Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Cresce la domanda di professionisti del rischio

Le aziende che rischiano hanno una redditività più alta
Le aziende che rischiano hanno una redditività più alta
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“Senza rischi non si fa nulla di grande”, diceva André Gide, scrittore francese Nobel per la letteratura. Parafrasando, oggi si può dire che, chi non gestisce il rischio, non farà grande la sua azienda. Esagerazione? Non secondo l’ultima indagine di Mediobanca e Cineas, il consorzio sulla “cultura del rischio” fondato dal Politecnico di Milano: le medie aziende (20-330 milioni di euro) che si sono strutturate nel “risk management” hanno una redditività industriale del 20-30% superiore rispetto alle omologhe del loro segmento di fatturato.

Indispensabile, a questo punto, è capire cosa significhi “gestire il rischio”. Prendete per esempio il distretto biomedicale di Mirandola in provincia di Modena. “Dopo il terremoto di tre anni fa”, spiega il presidente di Cineas Adolfo Bertani, “per le aziende del settore s’è posto il problema della ‘business continuity’, di riuscire cioè a proseguire l’attività anche in presenza di danni. Chi aveva un risk manager che già aveva costruito le strategie per governare il rischio prevedendo e riducendo l’impatto economico, se l’è cavata meglio”.

Quando si parla di rischi e di professionisti capaci di misurarli, stimarli ed eventualmente gestirli, non ci si riferisce tuttavia al solo rischio geologico e alle catastrofi naturali. C’è il rischio finanziario, diventato più incombente negli anni della crisi, che blocca i prestiti perché le banche sono restie a finanziare aziende che non diano garanzie di saper controllare il proprio rischio d’impresa. Ma il risk manager è indispensabile anche per le banche stesse, che si trovano di fronte al pericolo crediti di difficile recupero e all’incubo degli Npl, i non performing loans, che oggi portano le sofferenze bancarie alla stratosferica quota di 200 miliardi di euro. Rischio a cui si aggiunge quello delle variazioni del tasso di cambio e il rischio liquidità, che minaccia di non permettere di far fronte agli impegni di pagamento delle scadenze.

Su tutte le imprese industriali, poi, incombe il rischio ambientale, generato dagli improvvidi comportamenti inquinanti e aggressivi verso il territorio, oggi ancor più pericolosi dopo le novità introdotte dalla legge 68/2015 in materia di responsabilità delle aziende.

E che dire del terrore delle imprese chimico-farmaceutiche riguardo al rischio di replicabilità tecnologica dei loro prodotti e di violazione della proprietà intellettuale? Senza contare la vasta area del rischio sanitario, un problema che ossessiona sempre più medici e ospedali.
E poi c’è il grande problema della digitalizzazione. “La rivoluzione tecnologica”, spiega Fabrizio Sarrocco, Head of finance & risk di Accenture, “ha impattato la funzione del risk management. Il volume dei dati a disposizione per la profilazione dei clienti è aumentato in maniera esponenziale a causa dell’esplosione dei new media. Ciò richiede che la valutazione della clientela non venga fatta solo basandosi sullo status finanziario della stessa e sui dati interni all’azienda, ma anche con l’analisi dei dati che emergono dalla presenza dei clienti sui nuovi media (l’indagine sui cosiddetti Big Data). Inoltre la presenza dei Big Data rappresenta un asset per le società finanziarie che deve essere tutelato: con l’aumento del rischio informatico e del cyber risk, diviene sempre più necessario creare barriere di accesso ai database informatici delle società finanziarie”.

Conseguenza? Secondo un’indagine della stessa Accenture, la “Global risk management”, condotta su un campione di 450 responsabili del settore bancario-assicurativo, gli investimenti It per la funzione del risk management raddoppieranno nei prossimi tre anni, raggiungendo quota 1 miliardo di euro l’anno.

E’ il dilagare in tutti i settori di queste problematiche che fa capire quanto rapidamente stia crescendo la domanda di professionisti della gestione del rischio. “Allo stato attuale”, spiega Bertani, “se si escludono i Security manager che hanno solo la responsabilità della sicurezza degli stabilimenti e gli Insurance manager deputati alla gestione dei programmi assicurativi aziendali, il numero dei veri Risk manager non arrivano nemmeno a quota mille. Oggi però le medie imprese italiane cominciano a rendersi conto dell’importanza di avere una figura dedicata. Secondo la nostra indagine realizzata con Mediobanca, infatti, il 74% delle aziende con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 500 andrà alla caccia di professionisti specializzati nel risk management nei prossimi anni”.

Cineas fa un calcolo mettendo insieme la nuova dinamicità delle medie imprese sull’argomento e il fabbisogno dei grandi gruppi e arriva a un risultato eclatante: nei prossimi cinque anni il numero dei risk manager dovrà quintuplicare, grazie a una domanda aziendale di 4-5 mila nuovi professionisti”.
Il che fa spingere l’acceleratore sulla formazione dei giovani

Chi è il professionista del rischio

Proprio Cineas organizza otto master annuali, ma sono molti in varie università gli insegnamenti dedicati. Per citarne solo un paio, il master di secondo livello in “Credit Risk Management” dell’università Cattolica di Milano e il master tenuto in lingua inglese in “Quantitative finance and Risk management” della Bocconi. In attesa delle nuove leve l’Anra, l’Associazione dei Risk manager e dei Responsabili di assicurazioni aziendali, ha appena tracciato l’identikit del professionista attuale.
Nell’87% dei casi è di genere maschile e ha un’età compresa tra i 46 e i 55 anni, è laureato prevalentemente in economia (28%), ingegneria (19%) o giurisprudenza (12%); per il 52% è un dirigente e per il 33% un quadro. E le prospettive di guadagno? Sono direttamente proporzionali alle dimensioni aziendali. Oggi comunque l’80% ottiene meno di 100 mila euro lordi l’anno e il 9% più di 200 mila.

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Autore
Partito con una laurea in matematica, insegnando nei licei e all’università, la sua passione è però sempre stata la scrittura e il giornalismo. Da freelance ha cominciato con Il Manifesto, poi Il Mondo, Capital, Gente Money e, dall’88, Corriere Della Sera, per il quale, nel 2005, ha ideato le pagine Economia & Carriere (ora Trovolavoro) pagine in cui, dal 2008, cura la Rubrica Giovani all’estero. Ha pubblicato Addio per sempre? (Italic Digital Editions, 2013/2015) ed è coautore di Letteratura per manager (Etas, 2008), Le aziende invisibili (Scheiwiller, 2008), tutto Lavoro 2002 (Etas), Lavoro in affitto (Zelig, 1999).
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