Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Elogio della resistenza, con cautela

La resistenza a ogni costo non è sempre una virtù. Cedere nel modo giusto, a volte, è ben più utile e lungimirante.
statua di filippide simbolo di resistenza
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Da appassionato sportivo – e praticante, part time –, quando sento parlare di resistenza uno dei primi pensieri va a Filippide, l’eroico messaggero che, dopo la vittoriosa battaglia di Maratona, combattuta nel 490 A.C. dagli Ateniesi contro i Persiani, si narra fosse stato inviato dal campo di battaglia sino ad Atene per annunciare al popolo tutto l’insperata vittoria.

La leggenda non dice quanto tempo impiegò esattamente Filippide a percorrere di corsa i circa 40 km che separavano il villaggio di Maratona da Atene, ma ci racconta solo che, giunto allo stremo delle forze nell’agorà di Atene, avrebbe gridato a gran voce “Nike, nike, nenikekiam” che tradotto suonerebbe “Vittoria, vittoria, abbiamo vinto!”, prima di crollare al suolo morto stecchito. Oggi forse sarebbero stati disposti un’autopsia e un controllo antidoping postumo per verificare quante sostanze proibite avesse assunto per raggiungere un così elevato livello di performance, ma per fortuna erano altri tempi e si pensò solo a tributare al messaggero i dovuti onori e a seppellirlo in pompa magna.

Mondiale, addio. Due esempi recenti di cattiva resistenza

Ma il concetto di resistenza deve soprattutto resistere – anche se sembra un calembour – alle continue distorsioni del suo nobile significato. Restando in ambito sportivo, sono ancora tristemente vivide nei nostri occhi le immagini di uno dei più clamorosi disastri sportivi dell’ultimo secolo: la Nazionale di calcio italiana esclusa dal prossimo campionato del mondo in Russia.

Molti di noi non hanno mai visto in vita loro un mondiale senza l’Italia, e chi ha qualche anno in più quasi non ricordava che questo evento potesse accadere. O quantomeno aveva rimosso l’evento precedente, archiviandolo come un ricordo distorto della sua infanzia. Ma quello che più ha colpito gli italiani, il giorno dopo e nelle settimane successive, è stata l’impropria resistenza dei responsabili della Caporetto calcistica – resistenza conclusasi, per fortuna, con un lieto fine.

Il commissario tecnico Ventura snocciolava tristemente statistiche e cifre relative alla sua gestione per dimostrare a un pubblico ancora attonito e sotto shock di aver fatto un eccellente lavoro, e che il suo ruolino di marcia sino a quel momento era stato quasi perfetto. Esattamente come uno che si butta dal trentesimo piano ed è ancora sano a un metro dal suolo. Dal canto suo il presidente della Federcalcio Tavecchio vaneggiava di piani programmatici per un nuovo Rinascimento o Risorgimento calcistico, pur di restare inchiodato alla sua poltrona.

Dallo sport all’azienda: quando cedere e perché

Il paradosso si ripete con puntualità anche varcata la soglia delle aziende. Un perfetto indicatore del fenomeno è costituito dalle valutazioni dei dipendenti, in particolare attraverso la tecnica degli assessment. Premesso che il modello di per sé è estremamente efficace, capita spesso di imbattersi in giudizi frutto di un sistema di valori poco definito: se nel corso delle varie prove ed esercitazioni il valutato mantiene le sue posizioni e dibatte con determinazione, rischia di essere considerato resistente al cambiamento. Ove però, a fronte di solide argomentazioni, si persuada della bontà di una tesi diversa dalla sua e vi aderisca con convinzione, ecco che si trasforma in persona troppo remissiva, con poca capacità di difendere le sue idee in situazioni di potenziale conflitto.

A volte però resistere è un disvalore. Penso a imprenditori che non hanno la necessaria lucidità per comprendere che è giunto il momento di passare il timone ad altri e che la loro indomita resistenza altro non è che un freno alla crescita e all’evoluzione naturale delle cose.
Resistere contro tutto e tutti, contro ogni avversità, ove non si è guidati da un principio valoriale importante, non è mai una cosa positiva. Un conto è rimanere naufraghi su un’isola e tenere duro, un altro è non accettare che le cose cambiano, che la partita è persa o che, quantomeno, time is over.

Ma nello sport, come in azienda, è sempre una questione di valori: se sono chiari e definiti, oltre che condivisi, la resistenza sarà sempre letta come capacità di restare fermi su ciò che non è e non deve essere negoziabile. Così, come per magia, saremo “coerenti e rigorosi sui valori” invece che “resistenti al cambiamento”, e la superficiale valutazione di “facilmente influenzabile” sarà superata dall’elogio della nostra flessibilità – propria solo delle persone intelligenti.

 

Image by Jean-Pierre Cortot (French, 1787–1843) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

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Autore

Torinese, classe ‘68, laureato in giurisprudenza, è Managing Partner di Risorsa Uomo.
Dal 2012 al 2017 è stato Global HR Director del Gruppo Landi Renzo.
Il suo percorso professionale in ambito HR inizia in IVECO come responsabile sindacale dei plant torinesi. Negli anni successivi, dopo una esperienza di due anni in area sviluppo Iveco worldwide, ricopre il ruolo di HR manager in stabilimenti strategici in Italia ed all’estero. Nel 2010 entra in Comau dapprima come HR Business Partner e, in seguito, in qualità di global HR Industrial Operations.
L’amore per l’arte e il teatro non lo ha mai abbandonato e, oltre ad una commedia, nel 2012 ha pubblicato “E’ tutto oro che cola”, il suo primo libro legato ad un progetto benefico.

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