Quindicinale, Numero 58 – 20 dicembre 2017

Editoriale 58. Regali non dovuti

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Col Natale che incombe, meglio intendersi sul concetto di sacro.

Sacro lo usiamo con disinvoltura prendendone in prestito l’accezione religiosa, quella dei piani alti: ci serve per dire irrinunciabile, intoccabile, per carità non toglietemelo che non posso farne a meno. Nella sostanza lo confondiamo col santo. La sua etimologia latina dice che sacer è letteralmente “separato”, con tutto ciò che deriva dal non appartenere al mondo materiale e terreno, bensì a quello spirituale e divino. In poche parole, ancora una volta intoccabile.

Come se non bastasse, sacro è anche l’osso asimmetrico della nostra colonna vertebrale: si chiama così per un errore di traduzione dal greco al latino. La parola ieros – che in greco può significare sia grosso che sacro – fu trasferita ai romani solo con la seconda valenza; molto più plausibile, invece, che i greci intendessero “osso grosso” dato che il sacro si fa notare per quei cinque segmenti tutti fusi tra loro.

Ai tempi dei Re di Roma, diritto e religione si sovrapponevano come pane e burro pur fingendo di farsi ognuno i fatti propri: la sacertà era una vera e propria sanzione che oscillava tra i due recinti. Chiunque turbasse con un proprio comportamento quella che veniva chiamata la pace degli dei, spezzando appunto l’equilibrio tra cittadini romani e divinità, veniva espulso dalla comunità e consacrato a Giove. La sanzione non consisteva nel sacrificargli la vita ma nello spogliarlo di ogni diritto umano: venendo separato dalla comunità e non avendo più alcun ruolo, chiunque poteva ucciderlo o trattarlo come voleva. Homo sacer – uomo sacro – voleva poter dire esattamente l’opposto di ciò che noi penseremmo oggi.

In ogni forma di ambivalenza scatta una legittima titubanza: solo quando siamo ancora piccoli ci fidiamo di qualsiasi possibilità.

Italia non profit è una piattaforma gratuita per tutti gli enti del terzo settore che tra le diverse buone attività ha anche quella di mappare il campo e le tendenze. Da una sua ultima ricerca sulle prime 500 associazioni non profit beneficiarie del 5 x 1000, emerge un dato loquace: solo il 25% dedica la propria home page all’invito verso regali solidali e sono di un numero irrisorio quelle che puntano sul Natale per incrementare la raccolta fondi, appena il 37,5%. Che a dicembre non fosse necessario fingersi buoni ce ne eravamo accorti da tempo ma che del Natale non sfruttassero la maggiore propensione al dono tutte le realtà che di quei doni in parte ci campano, beh questo fa pensare. Esattamente due anni fa Senza Filtro chiudeva l’anno dedicando l’intero numero al Terzo Settore (State buoni se potete, n. 19): a quanto pare, nonostante le mezze riforme intervenute, a mancare è ancora la consapevolezza di una propria identità sul mercato e il diritto di usare del buon marketing senza la paura di sentirsi sporchi. E pensare che di regali non dovuti è piena l’Italia, che però non si vergogna mica. Tra regali e regalie ci passa una e talmente stretta che la maggior parte di noi ci passa sopra, anzi ci scivola.

La moda di adottare codici etici aziendali, perché di moda si tratta oltre che di buoni deterrenti da portare in giudizio nel caso servisse dimostrare che “tutti i collaboratori erano stati avvisati”, rasenta spesso il ridicolo. Parecchi anni fa mi trovai a frequentare alcune ore di formazione obbligatoria proprio sull’argomento per poi ritrovarmi il 23 dicembre a ritirare per conto del mio Direttore generale un pacco a lui indirizzato. Possibile che non ci fosse un errore? Il titolare della società che aveva curato la nostra formazione interna – e ripetuto all’infinito le inopportunità e i rischi derivanti dall’accettare regalie – gli aveva appena spedito una cassa di vini. Per carità, vini sardi sulla cui etichetta c’era poco da discutere ma ricordo ancora la voce del Direttore quando lo chiamai per dirglielo. Con tanto di biglietto di auguri intestato e firmato.

Voglio insisterci ancora un po’ giusto per portare meglio in superficie quella ipocrisia aziendale diffusa che spesso incrociamo ma che quasi non ci fa più male: ho appena digitato su google “codice etico banca popolare vicenza”, il primo nome che mi è venuto in mente tra tutte le truffe recenti. Certo che non poteva mancare. Per correttezza copio e incollo.

Banca Popolare di Vicenza – CODICE ETICO (Rapporti con la clientela)

Il personale del Gruppo cura i rapporti con la propria clientela non solo in un’ottica commerciale, ma anche tenendo presenti i principi etici ispiratori della socialità del servizio “creditizio” citati in premessa, nonché quelli riguardanti l’attività connessa al “risparmio” e alla prestazione dei “servizi/attività di investimento”.

Pur non avendo preclusioni di principio verso alcun cliente o categoria di clienti, le Società, ferma restando l’osservanza delle disposizioni in tema di astensione dall’apertura dei rapporti (cfr. normativa antiriciclaggio), non intendono intrattenere relazioni, in modo diretto o indiretto, con persone o enti notoriamente dediti alla commissione di reati o di cui sia conosciuta o sospettata l’appartenenza o il legame ad organizzazioni criminali, terroristiche od operanti nell’ambito di Paesi nei sui confronti siano attive misure di embargo alle quali aderisce lo Stato Italiano.

Le Società del Gruppo si impegnano a dare attuazione con il massimo scrupolo a tutte le iniziative anti-crimine previste dalle norme legge tempo per tempo vigenti.

Ogni Società del Gruppo ha cura di tenere costantemente informato – con chiarezza ed esaustività – il cliente su tutto quanto di sua pertinenza, sia per quel che attiene ai rapporti aziendali in essere sia in relazione alle offerte di prodotti bancari e finanziari; ciò nella consapevolezza che un cliente adeguatamente informato è non solo un cliente ben seguito e fidelizzato, ma è anche un soggetto cui sono state date le informazioni utili/necessarie affinché lo stesso possa (nei limiti delle personali capacità, su cui l’azienda non ha potere conoscitivo completo) avere coscienza dei rischi che assume.

Al proposito, nei limiti del possibile e sulla base delle informazioni che la stessa clientela fornisce, si avrà cura di non proporre al cliente operazioni che facciano assumere oneri e/o rischi sproporzionati rispetto alle capacità economico/patrimoniali e alle attitudini e propensioni del cliente stesso.

Eravamo rimasti al sacro e al santo ma sarebbe più corretto parlare di profani e demoni.

Quanti regali non dovuti nelle logiche del lavoro, di ogni lavoro; e pensare che, a Natale, c’è ancora chi si fa lo scrupolo di riciclare agli amici regali non graditi. Che ingenui. Più cultura personale sarebbe già un primo passo in questa Italia ripetente; da lì arriverebbe magari una morale e poi persino un’etica. Compriamoli i libri o prendiamoli in prestito ma non smettiamo di leggere.

Del resto, se è vero che i nostri pensieri attingono ai vocaboli che abbiamo in mente, meno parole abbiamo nei cassetti e meno riusciremo ad allargare quei pensieri.

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Autore

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.

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