Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Come i social media hanno cambiato il giornalismo

La "rivoluzione digitale" del settore arriva dall'interno, grazie a strumenti che riqualificano un lavoro basato sui contenuti
Come i social media hanno cambiato il giornalismo
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Qualche anno fa si stavano celebrando i funerali del giornalismo quando sono accaduti, uno dietro l’altro, dei fatti storici importanti sui quali probabilmente nessuno avrebbe scommesso. Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, ha per esempio promesso di voler rivoluzionare il mondo dei media e lo ha già iniziato a fare comprando, nel 2013, il Washington Post per 250 milioni di dollari. Contemporaneamente, The Guardian, nonostante riuscisse a vendere non più di duecentomila copie in cartaceo, era diventato il terzo sito tra i quotidiani di tutto il mondo con 40 milioni di visitatori unici al mese, di cui un terzo solo negli Stati Uniti, luogo dove l’edizione cartacea del quotidiano inglese è quasi introvabile, perché la sua strategia di espansione globale non è basata sui ricavi in edicola, ma sulla pubblicità online. In Italia, La Stampa era già tra i primi esploratori -intelligenti- dei contenuti free nell’edizione digitale del quotidiano e, attraverso servizi AR code, sperimentava su cartaceo anche due, tre edizioni interattive alla settimana per abituare i lettori all’utilizzo integrato dello smartphone per la fruizione delle notizie del giorno.  Una delle ultime novità che ha fatto molto rumore nel settore è stata l’offerta -rifiutata- da parte di Chen Guangbiao di un miliardo di dollari per l’acquisto di The New York Times, probabilmente tra i migliori esempi di informazione multicanale.

Che la “rivoluzione digitale” dei giornalismo arrivasse dal suo interno, non appena i media si sono evoluti, la dice lunga su cosa voglia essere oggi il giornalismo, al di là delle catastrofiche previsioni di declino del prodotto editoriale e degli emergenti palinsesti di intrattenimento e (dis)informazione basati sui contenuti di dubbia qualità.

Proprio quando il giornalismo si dava per spacciato, uno dei più grandi mercati emergenti, basato sull’interazione di piattaforme tecnologiche e contenuti digitali, ha rilanciato la dialettica del bisogno, e il piacere, di informazione. Non senza dolori, però, per chi non aveva ancora fatto autocritica.

Jeff Jarvis, critico dei mezzi di informazione, afferma infatti “non ci sono giornalisti, c’è solo il giornalismo” che, nella sua definizione, non é un nome, né un’industria o una corporazione ma che, in quanto servizio esercitato ormai ben oltre le mura di redazioni e di generi narrativi, ha lo scopo di informare i cittadini e aiutare le società a strutturare la loro conoscenza in modo che, scegliendo autonomamente quale sia davvero una loro fonte giornalistica, possano organizzarsi meglio.

Non molto tempo dopo, nel 2014, John Lloyd faceva seguito a questi pensieri titolando sulla Reuters che i giornalisti sono ormai condannati all’irrilevanza: irrilevanti per far sapere al pubblico l’opinione dei leader politici, che ora grazie ai social possono rivolgersi direttamente agli elettori di tutto il mondo; irrilevanti perché possono permettersi, grazie ai nuovi servizi internet e social network di rifiutare il contatto con i mass media tradizionali; irrilevanti perché l’utente comune, con il suo smartphone e la condivisione delle informazioni a cui è sottoposto durante la sua giornata, supera le tradizionali barriere delle classiche redazioni giornalistiche e arriva immediatamente e senza filtri a tutti quanti gli altri utenti.

Eppure, quello dei nuovi media viene ancora definito da qualcuno un “assedio” nei confronti della carta stampata e che il bombardamento mediatico proveniente dai network senza limiti e orari rappresenta la morte del giornalismo tradizionale, quando è palese invece che si tratta della sua evoluzione, non solo tecnologica ma proprio etica.

Dal punto di vista dell’Informazione, i social media sono lo strumento migliore che ci sia stato dato per condividere esperienze ed entrare in contatto con il pensiero altrui, selezionare  fonti, costruirsi una propria rassegna stampa, partecipare a discussioni pubbliche, ascoltare e leggere cos’hanno da dire altri milioni di persone su argomenti che interessano tutti.

