Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Editoriale 57. Di resistenza

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Se è vero che la pancia è il nostro secondo cervello, gli Inca hanno qualcosa in più da dirci. Una analisi fresca di pubblicazione su Genes documenta che “prima ancora che gli antibiotici fossero scoperti, esistevano già batteri resistenti a questi farmaci dentro l’uomo”: è stata da poco studiata la flora intestinale di otto mummie di alcuni peruviani precolombiani e di alcuni nobili aragonesi vissuti a Napoli a cavallo tra ‘400 e ‘500. Le Università di Pisa e Camerino ne hanno curato l’autopsia mentre la Politecnica della California si è presa a carico l’analisi molecolare del Dna.

A che conclusione sono giunti? Che, ancor prima degli antibiotici, c’erano già batteri resistenti. Che era come se quelle persone mangiassero cibo già integrato con antibiotici, dato che tendevano a conservare i cereali dentro silos che sviluppavano funghi, cioè veri e propri antibiotici naturali. Quelli a cui siamo abituati oggi, altro non sono che farmaci capaci di uccidere la vita dei batteri in modo selettivo, antibios appunto. Detta così suona un po’ sinistra ma ne ha di sfumature buone.

La resistenza è un’attitudine che per definizione chiama in causa disposizioni innate: insegnarla e apprenderla gareggiano sul podio del risultato incerto. Eppure esiste una scala di resistenza, su questo non c’è dubbio, non fosse altro per il fatto che ognuno ha la propria piramide. Molti la confondono con la soglia del dolore.

La formazione manageriale degli ultimi anni si è seccata la bocca a forza di resilienza e di fiori che spuntavano dal cemento; se tutti la usano per inerzia, qualsiasi parola – e relativo concetto che gli fa da orlo – alla lunga si svuota. Al lupo al lupo non viene più nemmeno la nonna.

I tempi che viviamo sono pieni d’urti, ma urti non di razza, urti senza il botto.

Il sistema del lavoro lo racconta bene l’urto moderno, che arriva silenzioso e ti ritrovi già col colpo di frusta. Sarà per questo che in giro per il Paese si comincia a leggere di proteste non urlate.

«C’è chi protesta scendendo in piazza e chi, come avviene a Taranto, lo fa con una protesta “silenziosa” ma molto efficace che viene portata avanti nel corso della settimana”, si legge nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro di Taranto. “Mettendo a nudo uno dei (tanti) paradossi della legislazione attuale. Ad esempio: la squadra degli ispettori del lavoro tarantini ha smesso di utilizzare la propria auto per andare a fare i controlli. Il motivo? Protestare, far sentire la propria voce e segnalare (anche) che le regole imposte alle aziende controllate – di fatto – il Ministero del Lavoro non le applica ai propri dipendenti. Paradossale, ma vero: quando utilizzano il proprio automezzo, invece del rimborso con tariffa ACI, ricevono una somma inferiore. Ancora più assurdo: se utilizzano un mezzo pubblico, il biglietto non gli viene rimborsato». Ce l’hanno col fatto che le carte cambiano verso a seconda di chi c’è davanti e che le riforme vengono svolte a metà e, ancora una volta, le regole dei controllati non si applicano ai controllori. Il riferimento è al passaggio poco chiaro di funzioni dal Ministero del Lavoro all’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del lavoro (ANPAL ) e all’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), datato giugno 2016. Nel mirino c’è un altro pezzo del Jobs Act e i lavoratori dell’Ispettorato di Taranto denunciano chiaro e tondo “lo svilimento della funzione ispettiva, del personale amministrativo e dell’area legale e contenzioso, con situazioni impossibili da proseguire”.

Anche gli agenti della Polizia Municipale dell’Unione Comuni Empolesi Valdelsa stanno protestando in silenzio: qui le ragioni sono le dotazioni dei vigili, il ponte radio, gli indumenti, le modalità del trasferimento di personale dai Comuni all’Unione e l’urgenza di ridare corpo all’organico che è sceso negli ultimi anni da 105 a 88 unità – stando alle stime della Regione servirebbe un vigile ogni mille abitanti, quindi 170 nella zona in questione. Una delegazione di 20 agenti sta presidiando in borghese tutti i consigli comunali coinvolti: non parlano, non portano striscioni, non distribuiscono volantini.

Chi ha la pazienza di andare a cercare nel sottobosco delle cronache regionali, ne trova a decine di storie come queste che non hanno abbastanza fiato per arrivare in cima all’iceberg dei grandi media. Meritano di essere conosciute perché senza la base di un Paese non gli si può misurare l’altezza.

Ma torniamo alle mummie e alla selettività, che è la parte interessante dell’antibiotico: non ne stiamo parlando sul piano curativo ma metaforico.

Essere selettivi non è snob, non è egocentrico, non ci rende brutti agli occhi degli altri. Essere selettivi ci salva, è la resistenza più pura. Selezionare cosa o chi far sopravvivere del nostro ambiente è la migliore dichiarazione d’intenti che potremmo consegnare al nostro baricentro.

Lavorando selezioniamo ogni giorno, senza accorgercene scegliamo se accettare oppure no: progetti, colleghi, relazioni, aziende, capi, rispetto, strumenti, parole, silenzi. Ciò che lasciamo di non necessario, o peggio di deleterio, alla fine si fa scoria e non è poi sempre facile produrci gli anticorpi da dentro.

Col suo “prevenire è meglio che curare”, Ippocrate è indubbiamente tra i copywriter più eterni della storia e un buon motivo ci sarà pure.

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Autore

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone.
Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile.
Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.

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