Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il “controllo qualità” negli enti non profit, fra vuoti normativi e buone pratiche

In mancanza di un corrispettivo della Charity Commission inglese, l’Istituto Italiano della Donazione dieci anni fa ha inventato un “bollino” per certificare le organizzazioni virtuose. Ma può bastare?
il controllo qualita negli enti non profit fra vuoti normativi e buone pratiche
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A chi non è mai capitato, in procinto di dare denaro in beneficenza, di essere colto da un pizzico di scetticismo? Chi non si è chiesto almeno una volta, in presenza di un banchetto per la raccolta fondi, se quei soldi servissero davvero per migliorare la vita dei bimbi africani? La buona notizia è che dubitare è umano: non bisogna sentirsi in colpa per questo. Piuttosto, è dovere delle organizzazioni non profit (ONP) dimostrare di meritare la fiducia dei donatori, rispondendo a determinati criteri di trasparenza, credibilità e onestà.

Questi criteri sono verificati – mediante appositi strumenti e verifiche annuali – dall’Istituto Italiano della Donazione (IID), un’associazione senza scopo di lucro fondata nel 2005 dal Forum del Terzo Settore, dalla Fondazione Sodalitas e dal Summit della Solidarietà (che oggi non esiste più), quindi dalla doppia natura non profit e profit socialmente responsabile. Il suo principale compito è quello di controllare che l’operato delle organizzazioni sia in linea con standard riconosciuti a livello internazionale. E, in particolare, di verificare l’aderenza delle ONP alla “Carta della Donazione”, il primo codice italiano di autoregolamentazione per la raccolta e l’utilizzo di fondi, redatto nel 1999 dagli stessi soci fondatori dell’Istituto.

“Donare con Fiducia”, un marchio per certificare l’affidabilità delle organizzazioni

Chi dimostra di conformarsi agli standard di qualità viene iscritto in “Io Dono Sicuro”, l’unico database italiano composto unicamente da organizzazioni non profit verificate, che a oggi conta 130 adesioni. Qualche esempio: Ai.Bi. (Amici dei Bambini), AIL onlus (Associazione Italiana contro le Leucemie, linfomi e mieloma), AMREF (Fondazione Africana per la Medicina e la Ricerca), Oxfam Italia. Effettuando una ricerca per filtri di interesse, si può capire quanti fondi ciascuna organizzazione iscritta destina ai progetti e quanti ne mantiene per sé. Un’utile bussola per chi intende donare, fare volontariato o accedere a servizi di assistenza.

Ma qual è l’iter per ottenere il marchio “Donare con Fiducia”? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Patriarca, presidente dell’Istituto Italiano della Donazione e del Centro nazionale per il Volontariato, nonché deputato Pd e componente della Commissione Affari sociali. “Le associazioni si sottopongono volontariamente a un percorso di trasparenza e, se lo superano, diventano socie dell’Istituto. L’indipendenza – sottolinea Patriarca – è garantita dal ricorso a verificatori esterni, società di certificazione riconosciute a livello internazionale (DNV, BVQI, SGS, CERTIQUALITY, TUV)”. Queste ultime “presentano un report al Comitato tecnico e al Consiglio direttivo dell’Istituto, i quali decidono se concedere o meno il marchio”. Questo è l’iter stabilito per le organizzazioni con entrate superiori ai 300.000 euro, mentre per quelle al di sotto di queste entrate “il percorso è più leggero: è prevista infatti una verifica documentale da parte dell’Istituto,  che le porta a dimostrare comunque l’adesione ai criteri fondamenti di trasparenza, ma con l’ausilio di strumenti più leggeri, in virtù delle ridotte dimensioni”.

Un’organizzazione – per superare il test di conformità – deve poter dimostrare il possesso di circa cinquanta requisiti. Ecco alcuni degli ambiti interessati dalle verifiche: l’indipendenza e la trasparenza dell’organo di governo; sistemi gestionali chiari e sistemi di rendicontazione puntuali; un corretto comportamento verso collaboratori e volontari, nonché donatori e destinatari; un uso trasparente dei fondi raccolti. Inoltre, sul sito Internet devono essere disponibili, in versione aggiornata e scaricabile, i seguenti documenti: bilancio d’esercizio, statuto, rendicontazione sociale, descrizione dei progetti e delle attività, riferimenti dell’organo di governo. Altro requisito è l’esistenza della revisione al bilancio e della rendicontazione delle raccolte fondi.