Dal punto di vista della Comunicazione, la piattaforme social hanno generosamente trasformato i media, nel senso letterale del termine, sia nel bene che nel male, arricchendo i palinsesti con nuovi contenuti e nuove connessioni, ancor prima perché è stato lo spazio digitale ad aumentare potenzialmente l’audience.

Inoltre gli strumenti di networking offrono l’opportunità di professionalizzare l’utilizzo dei social media in particolar modo nel mondo del giornalismo e dell’editoria, proprio perché il social è un mezzo per informare gli altri di qualcosa e si basa sulla pratica del dare e ricevere fiducia, grazie alla quantità e alla qualità dei feedback che si creano intorno ad una data informazione, di qualsiasi tipo esso sia.

Il mondo del marketing non a caso si è subito accorto di questa enorme opportunità in termini di nuovi business e ha sviluppato appositamente altre piattaforme per permettere alle persone di rilasciare feedback praticamente su qualsiasi cosa. A tal proposito, torna utile la simpatica lettura dei cinquanta modi per sfruttare i giornali grazie ai social media, che ironizza sulle opportunità di marketing gratuite.

Infine, tutto questo meccanismo di autoqualificazione dei contenuti, attraverso le reti di utenti e le community di lettori, ha avuto ricadute positive anche su altri livelli, perché ha cambiato profondamente sia la percezione di Internet sia del vecchio giornalismo, dipendente dai finanziamenti pubblici e dalle volontà di gruppi di pressione a vari titolo e misura. Se fino a qualche anno fa questi ambienti erano percepiti come “pericolosi”, in cui era facile cadere preda di informazioni inattendibili, imparziali e in addirittura truffe di ogni genere e tipo, oggi proprio il concetto di “fiducia” attorno al quale ruota tutta la società dei media digitali ha donato loro una nuova, positiva, connotazione.

Il petrolio del futuro è il contenuto

In anni durante i quali gran rumore si fa per osservare, descrivere e scommettere sul futuro del social journalism, attraverso i network di condivisione delle notizie, e dell’open journalism, attraverso le applicazioni della loro aggregazione, i più sono preoccupati di capire o su quale nuovo colosso tra Facebook, Twitter o Flipboard sarà conveniente investire prossimamente, o come contrastarli. L’osservazione strategica che risponde a questa domanda proviene proprio dal mondo del nuovo giornalismo: i social network riescono a tenere insieme le persone al loro interno grazie agli interessi comuni, cioè grazie ai contenuti, che vengono prodotti all’esterno, principalmente su quotidiani, riviste e blog.

Chi sostiene che la tecnologia potrebbe abbattere la qualità dei prodotti editoriali dovrebbe notare che la nuova dialettica di mercato ha rafforzato la capacità e la volontà di investire oggi nel buon giornalismo, perché se venissero mai a mancare i contenuti, cadrebbe tutto il sistema delle innovazioni proposte.  Alla luce di questa riflessione, chi può riuscire a competere maggiormente sul  mercato del lavoro, tradizionale e non, è proprio chi non vedrà nei social media l’obiettivo ma continuerà a studiare, formarsi, sperimentare nuove vie, concependoli, al contrario, come strumenti a disposizione.

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Autore
Giornalista e digital editor per Senza Filtro. Lavora come libero professionista e si dedica in particolar modo allo sviluppo progetti di design editoriale, alla consulenza in azienda per la comunicazione web e il marketing digitale e alla formazione nello stesso settore. In questo momento collabora inoltre come direttore a DoLab School, la scuola di formazione per i professionisti del digitale, a Roma. Per FiordiRisorse è stata anche responsabile del modulo in "Social Media e Cultura Digitale" del MUSTer 2015. Lucana, classe 1984, InnAlumna, è laureata in Criminologia alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e, a partire dall’analisi dell’inquinamento degli ecosistemi economici, ha iniziato ad occuparsi specificatamente di Economia dello Sviluppo & Management per l’Innovazione e la Produzione.
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