Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Come Cambia la Professione Giornalistica

La crisi dei media tradizionali stravolge il lavoro dei giornalisti. Una ricerca spiega l'evoluzione della professione e quali siano le prospettive
Come Cambia la Professione Giornalistica
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Già a fine 2013, all’interno dell’inserto dedi­cato alle evoluzioni nel mondo del lavoro di «la Repub­blica», furono pubblicate due interviste, realizzate dal sottoscritto, a Marco Bar­dazzi, Capo­re­dat­tore Digi­tale del quo­ti­diano «La Stampa», e a Ciro Pel­le­grino, Capocronista del quo­ti­diano all digi­tal Fan­page e respon­sa­bile del coor­di­na­mento Gior­na­li­sti Pre­cari Campani. Le interviste offrono uno spac­cato tanto qua­li­fi­cato quanto inte­res­sante, in entrambi i casi, sul futuro pros­simo ven­turo dell’informazione e della professione giornalistica nel nostro Paese, restando di assoluta attualità.

In particolare Bardazzi dichiarava che “Farsi assu­mere è diven­tato com­plesso, per una serie di motivi molti dei quali si spera siano con­giun­tu­rali. Un con­si­glio di fondo: ren­dersi indi­spen­sa­bili. I gior­nali devono inno­vare, ma non hanno tutte le risorse pro­fes­sio­nali al loro interno per farlo. Nella cac­cia al posto di lavoro, è avvan­tag­giato chi sa offrire rispo­ste alle nuove domande di con­te­nuti di qua­lità digi­tali che stanno emer­gendo: video, data jour­na­lism, visua­liz­za­zioni, info­gra­fi­che. I gior­nali, che hanno dif­fi­coltà ad assu­mere, pos­sono però tro­vare forme crea­tive per tra­sfor­marsi anche in incu­ba­tori di start-up. L’innovazione, nel nostro mondo, pas­serà da qui”.

Sempre in tema, da un’analisi effettuata sui bilanci, dal 2009 al 2013, di sei dei principali gruppi editoriali italiani emerge una riduzione media degli organici di quasi un quarto con  punte che arrivano in alcuni casi, quale quello relativo a RCS, al 33% di tagli del personale. Una falcidia.

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A fine 2014, il “Rapporto sulla Professione Giornalistica in Italia”, realizzato sulla base dei dati  forniti a Lsdi dagli enti professionali: Casagit, Fnsi, Inpgi ed Ordine, nella sua quinta edizione fotografa puntualmente  le principali linee di fondo dell’ evoluzione del sistema dell’ informazione giornalistica nel nostro Paese. Dalla desk research emergono cambiamenti strutturali che è opportuno approfondire poiché consentono di comprendere in profondità le trasformazioni avvenute, le prospettive occupazionali ed i cambiamenti in atto nella professione.

In un quadro di forte contrazione, paradossalmente continua a crescere il numero dei giornalisti iscritti all’ Ordine dei Giornalisti. Seppure i tassi di crescita siano nettamente rallentati rispetto agli anni 2000 il tesserino, sia esso da giornalista o da pubblicista, continua a mantenere un suo appeal e sono ancora in molti a credere di poter essere con successo dei professionisti dell’informazione. Sette giornalisti su 10 iscritti all’ordine [il 71,3%] sono pubblicisti; percentuale che è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi due decenni. In realtà gli attivi costituiscono solo il 47,1% degli iscritti all’ albo. Una percentuale che tra l’altro è ‘’gonfiata’’ dal fatto che tra gli attivi figurano posizioni in atto in passato ma che successivamente si sono ‘’estinte’’. Un dato che la dice lunga sul divario tra percezione e realtà dei fatti.

Iscritti ODG

Anche tra coloro che sono attivi la forbice fra lavoro dipendente e lavoro autonomo si divarica sempre di più.  Alla fine del 2013 la percentuale degli ‘’autonomi’’ sulla popolazione giornalistica attiva continua la sua crescita, passando dal 59,5% del 2012 al 62,6%. Dall’altro lato i subordinati, i dipendenti, calano dal 40,5 al 37,4%.