Anche a livello locale si sono fatte spazio esperienze simili a quella di “Donare con Fiducia”. Ad esempio il Centro Servizio per il Volontariato di Verona nel 2009 ha ideato il marchio “Merita Fiducia – Il volontariato che rende conto”, il quale attesta qualità, trasparenza e rendicontazione delle associazioni del territorio, con un’apertura anche al mondo profit.

La Charity Commission inglese come modello di “Antitrust” del terzo settore

Dando un’occhiata all’estero, nel Regno Unito esiste un organismo potente e severo, la “Charity Commission for England and Wales”, che risponde direttamente al Parlamento e al quale sono tenute a registrarsi tutte le organizzazioni caritatevoli aventi un reddito superiore ai 5.000 dollari. Fanno eccezione alcune categorie (es. chiese cristiane, gruppi scout), che tuttavia sono comunque soggette al controllo della Commissione, la quale affianca regolari attività di monitoraggio a vere e proprie inchieste.

Eppure persino la Charity Commission, forse il più autorevole esempio di organo terzo e indipendente deputato al controllo del terzo settore, è stata messa in discussione. Nel 2013 la Public Accounts Committee (Pac) – una Commissione parlamentare che indaga sull’utilizzo dei finanziamenti pubblici – ha presentato al Parlamento inglese una relazione in cui definiva la CC “non adeguata agli scopi che si prefigge”. Questo, per non aver saputo riconoscere la vera natura di Cup Trust, un ente registrato dietro al quale si nascondeva un’organizzazione avente lo scopo di evadere il fisco.

In Italia non esiste un organo governativo di controllo del non profit

L’esperienza inglese dà la misura di quanto sia difficile mantenere il controllo dell’intero sistema. E di come, a maggior ragione, lo diventi nei casi – come quello del nostro Paese – in cui la trasparenza delle organizzazioni non profit non è imposta per legge né esiste un organo governativo deputato a verificarla. Come abbiamo visto, l’adesione all’Istituto della Donazione è volontaria e facoltativa: di conseguenza a sceglierla sono presumibilmente quelle organizzazioni in buona fede, disposte a “mettersi a nudo” per dimostrare la propria onestà. Il problema riguarda le restanti: quelle che non lo fanno per disinteresse, per non perdere tempo in qualcosa che la legge non impone, o proprio perché far quadrare i conti non conviene loro.

Sarebbe allora auspicabile in Italia un modello simile a quello inglese, che – se pur non infallibile – obblighi le organizzazioni a rendere conto del proprio operato? In realtà un tentativo in tal senso era già stato fatto con l’istituzione, nel 2002, dell’ “Agenzia per le Onlus” poi “Agenzia per il terzo settore”, attiva sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri e chiamata al controllo, all’indirizzo e alla promozione del mondo non profit. Ma nel 2012 il governo Monti ne ha trasferito le funzioni al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, promettendo così di ridurre i costi e aumentare l’efficienza. Ma è stato davvero così? Di fatto, il terzo settore – come spiegato dal presidente IID Patriarca – ha letto in questa decisione “una carenza di attenzione rispetto ai temi del non profit. L’Agenzia, per quanto non fosse un authority, collaborava infatti con la Guardia di Finanza, emanava linee guida, dava un incentivo a usare dei modelli unici di rendicontazione”.

Oggi l’Istituto della Donazione prova a colmare questo vuoto ma – per le sue dimensioni e risorse – non può supplire le funzioni pubbliche di un’agenzia governativa censendo l’intero panorama delle organizzazioni non profit. Certo, se il governo aprisse in tal senso, potrebbe diventare l’erede di quell’Agenzia. Da questo punto di vista, qualche novità potrebbe arrivare con l’approvazione – attesa per la prossima primavera – della Riforma del Terzo settore. In particolare, nella parte dedicata alla vigilanza, al monitoraggio e al controllo, per Patriarca “si potrà apprezzare lo sforzo di servirsi di soggetti con funzione di controllo, come ad esempio l’Istituto della donazione”. Un modo per unire le forze e aumentare la credibilità del settore, elemento imprescindibile per un Paese civile.

[Credits Photo: Got Credit]

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Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
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