Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Il “dica 33” non basta più. Lo storytelling dal medico

Quando farmaci e bisturi non bastano. I medici sono chiamati a misurarsi con il lato umano della loro professione
medico ascolta con stetoscopio
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Conoscenza scientifica, abilità tecnica ed ethos umanitario rappresentano per Karl Jaspers, dottore e filosofo, i pilastri sui quali si fonda l’agire del medico. Jaspers esprime la sua idea negli anni ’50, appena superata la soglia dell’età della tecnica. Da allora in medicina la conoscenza scientifica e l’abilità tecnica hanno avuto un incremento senza precedenti, eppure, nonostante i tanti successi, la stima nei confronti dei medici e delle strutture sanitarie si è ridotta e sono aumentati i contrasti. Questo ha contribuito a un nascente atteggiamento conflittuale tra medico e cittadino, che tradisce il tradizionale rapporto di fiducia tra dottore e paziente.

È opportuno chiedersi se qualcosa nella formazione del medico e nella pratica clinica non abbia funzionato, al fine di ristabilire le basi per una nuova alleanza terapeutica e rintracciare un terreno comune dove le prospettive dei cittadini, le loro speranze e le loro storie individuali possano essere curate come le patologie che li affliggono.

Non curiamo le malattie, curiamo i pazienti

La conoscenza scientifica e le abilità tecniche si sono focalizzate soprattutto sul corpo umano, in funzione delle malattie che lo colpiscono e delle modalità ideate per sconfiggerle. Le competenze mediche, quindi, hanno a che fare con la malattia, un ente del quale, oggi, si può spiegare ogni gesto: dalla mutazione del DNA che conduce alla proteina “sbagliata” fino ai sintomi e ai segni che provoca al corpo del malato. La malattia, sotto la lente d’ingrandimento della medicina, diviene trasparente; lo studente, nel corso degli anni, acquisisce tutti gli strumenti concettuali e pratici per conoscerla e trattarla. Eppure, in questo focus sulle patologie si nasconde un formidabile equivoco che può spiegare almeno in parte il disamore dei cittadini verso medici e ospedali.
La medicina è, in prima approssimazione, una pratica sociale che ha come fine quello di curare le persone, trattando le malattie che le colpiscono. Tuttavia il predominio che essa ha dato alla competenza sulla malattia ha finito per sovrapporre i due momenti, ritenendo che conoscere e trattare le malattie rappresenti tutto ciò che si deve fare per curare le persone. Invece trattare le malattie e curare gli ammalati sono questioni differenti, e individuano due dimensioni fondamentali della scienza medica.

Abbiamo già visto come il trattamento delle patologie si occupi del processo attraverso il quale la medicina si è fatta scienza, e che ha permesso di conoscere le malattie, spiegarne i connotati e ricercare le terapie più appropriate. La seconda dimensione della medicina, invece, ha un sapore umanistico, e riguarda le condizioni di fragilità e di precarietà costitutive dell’essere umano alle prese con il suo destino, la sua sofferenza e la morte.

Curare le persone non significa solo trattare la malattia, secondo il protocollo o la linea guida al momento più accreditata, ma mettersi in ascolto (uno degli antichi significati di “terapia”) del soggetto di fronte al medico, del volto che lo interpella e che è diverso da tutti gli altri, dello sguardo di timore e di speranza che inaugura un rapporto personale. Mettersi in ascolto, tuttavia, è compito arduo proprio perché anche il linguaggio medico è costruito sulla malattia, e quindi, nel colloquio con il paziente, il medico segue la propria agenda, che prevede di eseguire una diagnosi e trattare la patologia in modo adeguato.

Elena Imperio: “Abbiamo bisogno di parlare e scrivere”

Il cittadino, nel sottoporsi alla medicina e divenire un paziente, non ha quell’agenda. Per lui la malattia, che il medico intende diagnosticare e trattare, non è affatto un ente, ma rappresenta ciò che sta vivendo in quel momento, con il fardello delle preoccupazioni sul futuro, le ripercussioni lavorative, le conseguenze per i propri cari e le limitazioni quotidiane, causate dallo stato del quale il medico pronuncerà il nome irrevocabile.

È questa la voce del paziente: una girandola di preoccupazioni e problemi, mescolati con dubbi e speranze; ma che cosa rimane di quella voce, quando si è concentrati nello sforzo intellettuale di riconoscere l’ente che si esprime tramite sintomi e segni? Spesso i medici, in buona fede, pensano di sentirla, ma ascoltano solo la voce della malattia.

Eppure i cittadini, soprattutto quando sono alle prese con patologie serie che mettono in crisi la loro esistenza, vogliono che la loro voce sia ascoltata, sentono il bisogno di parlare e scrivere, come afferma Elena Imperio nel raccontare il viaggio, tra ospedali e interventi, a fianco del marito che le morirà accanto: “Ho ancora bisogno di parlarne e di scrivere e di condividere la nostra esperienza perché l’intensità, la sofferenza e la bellezza di quei momenti, le mille sfumature legate a ogni istante in qualche modo non vadano perse dalla mia memoria, non vengano sovrascritte da altre situazioni”.

Ecco allora che conoscenza scientifica e abilità tecniche non possono essere sufficienti per curare le persone: diventa necessario avere strumenti idonei ad ascoltare davvero i cittadini e riconoscere la loro agenda come la propria, senza distorcerne la voce attraverso il filtro scientifico.

Ritengo che la medicina narrativa e una valorizzazione dell’ethos umanitario rappresentino gli strumenti essenziali per porsi in ascolto e assolvere al compito della cura.

Nuovi strumenti di intervento: medicina narrativa, ethos umanitario

La medicina narrativa è una concezione della scienza medica che ne sostiene la componente comunicativa e ne esplora le opportunità pratiche e di ricerca. Riuscire a comprendere la dimensione narrativa della medicina, dare forza e sostanza alle storie individuali, significa instaurare un particolare processo di scambio, ricercando il terreno comune della cura attraverso l’empatia con il paziente e i suoi cari.

In questo sforzo gioca un ruolo fondamentale l’ethos umanitario, l’altro pilastro citato da Karl Jaspers: trans-curarlo può generare l’abitudine (significato originario di “ethos”) di avere a che fare con corpi malati; organi anaffettivi, piuttosto che persone sofferenti. È a partire da questa cattiva abitudine che il termine “umanitario” affievolisce il suo valore, fino a disperdersi in rivoli contrattualistici che, facendo salva la forma della prestazione sanitaria, ne sviliscono il significato etico.

Eppure l’ethos umanitario dovrebbe rappresentare l’atteggiamento, la postura naturale di ogni medico quando intende aver cura di chi è nella morsa della sofferenza; postura che, per nulla metaforica, è uno sbilanciare il corpo in avanti per ascoltare con più attenzione il racconto del paziente.

Il percorso formativo che si propone in fondo è semplicemente questo: l’acquisizione di capacità etiche e comunicative che preparino i professionisti della salute a curare le persone e le malattie che le colpiscono.

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Autore
Laureato in Medicina e in Filosofia, docente di Medicina Narrativa presso la Facoltà di Medicina della Università Politecnica delle Marche, bioeticista del Comitato Etico della Regione Marche. Tra le pubblicazioni, Trattare le malattie, curare le persone (Franco Angeli 2015), Persone che curano (Aracne Editrice, in corso di stampa).
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