Quindicinale n.41, 11 gennaio 2017

Du iu spik inglaliano?

La lingua italiana alle prese con tutti i suoi dialetti inglesi, divisi per settore professionale e per contesto
inglese_veicolare
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Ciao Nicola e grazie per la tua disponibilità ad una partnership. In seguito ai forecast per il 4Q, il board ha effettuato un assessment del workstream, definito un forte committment per efficientare tutto il processo di execution, in modo da implementare dei nuovi KPI, on time per il kick-off del FY 2018. Sei qui perché tu sei skillato sul task: Puoi darci dei tips per un teambuilding, in modo che possiamo shareare il knowledge? Mi raccomando tutto deve essere pronto per il prossimo boardmeeting, per cui rispondi ASAP. Ti chiediamo di firmare un NDA: in ogni caso sono confidente che delivererai un output che fitta con le aspettative. Scheduliamo una conference call così facciamo il planning del deployment.

Non è che tutte le volte che un cliente chiama, parla così; a volte usa un italiano comprensibile ai più, ma di media un po’ di esotico inglese appare con poca parsimonia. Sull’uso degli anglismi nel gergo aziendale si è parlato e scritto molto; come Annamaria Testa e tanti altri che si impegnano meritoriamente nella difesa della nostra lingua. Prima di proseguire, prova a fare una stima: quante sono, in percentuale, le parole in inglese nel testo sopra?

Perché sarebbe interessante capire se la soglia che ci rende intollerabile o grottesco un testo è qualitativa (ovvero la presenza di specifiche parole nel testo incriminato) o quantitativa (se esiste un numero di parole anglofile in una frase superato il quale reputiamo che il limite del buon gusto sia stato sorpassato). Magari le soglie da superare potrebbero essere più di una: entro una certa soglia è italiano, poi superata la soglia successiva diventa itanglese, poi ancora inglaliano e infine si sfocia nell’inglese vero e proprio, con residue parole in italiano.

Nel testo sopra, il correttore di Word sottolinea in rosso 15 parole come “errate” ma altre le considera corrette in italiano: KPI, Kick-off, FY, task, ASAP, NDA, Output, conference call, planning.  28 su 139, il 20%. Poco o molto? È possibile che la tua stima sia stata leggermente superiore al 20%, ma poco conta: è la domanda ad essere mal posta.

Credo che ad avere una profonda influenza sulla risposta, sia lo specifico dialetto che parliamo ed il contesto in cui lo usiamo. La frase con cui ho esordito è palesemente forzata in un contesto (questo numero di Senza Filtro) in cui ci si aspetta una forzatura di qualche tipo. Per cui anche un manager che parla fluentemente l’inglaliano noterà la forzatura e magari ci farà un sorrisino sopra pensando a tutte le volte in cui ha sentito abusare dell’inglese. Lo stesso manager potrebbe serenamente usare una frase simile durante un meeting senza battere ciglio e tornando a casa dovrà switchare (oops, cambiare) lingua per farsi comprendere dalla famiglia (probabilmente non ci riuscirà lo stesso, nonostante il cambio di lingua, ma questo è un altro discorso).

I dialetti italiani dell’inglese

Per “dialetto” intendo la particolare forma di itanglese o inglaliano parlato in quello specifico contesto, lavorativo o meno. Le tribù degli IT, ad esempio, parlano la variante informatichese che consente loro di comprendersi anche se vivono in contesti aziendali o geografici molto differenti fra loro e al contempo di essere completamente incomprensibili e criptici per i loro colleghi del piano di sopra; i Marchettari invece parlano un dialetto completamente diverso (il marchettaro, appunto), risultano a loro volta incomprensibili ai colleghi di HR (RU). E questo vale per tutti gli altri universi paralleli che convivono in un unico posto di lavoro.

L’italiano è violentato in azienda? Sì. E pesantemente anche. Ma facciamocene una ragione: esistono contesti e situazioni in cui alla fin fine si è più efficaci usando dialetti bizzarri e innaturali ma condivisi. Del resto, a volte un paziente italiano fa più fatica a comprendere un medico italiano che parla italiano (“italiano” secondo il medico: nella realtà sta usando, spesso dolosamente, il medichese, altro dialetto professionale). In fondo non è più innaturale la caparbietà con cui i francesi si ostinano a difendere la lingua e a chiamare il mouse “souris”? Qualcuno di voi troverebbe più elegante cliccare su un topo?

Allora si torna ai vecchi cari principi della comunicazione. Esiste una comunicazione “giusta”? No. Esiste una comunicazione adeguata: al contesto, ai presenti, ai contenuti. Semmai la difficoltà risiede proprio in questo, nello sforzarsi di ascoltare (e capire) il contesto in cui siamo, comprendere chi siano i nostri interlocutori, quali esigenze hanno e adattare i nostri contenuti ad essi. Ho lavorato a Ginevra per una banca svizzera e avevo in aula solo svizzeri. Svizzeri tedeschi, svizzeri francesi e svizzeri italiani. L’unica lingua in cui è stato possibile fare il corso è stata l’inglese, perché era l’unica che non ledeva l’identità linguistica dei presenti. Bizzarro? Certo. Efficace? Altrettanto.

L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo ed è bellissima, è giusto difenderla ed usarla nel modo più corretto possibile, fuor di dubbio. L’inglese è di converso una lingua bagascia, che si adatta a tutto e a tutti rendendosi disponibile a soddisfare qualunque perversione pur di sopravvivere. Darwin (un inglese) parlava di “survival of the fittest”: sopravvive il più adatto.

A me capita di lavorare in Italia in multinazionali in cui l’inglese è la lingua franca, parlata in tutte le situazioni in cui ci sia almeno un collega presente che non parla la lingua di tutti gli altri: è una questione di politeness (o educazione). Allora si parla lo standarglese, un inglese profondamente violentato nella sua struttura, pronuncia e sintassi ma comprensibile da tutti. Perfino dai madrelingua inglesi. Tanto appena appare una macchinetta da caffè si torna tutti all’italiano e del collega straniero non si cura più nessuno.

That’s all, folks!

 

(Photo credits: unsplash.com)

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Autore
Incapace di specializzarsi in qualcosa, se oggi non fosse quasi considerata una parolaccia potrebbe essere definito poliedrico. Laureato in economia e commercio, master in general management, è formatore dal 1991 su tematiche di sviluppo manageriale. Dirige dalla sua nascita Spell srl (2001), società focalizzata sulla formazione e comunicazione interna. Ha contribuito a portare il teatro d'impresa in Italia, scrivendo e portando in scena diversi monologhi e scrivendo decine di sketch. Ha creato il sito no profit Videodimpresa.com per la condivisione della cultura manageriale. Grande appassionato di immagini in movimento è riuscito a farne un lavoro, creando Videodimpresa, divisione specializzata nella realizzazione di video di comunicazione aziendale. Ha pubblicato articoli e libri. Dal 2003 insegna a contratto Marketing Avanzato nel CPO dell'Università di Urbino. Il suo penultimo amore professionale è l'economia comportamentale della quale ha letto molto, ha scritto un monologo e un paio di articoli. Musicista autodidatta, si è sempre ben guardato dall'esibirsi in pubblico.
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