EDITORIALE 67 Lavori stagionali

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

“Ci dicevano che se fai la guerra perdi, perché il giorno dopo non vai più a lavorare”.

C’è scritto proprio così nella testimonianza messa a verbale dalla Procura di Trani per bocca di una delle seicento donne intorno alle quali nel 2015 era scattata la denuncia dopo la morte di Paola Clemente, morta sui campi per infarto a 49 anni, morta per colpa di tanti, morta perché lo sfruttamento del lavoro si ingrassa di una sottocultura più diffusa dell’immaginato. Il caporalato  ha la faccia complice e nascosta di agenzie interinali e di imprese della filiera alimentare, una filiera lunghissima rispetto al nostro occhio.

“Per noi ventisette euro al giorno sono sufficienti per sopravvivere con una famiglia”, aggiunge la testimone anonima.

Dovrebbe farci saltare sulla sedia non tanto il numero ventisette quanto la sua idea del sopravvivere.

Ero in macchina, alcune settimane fa, mentre in radio andava l’intervista a Stefano Mancini, marito di Paola. Dopo tre anni e sei persone in carcere grazie alle prime applicazioni di una legge sul caporalato necessaria ma non perfetta, quell’uomo tuttavia parlava d’altro. “Mi fa male che si continui a chiamare mia moglie bracciante, lei e tutte le donne che stanno sui campi quasi dodici ore al giorno. Mia moglie si occupava dell’acinellatura dell’uva che vuol dire eliminare dal grappolo gli acini piccoli e inutili per far spazio a quelli migliori. Non prestava solo braccia, mia moglie, ma una sapienza e una sensibilità nel fare il proprio lavoro”.  Subito dopo – certamente d’istinto – il conduttore radio ha liberato impercettibili frazioni di silenzio perché la dignità se lo merita tutto quello spazio. Il marito ha poi aggiunto che Paola, tutte le mattine alle 3.30, prendeva uno degli infiniti pullman che in Puglia caricano donne da portare sui campi a notte fonda, per riportarle verso casa solo dodici ore dopo. A notte fonda sui campi, sotto il sole pieno sui campi. Appena due pause al giorno per andare in bagno e Paola costretta a prendere il suo farmaco per la pressione soltanto una volta arrivata a casa, di pomeriggio, perché altrimenti non ne avrebbe contenuto l’effetto diuretico.

Allora, prestiamo solo braccia o un corpo intero? Si vergogni qualsiasi lavoro che incolonna in busta paga anche il ricatto.

Pochi, pochissimi, parlano di tutte le difformità emerse durante l’inchiesta tra le agenzie interinali che avevano a contratto quelle donne e tra quanto dichiarato in ore effettive di lavoro e quanto percepito a fine mese. Ma se fai la guerra perdi.

Restiamo per un po’ sui campi, dove altri non prestano braccia ma gambe. Visto da fuori, anche questo sarebbe un lavoro sotto il sole e spesso notturno, verosimilmente anche questo sotto la pioggia o in balia delle variabili meteo. Anche qui li spostano coi pullman. Nemmeno loro possono andare in bagno durante l’orario di lavoro, seppur parecchio più breve. Qui però le braccia non possono proprio usarle che sennò si invocherebbe la mano de Dios.

Fa rabbrividire come abbiamo smarrito il buon senso prima ancora che la ragionevolezza e il desiderio di indignarci prima ancora che la rabbia. Riempiamo pagine e ore di canali informativi sui trenta milioni di euro netti a stagione che Cristiano Ronaldo prenderà dal prossimo campionato e non conosciamo la storia di Paola Clemente e dei suoi migliaia di colleghi che si spaccano come vasi di coccio ma provano da soli a riattaccarsi i pezzi tutti i giorni, senza sponsor sulle magliette. Ci rimane più facile tifare per chi ce la fa che non per chi ci prova e non denunciamo l’irregolarità tutta umana – perché sono uomini e donne quelli che ci lucrano, marginano e mangiano sopra – che sta nei contratti di lavoro ingiusti fino all’osso davanti all’indigenza. Tra i ventisette di Paola e i trenta di Cristiano vediamo solo il tre di differenza e facciamo finta di niente davanti all’unità di misura con cui abbiamo distorto senso del lavoro e del denaro, se hanno ancora un senso messi insieme.

Anche quello del calciatore è un lavoro stagionale ma al solo pensiero viene da ridere.

Stagionali sono in tanti anche se ci saltano all’occhio sempre i soliti. Di certo saltano all’occhio i camerieri, forse perché non se ne trovano quasi più di quelli composti – che non vuol dire formali – o ben formati e con una guida vigile sopra di loro, dediti a un mestiere cavalleresco e raffinato come dovrebbe essere il servizio. Gli chef primedonne hanno saturato l’attenzione e messo in ombra l’altra faccia della luna con cui la ristorazione tiene in piedi la baracca, cioè la sala. Senza il servizio non regge la cucina ed è una regola sacra a tutti i livelli, mica solo per chi insegue le stelle.

A parole siamo un’Italia da turismo facile e a cielo aperto, in pratica siamo dilettanti col piatto pronto: scarsa formazione del personale al servizio, scarsa conoscenza delle lingue straniere coi clienti, scarsi investimenti su lavoratori stagionali di qualità, esagerata presunzione che la bellezza si venda da sola.

Anche per i bagnini è richiesta la conoscenza dell’inglese se italiani e dell’italiano se stranieri ma lì è altro che conta e, mentre affoghi, speri che di fluido abbiano l’acquaticità più del fraseggio.

Non esisteranno più le mezze stagioni ma di mezzi stagionali siamo pieni.

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X