Quindicinale n.51, 24 giugno 2017

Editoriale 39. Noi, Robot

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Di tutte le storie che diventano seriali, la prima viaggia sempre senza numeri progressivi. E’ dalla seconda in poi che corre quasi l’obbligo di tracciare protagonisti e differenze. Vale per i film ma anche per le rivoluzioni di cui quella industriale ha ancora molto da dire nonostante le semplificazioni finiscano sempre sulla sola macchina a vapore con cui cambiò faccia il lavoro che cavalcava l’Ottocento.

Con le differenze del caso, qualcosa di simile accade oggi in Italia tutte le volte che si nomina il concetto di Industria 4.0. La parola Digitalizzazione – e quindi nell’immaginario collettivo robot e macchine che sottraggono lavoro all’uomo e via così con banalizzazioni di seconda mano più che analisi fondate – è l’equivalente di quella macchina a vapore con cui dovremmo fare onestamente i conti quando guardiamo alle nostre imprese. C’è molto di diverso, e molto di più, dietro i fumi a vapore.

Tenendo bene a mente sia i numeri che la storia, l’industria è quindi arrivata alla sua quarta trasformazione passando inizialmente per tessile e metallurgico, poi per l’introduzione di acciaio, elettricità, petrolio e chimica, poi per i cambiamenti socio-economici frutto di tecnologie e innovazione. E fin qui eravamo a tre, con una serie di processi tutto sommato naturali e conseguenti l’uno all’altro: il salto più difficile arriva sempre al quarto stadio.

Anche il cinema ce lo conferma, ce lo grida Rocky Balboa: la progressione lineare di uno sconosciuto pugile italo-americano che va inaspettatamente alla ribalta per una profonda voglia di riscatto sociale. Fino al terzo episodio ci mostra una storia  prevedibile di successi acquisiti e meritati. E’ solo col quarto che cambiò il registro con l’introduzione di un elemento esterno incontenibile e con una rappresentazione netta di come l’America guardava alla Russia: fredda, potente, meccanica, dominatrice. Erano passati solo 9 anni dal debutto e il botteghino registrò l’incasso record di sempre, non soltanto negli Stati Uniti ma nel mondo intero. Solo con Rocky IV il pubblico riprese a rimboccarsi le maniche.
Oggi Ivan Drago sta a Rocky Balboa come l’Industria 4.0 sta alla manifattura italiana.
Niente accelera i processi quanto la coscienza di volerli accelerare: per migliorare non serve essere pronti ma convinti.

Gli inglesismi di ogni genere con cui politica, informazione e imprese mettono cornici alle parole Industria 4.0 insospettiscono chi sa bene cosa implichi questo passaggio per l’Italia e su quale piano andrebbe portata l’attenzione. Stare al passo col resto del mondo produttivo richiede consapevolezza, strategia e valorizzazione interna purché non si metta fretta al cambiamento: il rischio, soprattutto per molte piccole medie imprese, è di avventarsi in una trasformazione semplicemente subita e associata a investimenti azzardati o anche solo sproporzionati alle esigenze effettive. A forza di ripetere che il 4.0 è l’ultimo treno utile per l’industria italiana, stiamo invitando molte imprese a finire sotto quel treno perché preso malamente al volo. Al mondo del lavoro non bisognerebbe mai mettere fretta ma spiegargli la potenza della velocità che è tutt’altra cosa e le dà soltanto lontanamente parente.
Il passaggio troppo immediato con cui si salta da 4.0 a inevitabile digitalizzazione dei processi rischia di portarci fuori strada perché prima dei processi ci sono le persone e insieme a loro cultura e cognizione. Quando leggo di machine learning mi chiedo se mai i robot, quando comunicano tra loro – perché sicuramente a nostra insaputa già lo fanno – parlano mai di human learning e mentre me lo chiedo spero proprio che lo facciano.

Mettere in competizione uomini e macchine è un gesto imprudente e sbilanciato perché associa logiche e funzionalità troppo distanti e perché non mira a valorizzare il meglio. Oppure, chissà, è una mossa molto comoda per riscaldare numeri, sondaggi e previsioni sul mercato del lavoro senza il minimo sforzo. Il purché se ne parli non passa mai di moda.

La qualità non basta più al brand Paese, è una verità dolorosa per chi credeva bastasse dire Italia per farsi aprire i mercati. Di Alì Babà e i quaranta ladroni abbiamo tenuto solo il ricordo della formula magica iniziale “Apriti, Sesamo” con la quale si riusciva a spalancare la caverna in cui quaranta banditi avevano nascosto il tesoro. Quella caverna andava anche richiusa però, pronunciando il “Chiuditi, Sesamo”. Sta di fatto che il fratello di Alì Babà – così narra la storia e così commenta la letteratura – una volta entrato per accaparrarsi anche lui parte del valore, non ricordando bene la frase e confondendo il sesamo con altre spezie, rimase bloccato e intrappolato fino a che i ladroni lo uccisero. La morale per le nostre imprese? Prima di avventurarsi – ovunque – è bene capirli i giusti passi da fare (certo, personalizzandoli) e non limitarsi a memorizzarli o replicare perché davanti agli imprevisti l’inerzia non garantisce certezze.

L’undicesimo comandamento per le imprese che hanno fede in un rinascimento industriale non è digitalizzare l’esistente ma interconnettere il reale col virtuale. E di conseguenza accompagnare persone e ruoli verso un’interpretazione responsabile delle logiche 4.0.

Quando leggerete il programma di un convegno sul tema o qualcuno vi ripeterà in modo meccanico quanto sia urgente digitalizzare tutto e subito, tornate per un attimo a Rocky Balboa. Sylvester Stallone scrisse la sceneggiatura completa del primo film, che gli portò 3 Oscar, ispirandosi alla fascinazione vissuta durante l’incontro di boxe tra Muhammad Ali e Chuck Wepner. Realizzò quel film in solo 28 giorni con un budget di 1,1 milioni di dollari e incassandone poi 225 al botteghino. Non fu per fretta, per emulazione o per dovere. Furono prima suggestioni e poi progetti.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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  • Angelo

    Bell’articolo, ben scritto e suggestivo. Le porto la mia esperienza. Nel 2015 ho visitato molte aziende, Dislocate su varia geografia, in Italia. Molte erano e sono automatizzate. Per dire due numeri e tralasciando i colossi: fatturati oltre i 30 Milioni generati da non più di 10 operai e molti robot. non quelli antropomorfi, ma quelli che lavorano. Lei ovviamente conosce il significato delle parola “robota” e la sua origine. Da presse enormi a manipolatori che incartano con fogli di carta velina. Non un umano che ci metta un unghia. Certo, tra lorole macchine “dialogano”; era l’intento di Alan Turing d’altra parte. Ora, possiamo auspicare tutta la lentezza del mondo e facilitare l’assimilazione culturale da parte delle imprese. Ma il lavoro umano, la fatica psico-fisica dell’uomo salariato è destinata al declino. Non trova che sarebbe ora di discutere l’opportunità di sganciare il reddito dalla prestazione lavorativa? Dalle ore lavorate. Si certo, con ciò, è il profitto che va messo in discussione. Grazie.