Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 10. I Distretti

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Per essere bravi in geografia non basta solo studiare, serve anche un buon senso dell’orientamento e l’Italia notoriamente ce l’ha più come forma di rotta creativa che non come bussola per i buoni affari: sappiamo inventare bene ma ci perdiamo un po’ per strada.

I nostri distretti produttivi raccontano perfettamente il carattere di questo Paese che dagli anni Settanta ad oggi li ha prima fatti nascere con buone intuizioni imprenditoriali e poi li ha fatti crescere come si fa in certe famiglie numerose e indaffarate, quelle in cui a un certo punto tocca guardarsi un po’ intorno e cavarsela da soli.

La politica italiana, dagli anni Novanta in poi, se ne è occupata pensando che il semplice legiferare fosse una buona dimostrazione di attenzione, finendo invece con l’accumulare leggi e decreti (il Decreto Guarino è il primo che si ricorda, era il 1993) che a forza di ingabbiare le produzioni in modelli, hanno tolto fiato alle imprese. Distretti industriali che agli inizi del Duemila furono trasformati in Sistemi locali del lavoro, cioè “aree identificate sulla base del pendolarismo per ragioni di lavoro”: alle Regioni sarebbe spettato il compito di individuare i comprensori produttivi sui propri territori ma i parametri nazionali troppo rigidi impedirono ad alcuni Enti di legiferare e l’Emilia Romagna se lo ricorda bene. Da lì, poi, il salto in lungo del legislatore verso le Reti di impresa e i contratti di rete. Negli ultimi dieci anni si è abusato talmente tanto dell’espressione “fare rete”, che alla fine siamo andati in autogol.

Se guardiamo ai distretti di oggi, da nord a sud, ci accorgiamo che mancano sia gli investimenti che la domanda interna. Mancano però anche le buone infrastrutture della comunicazione, il gap sulle applicazioni digitali è ancora alto, la formazione viaggia troppo scollegata dal vissuto delle imprese, la macchina burocratica non allenta la morsa.

Alla parola distretto non possiamo più associare solo medie statistiche e previsioni economiche perché se continuiamo a misurarli solo in volumi rischiamo di perderne tutta la profondità di impresa. Se li guardiamo invece come acceleratori verso l’esterno, molto potrebbe cambiare, a patto però di puntare su logiche più realistiche e meno claustrofobiche. Quarant’anni fa averli valorizzati nel recinto della manifattura e delle interrelazioni si rivelò vincente. Oggi all’Italia serve un senso dell’orientamento differente perché da quando la globalizzazione ha allungato le filiere, la geometria dei distretti non basta più.

Nel numero 10 di Senza Filtro abbiamo scattato un’istantanea su questo modello industriale italiano e l’interpretazione sociologica affidata a Domenico De Masi non fa sconti sul fatto che è ora di raccontare con più chiarezza come va il mondo del lavoro di fronte alle accelerazioni tecnologiche. Con i nostri collaboratori abbiamo poi fatto il quadro sull’occupazione giovanile nei distretti, i settori in ripresa, la spinta sull’export che ne ha salvati non pochi, il bisogno di uno sviluppo organizzativo diverso, il peso delle logiche ambientali. E’ un’Italia che in tutta la sua lunghezza ci ha fatto da specchio per una geografia di impresa che vorrebbe mostrarsi spaccata e diversa dall’alto in basso ma che in realtà ha molto in comune.

Quei figli cresciuti un po’ soli, senza troppo sostegno, possono ripartire solo allungando lo sguardo.

I distretti produttivi americani, altro tessuto e altra storia, qualcosa però ci insegnano: mentre noi aggregavamo le piccole medie imprese con quelle più grandi affinché queste ultime trainassero poi tutti, negli Stati Uniti i piccoli andavano autonomamente sul mercato interno come fossero esterni al distretto e usavano la rete come il cestello della lavatrice che spinge in fuori, forte, su mercati nuovi, qualsiasi essi fossero.

Imparare a usare bene lavatrice e centrifuga: ecco cosa possono iniziare a fare quei figli per cambiare vita e rendersi autonomi.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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