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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

E se lo studente disilluso ed il professore antiquato si parlassero?

Confronto immaginario per ripensare un’università all’altezza di questi tempi 
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Da un lato il professore antiquato lamenta il disinteresse e l’impreparazione dei propri studenti, dall’altro lo studente disilluso punta ad ottenere un pezzo di carta facendo esami che trova inutili, poco aderenti alle competenze che servirebbero per lavorare.

E se lo studente disilluso ed il professore antiquato si parlassero? Prima di scoprire cosa ne verrebbe fuori, mettiamoci nei panni di ciascuno dei due.

Breve storia triste dello studente disilluso

Entri in università e sei un numero, il numero di matricola che ti accompagna negli esami in cui vai male e in quelli in cui prendi un 30 facile. Sei uno dei tanti, sia quando cerchi un posto a sedere per la lezione – rigorosamente frontale- sia quando provi ad orientarti nella burocrazia della segreteria universitaria.

Affronti gli studi perchè sai che senza laurea non andrai da nessuna parte e vieni bombardato di messaggi che ti dicono che non andrai da nessuna parte comunque. Ti imbatti nel video di Steve Jobs che ti incoraggia a “follow your dream”, ti entusiasmi per un attimo, ma poi non sapendo bene cosa sognare ti accontenti di un aperitivo.

Se sei di quelli studiosi, che inanella un 30 e lode dopo l’altro, rischi di convincerti che saper citare teorie e concetti altrui sia sufficiente per avere successo e quando al primo stage non ti coinvolgono da subito nella definizione delle strategie aziendali ti senti sottovalutato perchè vorresti fare di meglio.

Visto che ti dicono che di lavoro in Italia non ce n’è ti convinci che dovrai andare in un fantomatico estero fatto di amici che sono già partiti a fare gli infermieri in UK o gli architetti in Egitto. Sai che ti mancherà la pizza, ma che bene o male sarà un’esperienza, perchè tanto di quello che hai studiato a livello lavorativo te ne fai poco.

L’intollerabile degrado culturale agli occhi del professore antiquato

Seguire un numero crescente di studenti sempre meno preparati è un’impresa, mantenere le distanze e proporre prove a sbarramento è l’unico modo per mantenere uno standard qualitativo alto. Negli ultimi anni i ragazzi arrivano in università con gravi lacune di cultura generale, scrivono facendo banali errori di ortografia. E’ demotivante, l’unica arma che ho per spronarli è bocciare al primo errore.

Si è sempre fatto così, chi propone di modificare un programma ed un sistema di comprovata qualità per adeguarsi ai tempi moderni non sa di cosa parla.

Lezioni in webinair, portali su cui condividere slide di presentazione…tutte queste diavolerie tecnologiche costringono i docenti ad investire tempo ed energie a titolo personale senza essere del tutto preparati. Per non parlare dei frequenti problemi tecnici…

Seguirla per la tesi? Lo farei volentieri, ma quello che vuole investigare è un argomento davvero poco affine al mio ambito di ricerca. Sa io mi occupo principalmente di sistemi di trascrizione fonetica alternativi per lingue estinte, o meglio, morte.

Due facce dello stesso sistema universitario

Se lo studente disilluso parlasse con il professore antiquato gli direbbe basta con le lezioni frontali! Stare in cattedra a riversare contenuti su una platea passiva non significa insegnare. Una vera lezione deve prevedere partecipazione attiva, interazione e rimandi a temi di attualità ed ad altre discipline.

Per argomentare le sue posizioni lo studente disilluso citerebbe il cliccatissimo TED talk del 2006 dove Ken Robinson sosteneva che il sistema scolastico classico uccide la creatività. Una volta riconosciuto il valore della creatività allora professore e studente si chiederebbero come svilupparla e penserebbero a seminari, dibattiti e laboratori da inserire all’interno dei corsi, prevedendo occasioni di scambio tra studenti, professori e aziende.

Confrontandosi con lo studente disilluso il professore antiquato si renderebbe conto che il più importante cambio di strategia consiste nello spostare il focus dalle conoscenze alle competenze, progettando percorsi formativi che offrano agli studenti occasioni per sviluppare le skill effettivamente necessarie nel mondo del lavoro. Invece di chiedere chi, come e quando ha ideato una tale teoria, gli esami dovrebbero richiedere allo studente di dimostrare di saper fare, attingendo alle conoscenze acquisite.

Ascoltando le obiezioni ed i timori del professore antiquato, lo studente disilluso si renderebbe conto che gli stessi docenti necessitano di formazione continua per sviluppare ed affinare competenze didattiche, tecnologiche e comunicative. Le tecnologie non devono essere un’antipatica scocciatura, ma uno strumento prezioso, un’occasione da sfruttare.

Lo studente disilluso ed il professore antiquato se comunicassero riuscirebbero a capire che sono due facce della stessa università alla disperata ricerca di risposte. Perchè tra le parti si instauri un confronto costruttivo è indispensabile che il professore antiquato trovi il coraggio di scendere dalla cattedra che lo separa dal mondo reale e che lo studente vinca la voglia di lamentarsi a vuoto e trovi la forza di dire la sua. Gli studenti con la loro intelligenza ed il loro tempo sono una delle principali risorse a disposizione per costruire soluzioni per un’università diversa che sia all’altezza di questi tempi. Se lo studente disilluso ed il professore antiquato si parlassero ne uscirebbero più moderni e più fiduciosi.

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Autore
Sono cresciuta professionalmente in (e con) John Peter Sloan — la Scuola—, dove sono diventata Responsabile dei corsi aziendali. Mi occupo di didattica e progetti formativi che permettano a chi è coinvolto — persone, aziende e insegnanti — di mettersi in gioco, crescere e divertirsi. Ho studiato cinese perchè mi piace l’idea di specchiarmi nella diversità. Ho vissuto e lavorato in Inghilterra, Spagna e Cina, ma mi sento molto italiana.
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