Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Come procrastinare lo stress da rientro procrastinando

Il fallimento delle vacanze dipende esclusivamente dalle nostre aspettative: troppo alte
Come procrastinare lo stress da rientro procrastinando
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Il titolo autoricorsivo serve a contrastare un’altra autoricorsività: ad aumentare lo stress da rientro contribuiscono gli articoli legati allo stress da rientro. Ma esiste davvero lo stress da rientro? La risposta cara alla Scolastica: “dipende”, appare quanto mai opportuna.

In alcuni casi probabilmente esiste: ad esempio alcuni di noi scoprono durante le vacanze un insospettato talento per il fancazzismo e si sa che il non poter esprimere il talento, una volta scoperto, è fonte di malessere esistenziale.

Ma salvo questi casi circoscritti nei quali lo stress da rientro è giustificato, siamo davvero certi che trascorrere un periodo a viaggiare, magari in condizioni disagevoli, costretti a stare più tempo del solito con la/il compagno e soprattutto con gli adorabili frugoletti, sia qualcosa da rimpiangere?

E le visite guidate, i giochi aperitivo, le improbabili sperimentazioni di attività sportive che inevitabilmente portano a verificare dolorosamente i limiti del nostro corpo abituato alla sana e rassicurante inattività del periodo lavorativo? Qui non siamo su Facebook dove è obbligatorio mostrarsi felici, qui lo potete ammettere che almeno ogni tanto avete rimpianto la grigia quanto confortevole routine del lavoro.

Del resto non è un caso che Holmes e Rahe nel 1967, quando stilarono la lista dei 43 eventi più stressanti nella vita di una persona, abbiano inserito nella lista le vacanze e non il lavoro.
In realtà il vero problema delle vacanze è legato alle aspettative; le brami per mesi, delegando a quei magici quindici giorni il proibitivo compito di ripagarci delle fatiche di un anno, salvo poi ritrovarci in una condizione che inevitabilmente è meno brillante di quanto immaginato e, ancora più grave, sentendoci in colpa per non essere felici come sarebbe doveroso. In questa prospettiva quello del rientro dovrebbe essere un falso problema ed anzi rappresentare una liberazione.

Se non fosse ancora una volta per le aspettative. Quelle su di noi.
Durante l’anno ci siamo immaginati un sacco di cose da fare durante le vacanze: pile di libri da leggere, dieta sana ed esercizio fisico continuo.
Questo ha creato l’effetto “ultimi giorni”, per cui almeno tre mesi prima abbiamo smesso di fare anche la visita mensile alla palestra, ci siamo abbuffati come se non ci fosse un domani di cibo e tv spazzatura pensando appunto che durante le vacanze, avendo tempo a disposizione, ci saremmo messi in riga e saremmo riusciti a vivere questa vita immaginaria, intellettualmente e fisicamente virtuosa, doverosa e desiderabile allo stesso tempo. Salvo scontrarci in vacanza con la nota legge del Maggiore Parkinson che ci ricorda che:
Il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo”, ovvero “Più tempo abbiamo più ne sprecheremo”.
Per cui alla fine non abbiamo fatto assolutamente nulla di quello che avevamo pianificato. E naturalmente ci siamo sentiti in colpa.

Ricapitoliamo perché rischiamo di perderci.
Durante tutto l’anno abbiamo procrastinato i comportamenti che consideriamo virtuosi rimandandoli alle vacanze e dicendoci che avendo tempo a disposizione saremmo riusciti a metterli in pratica. Durante le vacanze, avendo tempo a disposizione, abbiamo procrastinato gli stessi comportamenti rimandandoli alla ripresa del lavoro. Ora riprende il lavoro, quindi adesso sembrerebbe che non ci sia più scampo. Questa è la vera fonte di stress da rientro.

Qui arriva il ruolo nefasto degli articoli sullo stress da rientro che sostanzialmente ribadiscono l’improrogabilità di assumere comportamenti virtuosi. Dovendo preparare questo articolo ne ho esaminati diversi: tutti pongono l’accento sulla necessità di assumere comportamenti responsabili.

Uno dei più gettonati insiste con convinzione sulla necessità di bere per assorbire lo stress da rientro. Acqua. Quindi quella che ci troviamo di fronte è una scadenza che appare improrogabile.
Come se ne esce? Con l’omeopatia!

Sia chiaro non intendo proporre l’assunzione di parafarmaci più o meno bizzarri, ma suggerisco di applicare il principio fondante dell’omeopatia: similia similibus curantur. Curare il male con lo stesso male.
Se la fonte principale dello stress da rientro è un accumulo di procrastinazione che genera l’insorgere di sensi di colpa e ansie da prestazione, si tratta semplicemente di imparare a procrastinare la procrastinazione.

In fondo si tratta di una attività impegnativa e non necessariamente piacevole, quindi degna a pieno titolo di entrare nel novero delle attività procrastinabili.
Per cui se appena rientrati siamo già in pieno delirio di procrastinazione, tanto che anziché lavorare leggiamo articoli sullo stress da rientro, possiamo sempre lanciarci in una metaprocrastinazione ovvero procrastino la procrastinazione.

In realtà non sono certo del fatto che possa funzionare ma trovo che esteticamente abbia un suo fascino.
Poi giunto alla fine dell’articolo rileggo quanto ho scritto e mi parte spontanea una riflessione:
credo di avere bisogno di ferie.

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Autore
Psicologo e attore, Master in Alternative Dispute Resolution. Nel 1997 ha tenuto il primo spettacolo di Teatro d’impresa in Italia. Ha lavorato sulla gestione dei conflitti in diversi paesi tra cui Austria, Bosnia, Brasile, Ungheria, Vietnam, Iraq e Angola. Dal 1979 formatore su tematiche legate alla comunicazione interpersonale, la motivazione e la gestione delle crisi e dei conflitti. Ha affiancato dirigenti ed uomini politici sulle tematiche legate alla comunicazione in pubblico. E' presidente di Spell. Docente a contratto per dieci anni all'Università di Ferrara dove ha avuto anche la responsabilità scientifica del “Master sulla Gestione delle crisi e dei conflitti”. Membro del comitato scientifico del Master in “Teatro e media per la formazione e la comunicazione d'azienda” dell'Università Cattolica di Milano.
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