Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Editoriale 35. Senza Rete

senzarete
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Mestiere che fai, parola che trovi. E’ così, le parole sanno essere provinciali o cosmopolite, dipende da dove le mettiamo e cosa vogliamo tirarne fuori.

Negli ultimi dieci anni, guarda caso da quando il mercato politico-economico ha iniziato ad arrossire, con la “rete” i governi italiani ci hanno tirato su intere legislature di fumo, le associazioni di categoria ci hanno tenuto in scacco le imprese e chi non ne conosceva professionalmente il valore ci si è comunque lucidato l’immagine per non sfigurare agli occhi dei più.

Tra gli oltre 700 contratti collettivi nazionali – erano “appena” 398 nel 2008 – ce n’è uno anche per i retifici meccanici da pesca. Ecco, soffermiamoci un po’ qui. Nessuno meglio di chi va per mare conosce il valore della rete ma anche le insidie che nasconde. Qui sulla terraferma del lavoro, invece, in troppi continuano a ripetere quanto serva e quanto ripaghi il fare rete ma nemmeno si chiedono quale sia quella giusta da gettare sul mercato. Figuriamoci poi il salparla.

In effetti se c’è una regola che non ammette deroghe è che ogni tipo di pesca vuole la sua rete: ricordiamocelo la prossima volta che avremo bisogno di fare network perché non tutti i gruppi ci si addicono e, in particolare, non a tutti siamo capaci di adattarci. Lo suggerisce la psicologia, lo conferma il mercato.

Il secondo insegnamento che arriva dal mare è quanto conta la larghezza della maglia. Sono così tanti i modelli disponibili che la metafora col mondo del lavoro ci cade a pennello. Quando i pesci da catturare sono piccoli, basta una maglia semplice; se il pesce invece è grosso, l’intreccio dei fili cresce fino a due o tre maglie: nella prima ci si infila e oltre la seconda rimane impigliato. Ma è davvero questo che succede anche negli scambi personali e commerciali, davvero cerchiamo di intrappolare l’altro mentre affermiamo noi stessi? Forse non ce lo siamo mai chiesto fino in fondo per paura di sfigurare ai nostri occhi.

Quando lavorando diciamo rete, intendiamo proprio la maglia con tutti i fili. Ci riferiamo alla tessitura che, intreccio su intreccio, tira fuori i colori anche quando sono a tinta unita. Ne sanno qualcosa freelance e liberi professionisti che in mare ci vanno ogni giorno ma molto spesso senza rete. Devono usare l’ingegno o le mani o l’esperienza perché il mercato, come il mare, non perdona. Resta il fatto che le maglie, larghe o strette che siano, semplici o doppie che appaiano, prima o poi rischiamo il buco. Il buco ci sta, il buco è fisiologico, il buco spiazza la perfezione e costringe alla preziosa arte del riparo. Oggi le nuove generazioni di pescatori non ne vogliono sapere di ricucire le reti violate e i vecchi lupi di mare, che pur di non perdere il filo col mare continuano a infilare l’ago per dieci ore al giorno, presto lasceranno il mestiere per passare il testimone all’usa e getta. Chi si prenda cura dei buchi relazionali moderni resta invece la domanda più seria. Troppo impalpabile e rarefatta è l’aria del web per illudersi che qualcuno ne faccia manutenzione. Del resto chi non vorrebbe contare su rammendatori professionisti quando la falla si apre e il business ne risente?

Quella che per molti comodi professionisti è una rete di complemento o addirittura di svago – l’azienda è già il loro ombrello – per un freelance diventa rete di salvataggio dato che senza quei legami non arriva nemmeno a se stesso. E’ lui il protagonista indiscusso del terzo millennio, è il freelance che subaffitta vizi e virtù di questo mercato italiano. A guardarlo da vicino, tra attitudini personali e risultati, molti lo invidiano più per la proiezione di un’idea che per il coraggio dimostrato.

La rete non distrugge mai se non le neghiamo il suo respiro, la rete ha bisogno di esprimersi e dipanarsi e ogni tanto le serve essere sciolta per liberarsi in pieno.

Vale per le imprese, per i singoli, per i sistemi.

Anche i pesci grossi finiscono nella rete, pur essendo sembrati i più scaltri e veloci. I piccoli intanto non stanno mai a guardare, piuttosto si ispirano e cercano di imparare a crescere. Così fanno i freelance, ormai accecati dai privilegi del lavoro dipendente, che proprio per questo reclamano e al tempo stesso vanno al largo da quel ristagno.

Quando la smetteremo di ragionare per opposti, il mercato del lavoro ci sembrerà più ospitale. Rigido e strutturato lo stile delle aziende, flessibile e creativo quello del freelance: il solito luogo comune che mette a posto la coscienza e ripiega i sogni nel cassetto.

La recente ricerca condotta dal colosso bancario UBS sul panorama internazionale del lavoro traccia i numeri di un’evoluzione innegabile: la crescita esponenziale dei freelance rispetto ai dipendenti classici, con un’impennata del 45% registrata fra il 2004 e il 2013. Il dato del sondaggio si spinge sulle aspettative salariali finendo addirittura per sfatare una leggenda: il 65% degli intervistati vorrebbe lavorare per aziende o organizzazioni mosse anche da “intenti sociali” e un 83% di loro è anche disposto ad intascare “uno stipendio inferiore” pur di farlo.

Guadagnare meno, insomma, non spaventa più. Non so perché ma ho la vaga sensazione che UBS non abbia coinvolto nessun transfrontaliero italiano in questo suo sondaggio.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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  • Gaetano De Luca

    Dalle mie parti,nel sud del sud dell’europa, molti imprenditori degli anni 80 e 90 decisero di essere tali semplicemente perchè non avrebbero potuto fare altrimenti, molto spesso aiutati dalla mano larga dei finanziamenti a pioggia e senza un progetto di alto respiro. La maggior parte di essi oggi lamentano il mancato guadagno, gli immensi sacrifici, come se il guadagno non dipendesse dal risultato. Poi c’era chi ha avuto la fortuna di dipendere, molti di noi dipendenti abbiamo volutamente scelto che altri pensassero, sbagliassero, affidando alla loro guida le nostre conoscenze di dipendenti con contratto di lavoro subbordinato. Soprattutto durante la crisi molti di noi se avessero potuto avrebbero scelto di stare per sempre nel loro piccolo ovile pur di non uscire e rischiare di incontrare il lupo cattivo, anche quando quell’ovile era putrido, saturo, maleodorante. Il nuovo fa paura, per affrontarlo bisogna essere cavalli selvaggi. Essere indipendenti implica il saper fare bene le cose al punto tale di dipendere solo da ciò che si produce; è una grande sfida in cui le ambizioni dei singoli possono diventare un motore per una nuova responsabilizzazione sociale del lavoro purchè il terreno fertile delle idee venga coltivato giorno per giorno.