Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 33. Scuola di strada, scuola dei libri

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La strada si è fatta nuvola, sarà per questo che la calpestiamo meno. L’accelerazione esponenziale della tecnologia ci ha fatto spostare in aria buona parte della nostra identità, mettendoci al riparo sotto un ombrello digitale dove non piove mai. Abbiamo scelto di sincronizzare i nostri dati in un unico cassetto ordinato e impalpabile dove la polvere non si accumula: da lì possiamo scaricarli, modificarli, aggiornarli e cancellarli senza il minimo sforzo. Si chiama evoluzione delle attività, ottimizzazione dei tempi, maggiore sicurezza: peccato che siano caratteristiche mutuate da buone logiche produttive e industriali.
Spesso il progresso della scienza semplifica la vita perché ci interpreta come macchine, semplicemente però non ci migliora come persone. Qui sta il punto: la responsabilità della crescita e a chi spetti.

È troppo lungo il salto in linea retta che va dall’istruzione al lavoro, troppo scarsa la connessione di progetto e di metodo; c’è un elemento rischioso che però li accomuna ed è l’illusione che basti lo sforzo. L’impegno è tutto, verità incontrovertibile, ma senza uno scopo con cui onorarlo perde il meglio del proprio valore. Farci studiare senza una miccia con cui immaginare chi vorremmo essere tra vent’anni  – col pieno diritto di cambiare idea strada facendo – è quasi inutile; farci lavorare spremendoci senza un’illuminazione che non sia un bilancio in attivo è socialmente dannoso. Finché studiamo siamo zaini da riempire e voti da incamerare, risposte giuste da dare e buone pagelle da esibire; quando iniziamo a lavorare, invece, ci fanno subito capire che l’aria è cambiata e che conta soltanto quanto siamo capaci di resistere.

Ci stanno propinando il lavoro come una sala pesi in palestra, convinti che la visibilità della massa muscolare sia il mezzo giusto per stare a galla o per salire in alto. Facciamo sforzi sovrumani pur di dimostrare che quei 10 kili in più che continuano a metterci sul bilanciere li reggiamo proprio bene ma sappiamo che non è così e più fingiamo di farcela più ci caricano con altri kili e via così: siamo sempre complici dei sottili compromessi con gli altri. È la conoscenza personale delle cose che ci permette di scegliere e decidere, è solo il bagaglio personale con cui andiamo in palestra che ci rende diversi e non i pesi che spostiamo. Nemmeno il sudore, da solo, può bastare al culturista perché anche per costruirsi un corpo perfetto servono nozioni di anatomia, fisiologia, biomeccanica e forse altro. Corpo e lavoro, due sistemi che conosciamo ancora troppo poco.

È il come andiamo in strada che ci cambia, non quale strada prendiamo o che punteggio facciamo. Non siamo abituati a questo cambio di visione perché di fatto, dalla scuola all’università, non ci preparano a formarci con le attitudini che ci ispirano al meglio, semplicemente ci dicono cosa studiare senza necessariamente capire e l’unico sforzo che ci viene chiesto è di memoria o di obbedienza. Piuttosto che instillarci il gusto dell’autostima per le tappe intermedie, mediamente chi sta ai posti di comando della nostra crescita, famiglie comprese, ci trasmette l’ossessione del risultato finale e quando ci arriviamo pensiamo di valere tanto o poco solo dal confronto con chi era in strada come noi.
Parametrarci continuamente con gli altri è il grande male con cui ci fanno il battesimo da piccoli e che poi, contagioso, cresce nelle aule universitarie per dare il meglio di se’ negli uffici d’azienda. La crescita resta un valore individuale anche se la misuriamo in mezzo agli altri e su questo non dovremmo mai farci depistare.

Da un certo momento in poi, a ognuno il suo, abbiamo la responsabilità della nostra crescita. Dopo i quarant’anni iscriviamoci a un corso per passione, qualsiasi corso sia, purché richieda uno studio, favorisca il confronto con un gruppo e preveda una commissione d’esame dal vivo.
Iscriviamoci perché troppo presto finiamo per associare l’inizio del lavoro alla fine di ogni prova, ecco il guaio. Certe prove invece vanno superate fuori, in strada o sui libri, e non sotto la bolla dell’ufficio: non possiamo delegare alla professione tutte queste responsabilità, dal ruolo sociale allo stipendio, dall’autostima alla costruzione di chi siamo.

Proprio ora che scienza e sostenibilità se ne vanno a braccetto per realizzare strade che siano drenanti con la pioggia o mangiasmog nel trattenere gli inquinanti, noi abbiamo premuto il digitale. Proprio ora che la tecnologia stava trasformando l’asfalto, noi abbiamo scelto la nuvola. Lassù però non ci si sporca, non si cade, non si sbaglia: pensiamoci bene prima di rinnegare la strada e le sue incognite benedette.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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