Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 15. Produttività

produttività
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Le notizie sulla crisi economica mi ricordano sempre le previsioni meteo dove alla fine ognuno sceglie quelle più vantaggiose, tanto non concordano quasi mai tra loro.
Molte fonti istituzionali tirano da alcuni mesi un sospiro di sollievo, flebile ma lo tirano: pare che in fondo al tunnel qualcuno abbia acceso un neon. Eppure, fuori da lì, picchettano ancora le notizie scomode, quelle insomma che annunciano ancora pioggia e gelo.
In questi casi, non c’è niente di più utile che valutare le sentinelle intermedie. L’allarme appena lanciato dall’Osservatorio Confesercenti fa un po’ al caso nostro: sarà pur vero che il mercato è in ripresa ma le attività commerciali continuano a chiudere. Persi 6 mila negozi dal 2014, circa 30 al giorno in tutta Italia. Confesercenti, per stilare questo quadro, è andata a chiedere alle imprese di intermediazione mobiliare che continuano a registrare il rumore delle saracinesche che si abbassano per l’ultima volta.

Dal mondo del commercio a quello delle imprese, anche lì vale la pena capire cosa succede dalla voce di chi trasforma la parola lavoro in prodotto e mercato. L’Italia è o no un paese produttivo? Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha recentemente scaraventato un macigno nello stagno ma tutti hanno fatto finta che fosse un sassolino: durante l’ultimo Meeting di Comunione e Liberazione ha proprio detto che “la produttività è una cosa un po’ strana, si misura spesso in un modo non chiaramente osservabile. Però può essere interpretata in vari modi. Dire che un Paese è un Paese a bassa produttività – ed è vero che l’Italia lo è se si guarda soprattutto ai dati aggregati – quasi meccanicamente porta con se’ un giudizio mi verrebbe da dire etico: un paese a bassa produttività è un paese di fannulloni, un paese in cui la gente non lavora, in cui imbroglia. Paradossalmente è esattamente vero il contrario. In Italia, e questo si può andare a vedere scavando nei dati, la produttività è lo sforzo. Il risultato che viene dallo sforzo è spesso basso non perché gli italiani – a qualunque tipo di mestiere si applichi questo ragionamento – lavorano poco ma perché lo fanno in un ambiente e in un contesto d’impresa a volte insufficiente”.

Padoan, insomma, ha fatto tana con gli imprenditori ma tutti continuano a giocare a nascondino.
Questa sua dichiarazione coraggiosa è stranamente passata inosservata dalla stampa; Senza Filtro ha scelto di riportarla a galla e ha intervistato un campione significativo di manager e direttori d’azienda toccati nel vivo da questa legittima provocazione.
La produttività non può più essere solo un numero e una virgola. La produttività deve rimotivare le persone e farlo fin da giovani. Un esempio su tutti è la Germania che andrebbe sempre un po’ sbirciata non tanto per copiarla pari pari ma almeno per studiarne un po’ la logica. Lì, dove dal secondo dopoguerra erano partiti su basi economiche simili alle nostre – industria manifatturiera e spinta verso l’ export – la differenza nel lungo periodo è stata fatta dal sistema scolastico (instradare precocemente i ragazzi su percorsi formativi ben distinti), dalla sua interazione con la dimensione aziendale e, ad un livello superiore, dal canale naturale creato tra ricerca e produttività industriale.
Mettere il naso dentro alle aziende usando il filtro della produttività facilita la comprensione di molte logiche: il ruolo della comunicazione interna, il nuovo approccio chiamato smart working, il filo prezioso del mentoring dai meno giovami ai neo assunti, gli stimoli degli ultrasessantenni che si rimettono in gioco, la riduzione dell’orario di lavoro come parametro di un nuovo stile di vita, le incompatibilità con le economie sostenibili, il peso dell’economia della rete, i volumi dell’industria discografica tra modelli di consumo tradizionali e nuove piattaforme.

Le anticipazioni di poche ore fa sulla prossima legge di stabilità parlano di un premio sulla produttività aziendale che cambierà forma, diventando una vera e propria defiscalizzazione immediata in busta paga sulla scia degli 80 euro. L’Italia ha voglia di correre anche su questo, pare di capire. La corsa, però, non è uno sport adatto a tutti e non va mai imposto: accelerare è un bene nella misura in cui la struttura è pronta a reggerlo. Le imprese e il commercio italiani hanno bisogno di alleggerire la pressione ma vogliono essere ascoltate e conosciute, oltre al fatto che negli ultimi anni si sono allenati ben poco. Il Ministro Padoan ha mandato un chiaro messaggio alle imprese, davvero profondo. Ora, se il meteo mette sole, le aziende possono anche tornare all’aria aperta e riaddestrarsi alla ripresa ma è da dentro che gli imprenditori dovrebbero monitorare il meteo: infatti è sull’organizzazione interna del lavoro e sulle relazioni che cala spesso nebbia e accelerare potrebbe essere un rischio. Guidare con cautela, sapendo bene dove andare, aiuta sempre.

 

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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