Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Fatto il curriculum, bisogna fare gli italiani

Le aziende alle prese con candidati dalla scarsa conoscenza della nostra lingua
Fatto il curriculum, bisogna fare gli italiani
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“[…] ritengo che questi dati compendiosamente comunichino come per me l’impegno, l’abnegazione, la pervicacia e la determinazione al fine dell’ottenimento dei risultati stabiliti abbiano valore portante. Sono fortemente convinto che la meritocrazia alla lunga, in un verso o nell’altro finisca sempre con l’avere esplicazione pratica e non l’essere, pena la sconfitta del sistema e per esso di “tutti”, solo e limitatamente un nobile concetto astratto. Ho grande desiderio di misurarmi e di non deludermi. Ho enorme voglia di apprendere, ho sempre avuto ed ho insaziabile appetito cognitivo teorico-pratico, di crescere e migliorare mosso da sana umiltà, ma sia chiaro con la consapevolezza dei propri strumenti e del personale “bagaglio” maturato. Non è un promo capzioso e fallace è la veritiera estrema sintesi di chi sono, certamente sotto l’angolatura di interesse in tale contesto”.

Nel leggere frasi contorte attraverso le quali un giovane laureato (una laurea magistrale da 110 e lode, mica CEPU) riteneva di far colpo sui destinatari del suo curriculum, la mia prima reazione è stata: ma nelle nostre scuole non si insegna più l’italiano? O forse è ormai convinzione comune che una buona conoscenza dell’inglese o magari del cinese o dell’arabo sia più importante di una corretta espressione delle proprie idee nella nostra lingua, magari anche nel rispetto delle sue regole ortografiche, grammaticali e sintattiche?

È vero che è ormai consolidata la tendenza nel mondo aziendale di un sempre maggiore utilizzo (spesso improprio) dell’inglese ma questo non può, e non deve, autorizzare un diplomato o un laureato a bistrattare in questo modo la propria lingua, perché, come è evidenziato da questo esempio di eccidio della lingua di Dante, il mancato rispetto della consecutio temporum o la perdita del soggetto cui il verbo dovrebbe far riferimento, ovvero l’incapacità di strutturare correttamente le varie parti di un periodo, rendono confuse anche le idee più chiare. E in un mondo in cui la comunicazione emerge prepotentemente da ogni people satisfaction survey come principale area di miglioramento suggerita da tutti i dipendenti, sapersi esprimere chiaramente è un valore fondamentale.

Ricordo che, circa dieci anni fa, quando ero responsabile del personale di un plant di una grande multinazionale, per rispondere alla eccezionale domanda del mercato si decise di aumentare la produzione con l’inserimento di un terzo turno e la conseguente assunzione di circa 500 persone (bei tempi). Visto che molti candidati provenivano da varie nazionalità, uno dei principali temi da gestire era verificare che queste persone avessero un livello di conoscenza della lingua italiana tale da permettere loro non solo di esprimersi in modo comprensibile e di comprendere a loro volta quanto veniva loro detto a voce, ma anche di leggere e firmare consapevolmente un contratto di lavoro, di capire la segnaletica interna e infine recepire la necessaria formazione sulla sicurezza. Si era anche pronti, nel caso in cui questi requisiti mancassero del tutto o fossero inadeguati, ad organizzare corsi di lingua italiana ad hoc.

Sorrido al pensiero che oggi questa esigenza continui ad esistere per i nuovi assunti muniti di altisonanti titoli di studio rilasciati dalle nostre scuole e delle nostre università ma anche per dipendenti con anzianità significative e ruoli manageriali. Peccato che in questo caso però non si tratti di persone provenienti da altri paesi ma di cittadini italiani nati e cresciuti nello Stivale. Dare per scontato che un diplomato o un laureato sappia usare correttamente la nostra meravigliosa lingua e non incorra mai in clamorosi svarioni, magari in importanti riunioni, è un errore da non commettere mai.

L’incauto autore del curriculum portato a mo’ di esempio non è certo un caso isolato perché purtroppo il club dei laureati ignoranti ha molti soci.
A tutti sarà capitato di ricevere curricula di candidati che restavano in attesa di una breve e celere risposta affermativa, o che volessero essere assunti per motivi di lavoro o addirittura disposto a lavorare anche nei giorni feriali o che infine ostentassero un originale titolo di studio: diploma di “inferiore”

Chi poi non ha assistito a pomposi speech distrutti da un congiuntivo? Oppure ha partecipato a qualche importante meeting dove un relatore, al termine dell’intervento, cedeva il microfono al collega seduto nella fila posteriore esclamando nell’ilarità generale: “Grazie a tutti per l’attenzione, ora passo la parola al mio didietro”.

Quanti esilaranti capi e colleghi iper obesi di lavoro ho conosciuto in quasi vent’anni di carriera, persone che giudicano sopra partes, alcuni in spasimante attesa e a braccia consorte, altri con naturali incrinazioni che sbagliano l’indirizzo per non aver correttamente annotato il numero cinico e parcheggiano l’auto a spiga di pesce.

A tutti loro devo un immenso grazie per l’involontaria comicità e li perdono per avermi più volte instillato il dubbio sulla correttezza del mio italiano.

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Autore
Torinese, classe ‘68, laureato in giurisprudenza. Dal 2012 è l' HR Director del gruppo Landi Renzo. Il suo percorso professionale in ambito HR inizia in IVECO come responsabile sindacale dei plant torinesi. Negli anni successivi, dopo una esperienza di due anni in area sviluppo Iveco worldwide, ricopre il ruolo di HR manager in stabilimenti strategici in Italia ed all’estero. Nel 2010 entra in Comau dapprima come HR Business Partner e, in seguito, in qualità di global HR Industrial Operations. L'amore per l'arte e il teatro non lo ha mai abbandonato e, oltre ad una commedia, nel 2012 ha pubblicato “E’ tutto oro che cola”, il suo primo libro legato ad un progetto benefico.
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