguistica è molto importante. È questo il problema degli stranieri: la lingua, non le capacità, la cultura, la religione. Uno con la barba lunga che parla in dialetto bresciano sfata qualsiasi cosa. Mi sono ritrovato in situazioni in cui le persone non si sono rese conto di chi sono io veramente e cominciavano a insultare islamici e arabi. Io davo loro corda e alla fine dicevo “ma non avete capito proprio niente di quale potesse essere la mia origine?” Sono addirittura andato in vacanza con un fascista che poi ha cambiato completamente visione della politica. Siamo andati nel deserto, in Marocco, e l’ho visto piangere di gioia di fronte alle dune di Merzouga: è stata una cosa molto bella, significativa, perché spesso dietro a quello che chiamiamo razzismo c’è solo un’ignoranza abissale. Sono contro l’etichettare e il dare per scontato che uno sia razzista: sì, ha esternato in modo razzista, ma non sempre ha quella cosa brutta nel cuore secondo me. Dai anche a lui l’opportunità di capirti.

Quindi secondo te un modo per accorciare queste distanze è ascoltare l’altro e parlare insieme?

Sì, assolutamente. La cosa più potente per me è il cinema. Ad esempio con mia moglie, che è italiana – come me, ma lei non è figlia di immigrati – facciamo una piccola webserie che si chiama Arabiscus, e sono pillole di 2 minuti in cui sfatiamo le terminologie arabe, che cosa vogliono dire esattamente, e in termini di ironia e autoironia funziona molto. Riceviamo i complimenti da tutti, anche da chi ammette – perché si sbaglia nella vita, non c’è nulla di male – che non ci aveva capito una mazza. Il linguaggio cinematografico che ragiona per immagini vale più di mille chiacchierate.

 

Digital strategist e responsabile organizzazione interna in Pensiero visibile, agenzia di comunicazione veronese, nonché appassionata formatrice sull’utilizzo dei social per il personal branding, la ricerca di lavoro e la narrazione di esperienze culturali e sociali. Instancabile autodidatta, è passata dalla traduzione tecnica alla SEO multilingue, ai contenuti web e social, alla facilitazione dell’innovazione, per approdare (temporaneamente) allo sviluppo di organizzazioni e talenti. È anche fotografa, assistente alla regia per il cinema, fondatrice e autrice del progetto Exploradora, e produttrice creativa in Cammina Respira Rallenta (esperienze significative nella natura). In poche parole: è una che non sta mai ferma. [ Guarda tutti gli articoli ]

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