Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 24. Metti la cera, togli la cera.

editoriale senzafiltro 24
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Le fiabe, insieme ai genitori e ai tanti calci a un pallone, ci hanno fatto crescere più in fretta di quanto pensiamo ma purtroppo lo abbiamo scordato.
Quel mondo, con cui più o meno tutti abbiamo fatto i conti, all’improvviso scompare per fare spazio al fiume in piena delle azioni. Ecco che il fare, a un certo punto, conta più che immaginare. Cresciamo a scomparti di età, sogni da bambini e delusioni da grandi, convinti che avere cinque anni sia più semplice che contarne cinquanta. Ma chi l’ha detto che siamo così diversi rispetto al passato? I bambini conoscono spensieratezza e gioco ma anche fatica e paura, ci mettono l’anima per vincere una sfida e se non ce la fanno penano l’inferno come noi.

Ogni fase della vita ha voglia di crescere bene se glielo permettiamo fino in fondo, la differenza sta negli strumenti che prendiamo in mano per formarci. Le fiabe hanno sempre avuto un potere smisurato: parlavano la lingua dei bambini, descrivevano bisogni ed emozioni, favorivano l’identificazione e allentavano le paure. Insomma, con le fiabe abbiamo avvicinato i mostri e li abbiamo guardati in faccia stando al sicuro dentro un libro. Nelle fiabe abbiamo riconosciuto l’eroe racchiuso in noi, altro non era che fiducia o autostima, e tutto ci è sembrato possibile anche solo per il tempo di una notte.

Nel lavoro di oggi, trenta o quarant’anni dopo quelle pagine, cerchiamo le stesse rassicurazioni per imparare bene mestieri e valori, vorremmo sperimentare l’errore senza l’ansia ma ci mancano delle buone sale prova. Chi sta nei piani alti ci fa capire che la formazione o è un costo da ridurre o non serve proprio a nulla. Per la maggior parte delle aziende, la formazione conta solo se l’idea è originale e nuova ma dagli anni Duemila ad oggi ne abbiamo visti fin troppi di manager appesi ai ponti tibetani o con le mani infarinate ad imbracciare matterelli fra le zdaure. Sia chiaro, ogni progetto di formazione vale nella misura in cui restituisce coerenza di valori aziendali e congruenza con le azioni del giorno dopo.

La formazione che abbiamo raccontato in questo numero di Senza Filtro parla di ciò che vediamo tutti i giorni: i rischi di un tuttologo in azienda, cosa abbiamo studiato a fare, come evitare il bullismo nelle scuole, lo scadimento formativo nei mestieri tra turismo e ristorazione, come ci si forma all’estero, il valore dello sport come metodo di insegnamento, il significato di parole come privacy, certificazioni e sicurezza, la resistenza dei capi a frequentare corsi per se stessi, il groviglio delle offerte formative, l’importanza di una beata ignoranza.

I modelli formativi fanno da specchio alla società e alle sue scale, decennio dopo decennio. Anni ’50: produrre tanto e presto. Anni ’60: è ora di formare il management. Anni ’70: cala l’autoritarietà, nasce il coordinamento. Anni ’80/90: i modelli americani monopolizzano e illudono, dilagano i master e i post laurea, sale la confusione tra ciò che vale e ciò che luccica. Anni 2000: toglietemi tutto ma non l’esperienza.
Le lotte interiori dei bambini coi personaggi delle fiabe stimolano da sempre la formazione di un proprio senso morale, là dove i personaggi non possono mai ambivalere. Mostri o eroi, non c’è via di mezzo quando si è ancora piccoli. Crescendo sviluppiamo per fortuna un equilibrio più completo ma continuiamo ad aver bisogno di identificazioni positive: che non se lo scordino mai le aziende e i board indaffarati. Fateci sbagliare più spesso, mostrateci più etica, provate a tirar fuori il nostro eroe e assumetelo anche solo per un giorno.  Rendeteci liberi nella nostra espressione e mai dipendenti da voi. Non ci bastano più le briciole tracciate nel bosco a suon di formatori: lo sapete meglio di noi che per crescere professionalmente non basta segnare un percorso. O vi servono Hansel e Gretel come consulenti?

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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  • Ottima riflessione, grazie Stefania. Sentirsi liberi di provare, cambiare le cose e sbagliare avendo la certezza di aver comunque imparato qualcosa e’ cio’ di cui abbiamo bisogno.

  • Massimiliano Franz

    Non è più tempo di favole, giustamente, Stefania. Ora siamo grandi ed abbiamo bisogno di concretezza. E più che di un lieto fine abbiamo necessità di tanti nuovi inizi. Ed ora volta la carta …

  • Anna I.

    “…ogni progetto di formazione vale nella misura in cui restituisce coerenza di valori aziendali e congruenza con le azioni del giorno dopo.” Ecco. Io ho lavorato per tanti anni in una grande azienda che mi ha fatto seguire tanti corsi, anche interessanti, ma spesso inutili in quanto non avevano un immediato riscontro nelle attività. Questo perché le faceva comodo far vedere che ci teneva al costante aggiornamento dei suoi dipendenti. Ho poi lavorato invece in un’azienda, parte di un altro grande gruppo, che non mi ha fatto seguire alcun corso ne’ formazione alcuna, perché non aveva alcun interesse a farmi aggiornare e migliorare professionalmente: questo perché aveva già deciso che doveva fare a meno di un determinato numero di risorse, comprate dalla prima grande azienda di cui sopra.