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Quindicinale, Numero 63 – 8 aprile 2018

Editoriale 53. Paradossi del lavoro

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Lasciare buone scie è privilegio di pochi, e non si tratta di profumi nell’aria ma di problemi risolti e di volontari addii. Andarsene è un gesto verso cui noi italiani continuiamo a sviluppare anticorpi robusti: a un ruolo di vertice non si rinuncia mai e una volta a bordo non si scende più: da quel momento in poi, il lavoro sta tutto nel cercare le liane più solide per restare all’infinito sull’albero.

Siamo cresciuti a eroi e fumetti e come si fa, adesso, a mettere la parola super davanti ai manager? E’ cosi: il supermanager moderno è l’affronto più oltraggioso alla memoria degli ex bambini con sotto i piedi l’impossibile. Parlare di supermanager è la vera caduta degli dei: pubbliche o private che siano le aziende che gestiscono, li paghiamo sempre a peso d’oro pur essendo loro pesi piuma.

Meno fanno, più hanno. Più sbagliano, meno pagano. La retorica non sta nei luoghi comuni ridotti all’osso ma nelle teste anestetizzate a tutto. E il merito è diventato un paradosso.

La storia di Eike Schmidt popola le arene qualunquiste da bar. Lui è l’attuale Direttore degli Uffizi che tra due anni lascerà Firenze per rispondere alla chiamata del Kunsthistorishces Museum di Vienna, altro pilastro del patrimonio artistico mondiale. Il problema sta nel fatto che lascia senza macchia, tutt’altro, e che fin dal primo istante non ha perso tempo per rivoluzionare con successo buona parte del sistema. Le polemiche sulla sua scelta di lasciare ancora non si placano. Non facciamo più caso all’incompetenza dilagante – forse gli specchi è meglio coprirli? – ma troviamo inaccettabile che si lasci un incarico all’apice del successo. Noi, che non cacciamo gli incompetenti dai posti di comando, ci lamentiamo dei competenti con la coscienza a posto che scelgono altre strade per continuare a crescere. Schmidt, serio com’è, intanto continua a costruire successi a lungo termine per il bene degli Uffizi e sembra stia riuscendo a riportare a casa da Los Angeles il celebre Alabardiere del Pontormo, pur consapevole che non sarà lui a prendere gli applausi durante l’inaugurazione della mostra. Abbiamo ancora tanto da imparare.

Quando le cose vanno bene, siamo campioni di caccia alle streghe ma il maleficio ce l’abbiamo in corpo.

Matteo Renzi è il secondo esempio paradosso. E’ regola comune che politici silurati – di nome o di fatto – si dedichino a qualche forma di greenwashing per rifarsi la facciata e renderla un po’ più sostenibile: in questo, le cattedre universitarie garantiscono la ripulitura migliore e strappano il podio a tutto il resto. Forte dei rapporti intrecciati ai tempi in cui lavorava come Presidente della Provincia, da fine settembre Renzi terrà lezioni al Breyer Center, sede fiorentina della Stanford University. Fonti certe confermano che sia stato Palazzo Capponi a proporre la docenza alla casa madre americana e non il contrario, la notizia non è un dettaglio se accoppiata al lavaggio di cui sopra. Con lezioni rigorosamente in inglese, il programma del corso si terrà sui binari della gestione politica, sulla sua esperienza italiana, sui rapporti tra UE e Stati membri, sulla analisi tra ciò che funziona e ciò che bisognerebbe cambiare. Vista oggettivamente da fuori, la notizia sarebbe: leader politico alle prese con gravi crisi interne di partito impartisce lezioni di buona gestione pubblica. Davvero tutto normale? Con distorsioni surreali, del resto nel 2014 arrivammo alle due ore di lezione sulla buona gestione del panico tenute dal Comandante Schettino al Master di Psicopatologia forense della Sapienza di Roma: lui, a quel tempo indagato per omicidio colposo e con un curriculum da 32 morti e 193 feriti e traumi eterni ereditati dai sopravvissuti, accettò l’invito e mise a disposizione la propria esperienza. Pardon, la propria impudenza. “Negligente nel dare ordini e latitante nei soccorsi” ha chiosato la Cassazione a luglio scorso confermandogli i 16 anni di carcere. Di comandi ne diede “6 a raffica in appena 32 secondi” poco prima che la Concordia incontrasse lo scoglio, come scritto nella sentenza d’Appello. Renzi e Schettino: due dilettanti in vetrina, accomunati da un Giglio, che abbiamo comunque premiato.

Non è possibile restare davvero così tanto indifferenti, di certo da qualche parte la rabbia la buttiamo. A far memoria che non tutto va come dovrebbe e che subiremo sempre l’incompetenza degli altri se non indeboliamo la nostra, ci resta almeno il nodo in gola di quando stiamo male e non capiamo. Quel nodo in gola invisibile ai referti ma che la medicina riconosce e codifica – ci andava bene anche l’Ovosodo di Virzì – e che, nemmeno a farlo apposta, chiama proprio bolo isterico o paradosso.

 

(Foto di copertina tratta dal film Smetto quando voglio, di Sydney Sibilia)

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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  • Sergio De Carolis

    Un interessante incipit poi lo sviluppo intelligente della narrazione di Schmidt ma nelle righe successive credo che sia passata a qualche interessante degustazione di buon vino che non le hanno più permesso di riprendere un filo logico. Mi dispiace perchè volevo segnalare l’articolo a mia figlia che sta intraprendendo la carriera consulenziale… ma come può permettersi di paragonare l’insegnamento di Renzi con l’insegnamento di Schettino. Non sono di sinistra ma è veramente irritante. Lei per la sua brillante carriera quale liana a trovato a cui aggrapparsi?
    cordialmente Sergio

  • Angelo Metallo

    Condivido pienamente Stefania quanto dici. Tutto questo mi fa venire in mente come prima cosa che siamo in un periodo italiano in cui, come conferma Schmidt, sicuramente mettere persone straniere in posizioni chiave in Italia è una delle strategie vincenti per cambiare, innovare e migliorare. La seconda cosa che dico è che dobbiamo continuare, come fai bene tu, a segnalare queste assurdità italiane, è un segno che riflettiamo ancora e che ancora giustamente crediamo in un possibile cambiamento culturale e di vita personale e professionale