Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Editoriale 56. (Dis)Ordini Professionali

Libere professioni, ordini e collegi: chi dovrebbe dare le linee è il primo a far confusione.
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Il tornasole è un colorante di origine vegetale che si ricava per estrazione dalla famiglia dei licheni, cambia colore in base al tipo di pH in cui si trova e per i chimici è da sempre un indicatore preciso. È quando viene posto su apposite “cartine tornasole” che rivela esattamente la composizione delle sostanze: diventa verde a pH neutro, vira al rosso se l’ambiente è acido, culmina col blu quando sente il basico.

Il mondo del lavoro ne avrebbe bisogno di rivelatori naturali come questo. O non ce ne siamo accorti e ce li abbiamo già? Gli ordini professionali potrebbero fare al caso nostro. In Italia sono appena una trentina ma tengono sotto l’ombrello oltre due milioni di lavoratori che, senza iscrizione al loro albo, non sarebbero autorizzati ad esercitare il mestiere che fanno. Dicono di tutelarli, ma prima c’è da passare per la cassa. Stare sotto l’ombrello di qualcuno non è sempre un vantaggio perché il manico lo tiene lui, la direzione pure, per non parlare di quando tira vento e del bestiale istinto di salvarsi la pelle per primi: lo fanno con la pioggia, figuriamoci coi soldi.

In una sentenza del giugno scorso, la Sezione penale della Corte d’Appello di Salerno si è espressa senza mezzi termini in merito a quel terreno melmoso su cui tutti gli ordini da sempre affondano i piedi: ordini e collegi professionali sono soggetti pubblici o privati? A cascata, tutto ciò che ne deriva crea ambiguità nei modelli giuridici da applicare e nelle relative sanzioni. Ad ogni buon conto la Corte d’Appello ha detto sì, sono pubblici, per quanto nel nostro ordinamento una sentenza non faccia primavera.

I fatti. “Al signor R.C., che ai tempi dell’imputazione era Presidente del Consiglio direttivo del Collegio dei Geometri di Salerno, era stato contestato il reato di abuso d’ufficio per aver impiegato per quattro anni sua figlia a titolo volontario e non retribuito, dando successivamente incarico ad una società interinale di somministrare forza lavoro al Collegio stesso; tale società assunse la donna in virtù della pregressa esperienza acquisita, assegnandola proprio al Collegio dei geometri. L’assunzione era poi stata perfezionata senza che la giovane svolgesse alcun periodo di prova in quanto già inserita e con esperienza”. Per il giudice di primo grado, il Presidente aveva violato le norme previste per l’assunzione di personale all’interno di un ente pubblico, essendo da considerare tale anche il Collegio dei Geometri e lui un pubblico ufficiale a tutti gli effetti. “Si rileva che la figlia dell’imputato svolgeva mansioni di mera segreteria e, quindi, alla portata di chiunque; per cui non si può escludere che altri dipendenti, scelti mediante una selezione pubblica, potessero avere analoghe capacità lavorative. Inoltre, il fatto che la giovane avesse prestato servizio per quattro anni, a titolo gratuito, presso l’ente, dimostra che la stessa si aspettava di venire assunta, nonché che l’imputato intendeva assicurare alla figlia il conseguimento di un posto di lavoro pubblico approfittando del suo ruolo apicale in seno al Collegio, e la finalizzazione della condotta a detto obiettivo è assorbente rispetto alla consumazione del reato, anche per quanto attiene l’aspetto soggettivo”.

Diciamo che l’ingranaggio non è stato oliato bene a monte quando il legislatore ha disciplinato le funzioni pubblicistiche nell’esercizio di certe professioni – e sono tante, mica solo i notai – ma non ha pensato a chi e come ne avrebbe curato gli interessi e le tutele: disponibili c’erano solo le organizzazioni professionali private su base associativa, da qui la confusione.

Loro che dovrebbero fare ordine, sono i primi ad avere la casa sottosopra?

Ma è nella formazione obbligatoria che i piedi di prima, già nella melma, sprofondano.

Tranne che per alcuni settori come il medico-sanitario, era stata la riforma delle professioni del Governo Monti (Dpr 137/2012) a introdurre l’obbligo di frequentare corsi di formazione continua per tutti gli iscritti agli ordini professionali, una delle condizioni per mantenere la propria iscrizione ed esercitare. Eppure l’espressione “formazione obbligatoria”, messa come impositiva, si smonta come il soufflé quando apri il forno. Non dovrebbe essere un legislatore a imporre di aggiornarsi ma la coscienza professionale nello stare correttamente sul mercato, così come non dovrebbe bastare una firma di presenza e un culo in aula per otto ore a dimostrare che hai le carte in regola per fare quel lavoro. Il cane si morde la coda e non fa un passo, ma nemmeno abbaia: difficile trovare interesse nei temi offerti dai corsi pubblici (nemmeno sempre gratuiti), nei relatori che invitano, nella didattica impolverata che scelgono. Gli ordini in veste di formatori sono davvero fuori luogo.

La buona formazione costa e i clienti non pagano: vero ma solo in parte e comunque meno cresci, meno ti cresce il fatturato.

“La prossima volta me lo faccio online da casa così non perdo tempo come oggi per avere i crediti”: lo abbiamo sentito tutti almeno una volta e a volte ci è persino scappato di bocca. Quando la formazione è percepita come tempo rubato ad altro, la melma è già alle ginocchia perché non solo si è persa l’occasione di sedurre i presenti con quel tema ma perché non si è stati in grado di far sentire la suggestione della relazione con gli altri in aula, qualsiasi sia l’aula. Nessuno lavora da solo, nessuno lavora per sé, nessuno impara in solitaria e nessuno ci guadagna.

Uno sguardo sull’Europa, che non tutti i mali hanno forma di stivale ma la calzata purtroppo è simile.

Sulla metodologia di attribuzione dei crediti formativi obbligatori,  l’Autorità garante della concorrenza portoghese ha bocciato il comportamento dell’Ordine degli esperti contabili (Ordem dos Técnicos Oficiais de Contas, Otoc) per abuso di posizione dominante, determinando distorsioni della concorrenza sul mercato della formazione obbligatoria. Dovrebbero conseguire 35 crediti nei due anni precedenti: una parte (istituzionale) pari a 12 crediti erogata esclusivamente dall’Ordine, la restante (professionale) impartita anche da altri organismi, purché iscritti all’Otoc. L’Authority è intervenuta e ha inflitto una sanzione con l’accusa di aver «artificiosamente segmentato il mercato riservandone un terzo a se stesso e imponendo per il resto condizioni discriminatorie”. 

Ci risiamo: gli ordini professionali sono paragonabili ad associazioni di imprese ma si muovono maldestramente sulla piazza. “Devono rispettare le regole sulla concorrenza, per cui l’imposizione ai propri iscritti di un sistema di formazione obbligatoria che elimina parzialmente la concorrenza e stabilisce condizioni discriminatorie a danno dei concorrenti è contrario al diritto dell’Unione”. Anche la Corte di Giustizia ci ha messo il carico, e la melma è al collo. Non so davvero, a questo punto, chi possa aver voglia di metterci sopra le “cartine tornasole”.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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