Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 30. Niente di nuovo?

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Il nuovo non è sempre nuovo, in molti casi va solo più veloce.
Più o meno tutti oscilliamo tra il bisogno di un cambiamento e il desiderio che avvenga in maniera rapida e indolore; succede perché conviviamo con una profonda contraddizione interiore: cerchiamo il massimo risultato al minor sforzo ma purtroppo abbiamo imparato a vivere da energivori e finiamo per consumare troppo. E’ lì in mezzo, in quell’equazione mondo fratto uomo, che vale la pena infilare dei pensieri.
Il primo è un qualcosa che non si dice mai: il nuovo non è per tutti. Il verbo innovare, che da anni satura le conversazioni, le aziende e il lavoro, alla fine ha mescolato fin troppo le carte. Più se ne parla, più sale la smania collettiva di stare al passo col tutto senza però avere quell’onestà necessaria che ci dica a che punto stiamo, cosa possiamo permetterci e dove vogliamo andare. Per innovare non bastano idee chiare, ci vuole la luce.
Elon Musk, il nome multimiliardario che sta dietro Tesla Motors e PayPal, lo conferma. Lui è già su Marte, dove con le sue navicelle sta organizzando le prime spedizioni di merci dal 2018; per le persone ci sarà da aspettare qualche anno in più ma pare abbia già ipotecato il 2030. Ad ogni modo il listino prezzi è pronto, per chi volesse prenotarsi fin da adesso. Leggere queste notizie non può lasciare indifferenti, ognuno le ricali sulla propria velocità di crociera ma senza ansie da prestazione.
Il secondo pensiero va di pari passo col fatto che non tutti abbiamo il senso del tempo, di conseguenza nemmeno le aziende o le libere professioni che vivono di quelle persone. Per introdurre logiche nuove non basta avere il ritmo, bisogna proprio saper ballare. Soprattutto gli imprenditori dovrebbero chiedersi più spesso per cosa sono davvero portati e con quali passi conviene muoversi perché la loro responsabilità aumenta in relazione a tutti i collaboratori che si portano dietro, vite comprese. Sono invece sempre troppi quelli che ballano da soli e ballano male perché presi più dal ritmo che dal movimento armonico: guidare persone e progetti, così come stare in equilibrio, non è un dono di tutti ma il risultato già migliora se si guarda un punto fisso.
Smettiamola di credere che sia proprio necessario correre in massa verso il futuro, molto meglio muoversi valorizzando le velocità diverse, rischiando persino di restare apparentemente indietro. Oppure, perché no, rallentare il passo per vedere cosa succede mentre tutti cercano di arrivare primi. Le provocazioni sanno essere buone consigliere se non le prendiamo troppo sul serio.
L’ultimo pensiero guarda infine ai valori, non ai prodotti. I valori non si innovano, loro semplicemente ci somigliano. E’ nello specchio che dovremmo andarci a riconoscere più spesso senza immaginare come vorremmo essere. Il lavoro stesso si lascia guardare meglio se non gli mettiamo l’ansia addosso. Sollevando solo un po’ il velo delle statistiche che gli remano contro, ci accorgeremmo che ci sono molti più dettagli di quello che l’insieme vorrebbe raccontare. Il lavoro, e con lui il mercato, può nascere da luoghi imprevedibili o finora inesistenti o persino avversi sulla carta.
La cultura e l’arte sono i primi esempi di un’economia del lavoro che noi italiani dovremmo nutrire senza remore, accettando il contrappeso della temporaneità. Chiediamoci se Christo, con la sua installazione sul lago d’Iseo, non sia venuto a dirci che camminare sulle acque non è poi così impossibile se vogliamo dare un senso a ciò che genera. Anche il nuovo concetto di sostituibilità al lavoro e di utilità per gli altri apre riflessioni infinite: lo sanno bene quei professionisti del digitale – sia esso di programmazione o di marketing – che educano aziende il cui senso di presente e di futuro va in direzioni opposte rispetto a loro e dopo un po’ inevitabilmente si separano. L’editoria e le grandi scalate testimoniano che anche lì il sistema è cambiato: a decidere non sono più le logiche di maggioranza, ora la voce grossa la fa il mercato e per la prima volta se la battono alla pari azionisti grandi e piccoli. Meno affascinante è il nuovo che si affaccia nei trattati commerciali o in quella attitudine all’individualismo che da dietro un tablet spacciamo comodamente per condivisione sociale. Ad ogni buon conto su Marte non possiamo andarci tutti e qualcuno dovrà pur commentare da quaggiù.
Il lavoro vorrebbe pur essere un’erba spontanea se solo gli permettessimo di esprimersi e se solo imparassimo a riconoscerlo dove in troppi lo negano. Ci siamo giustamente abituati a diffidare delle erbacce tossiche o cattive, e ce ne sono per carità, ma ogni tanto dovremmo ricordarci che una volta erano le stagioni a regolare l’alimentazione e non viceversa. La terra veniva rispettata senza il bisogno di monoculture intensive ma l’industria moderna non la pensa più così. Gli ecologisti la chiamano biodiversità, noi potremmo semplicemente ripartire col coltivare nuovi lavori senza attribuire in partenza pericolose etichette.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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