Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 13. Competizione

herbie
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E’ sempre curioso incrociare verbi senza participio passato, verrebbe da dire che non abbiano una storia alle spalle. Mi è successo poco fa pensando alla parola competere. Una di quelle parole a cui non servono le buone maniere perché a modo suo va dritta al sodo, centrando l’obiettivo. Ce l’hanno descritta così, fin da piccoli, e ce l’hanno trasferita talmente male che oggi, adulti al lavoro, non capiamo più se sia un bene o un male questa competizione da gestire. Con questo stato d’animo ci convivono i bilanci, l’export, il medagliere, i colleghi, gli indici di ascolto, le miss. Tutti concorriamo ma in fin dei conti non lo vorremmo fare in questo modo.

Per pura inerzia, il risultato vincente è sempre associato alla spinta: più lavoriamo più produciamo, più siamo forti sul mercato più incutiamo timore ai concorrenti. Il “più” descritto come illusione di un successo garantito quando invece sarebbe meglio alleggerire. E’ di questi giorni la notizia della sentenza con cui la Cassazione ha definitivamente rigettato il ricorso di Loro Piana per un episodio di ben undici anni fa quando una dipendente fu sanzionata perché non si era presentata al lavoro il 6 gennaio. La Corte è stata chiara, tornando a ribadire un indirizzo giurisprudenziale già emerso nel 2007 dalla Corte d’Appello di Vercelli nei confronti dell’azienda: se l’accordo tra le parti non c’è, il datore di lavoro non può imporre in alcun modo ai suoi dipendenti di presentarsi al lavoro nei festivi infrasettimanali (salvo eccezioni per alcuni settori sensibili). Non sono notizie irrilevanti, queste. Lasciano trasparire quella smania aziendale dell’efficienza a tutti i costi, come se perdere un giorno di lavoro pregiudicasse il fatturato di un anno intero. Per competere sul mercato non serve spremere macchine e lavoratori. Il problema sta a monte e fà i conti con l’organizzazione e con le idee.

All’estero, da oltre vent’anni, la competizione ha cambiato pelle e si è fatta furba puntando allo scambio piuttosto che al primato: è la coopetizione di cui troverete tanti esempi in questo numero. Per restituire dignità a un verbo che se lo merita, abbiamo anche scavato nelle ragioni dello sport e della musica, consapevoli che il concetto di agonismo porta fuori strada l’etica se tenta da solo la volata. Anche la politica industriale e la logica del servizio pubblico svuotano di senso la competitività italiana, così come l’export di casa nostra che punta alla riscossa internazionale coi voucher dello Sblocca Italia o come la favola del “piccolo è bello” che ha fatto addormentare il Paese invece che i bambini. Abbiamo salvato per i capelli il Made in Italy da un’Europa vigliacca e il Barone di Münchausen sembra ancora incredulo.

Anche nell’eCommerce, dove tutto pare virtuale e il mondo è in un carrello, i falsi miti portano fuori strada chi pensa che la competizione si presti solo al vile prezzo. Analizzando i canali di informazione, in bilico tra giornali e social network, è chiaro che gran parte della categoria dei giornalisti snobbi le fonti non canoniche e l’ultima edizione del “Social Journalism Study” non ha sconti per nessuno. C’è un’Italia bella ma scomposta, insomma, là fuori.

Competere bene non vuol dire fare di più ma farlo meglio. Il lavoro ci ha irrigiditi e sfiduciati. Crediamo che le nostre professioni debbano spuntarla sempre su qualcosa, ci hanno convinti che funzioniamo bene solo quando battiamo qualcun altro. La competizione è cercare di capire chi siamo mentre intorno tutti segnano punteggi. Da bambini si competeva per un gioco in strada o per una scusa e basta, da grandi è ben diverso perché la sfida cambia continuamente traiettoria. Crescendo dimentichiamo i modi con cui da piccoli cercavamo di spuntarla, quando ci bastava un’idea per avere la meglio e cavarcela da soli. Chissà se è la stessa memoria corta con cui abbiamo fatto fuori il participio passato di competere.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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