È sul fronte dei redditi che aumentano profondamente le differenze. Infatti, i redditi medi del lavoro autonomo sono solamente il 17,9% di quelli del lavoro dipendente, di ben 5,6 volte inferiori. In particolare la retribuzione media lorda annua del co.co.co – 8.832 euro – resta di 6,9 volte inferiore, mentre quella del ‘’libero professionista’’ è 4,7 volte inferiore, seppur lievemente migliorata rispetto al 2012 quando era inferiore 5,5 volte.  Crescono i dipendenti che fanno anche lavoro autonomo, ma il 31,6% di loro non supera complessivamente i 30.000 euro lordi all’ anno.

I rapporti di lavoro in quotidiani, periodici, TV ed agenzie di stampa, che nel 2000 rappresentavano l’ 83,2% del lavoro giornalistico dipendente sono calati alla fine del 2013 al 64,9%. Il taglio dei rapporti di lavoro si è fatto sentire in maniera molto forte nel settore dell’ emittenza nazionale – Mediaset, ecc. – con un calo del 14%. Tagli pesanti anche nelle agenzie di stampa, con un -11,8%, e nell’ emittenza locale, -9,6%. Colpiti anche il settore dei quotidiani [-6,3%] e quello dei periodici [-5,8%].

Redditi Giornalisti

Sono due le aree d’intervento, di evoluzione, che emergono dall’analisi dei dati del rapporto e dalle altre informazioni disponibili.

In primis, il pro­blema di fondo non è tanto quello, sep­pur dolo­ro­sa­mente neces­sa­rio, del taglio dei costi quanto quello della cre­scita dei ricavi. Infatti il taglio di per­so­nale non è di per se stesso suf­fi­ciente a garan­tire la soste­ni­bi­lità eco­no­mica delle imprese del set­tore, delle testate gior­na­li­sti­che. Ne deriva la neces­sità di iden­ti­fi­care migliori e mag­giori fonti di ricavo che sup­pli­scano al calo di ven­dita di copie e rac­colta pubblicitaria.

Per quando stret­ta­mente cor­re­lato al per­so­nale, l’aspetto da risol­vere è fon­da­men­tal­mente rela­zio­nato all’organizzazione del lavoro e alla sua strut­tu­ra­zione; alla revi­sione di come è con­ce­pita una reda­zione, la sua orga­niz­za­zione, i cri­teri di ripar­ti­zione dei cari­chi di lavoro e le nuove professionalità richieste per far fronte alle sfide del digitale. Una rior­ga­niz­za­zione che, osser­vando altri com­parti, altri mercati, nei quali questi interventi di lean organization sono stati effettuati almeno un decennio fa, non si può non rilevare quanto siano neces­sari in quest’ambito.

Dall’altro lato è proprio su nuove professionalità, nuovi skill, che può fondarsi una sostenibile, anche in termini economici e di remunerazione, evoluzione del ruolo del giornalista. In termini di ruolo il giornalista, qualunque sia la sua area di specializzazione, dovrà essere sempre più catalizzatore, aggregatore e selezionatore dei contenuti e delle informazioni disponibili in Rete, anche sempre più spesso fornite da parte di “normali cittadini”, dando poi armonia e senso compiuto alle stesse. Per quanto riguarda gli skill vi sono enormi opportunità sia dall’apprendimento di aspetti tecnici ancora non molto diffusi, si pensi al data journalism per citare uno tra i più noti, che dall’emergere di nuovi ruoli professionali quali, ad esempio, il Social Media Editor o il Mana­ging Direc­tor for Mem­ber­ship Stra­te­gies. Complessivamente nelle reda­zioni c’è sicu­ra­mente più biso­gno di pro­fes­sio­ni­sti fles­si­bili che siano a loro agio con i video, le imma­gini, la mul­ti­me­dia­lità. Non vi è dubbio che già attualmente le maggiori opportunità siano in quest’ambito.

Pensate, pensiamo, al tapis roulant sul quale, per non scivolare, per non andare all’indietro, è necessario mantenere la velocità, la corsa. Credo sia una metafora, un’immagine mentale che ben si adatta al mondo dell’informazione, a giornalismo e giornalisti: o saremo in grado di mantenere il ritmo dell’evoluzione, del cambiamento da parte delle tecnologie e delle persone o inevitabilmente ne saremo estromessi. Evolversi o perire, in fondo, è una teoria nota, e dimostrata, già dai tempi di Darwin, meglio non dimenticarsela mai.

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Autore
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification. Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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