Varnish

Quindicinale, Numero 59 – 17 gennaio 2018

Escape room, quando il lavoro è un enigma

Anche in Italia impazza il fenomeno delle "stanze di fuga". E sempre più aziende lo usano come strumento di team building. Ecco perchè.
  • 36
  • 5
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    41
    Shares
Shares

Un percorso a ostacoli, in cui si brancola nel buio in cerca di una via d’uscita. È così che spesso appare, oggi, il mondo del lavoro. E sarà forse per questo motivo che molte aziende, soprattutto quelle dai grandi numeri, preferiscono tenersi “allenate”. Alcune lo fanno attraverso una delle declinazioni più recenti e interessanti del team building: l’escape room. Un real game in cui si viene rinchiusi per sessanta minuti in una stanza con un gruppo di persone — in questo caso colleghi — per risolvere codici, enigmi, rompicapo e indovinelli sulla base di una serie di indizi. Un modo per “fare squadra”, favorendo lo spirito di collaborazione, e allo stesso tempo per stuzzicare l’ingegno al problem solving, la fantomatica “skill” millantata da maree di curriculum.

La prima escape room è nata a scopo ludico nel 2006 negli ambienti della Silicon Valley, ad opera di alcuni creatori di software amanti dei gialli di Agatha Christie e dei videogiochi giapponesi. Il gioco è presto divenuto popolare in Asia — soprattutto Giappone — per poi sbarcare in Europa, in primis in Spagna, e poi nel resto del mondo. A Budapest, nel marzo scorso, si è disputata la fase finale dei primi campionati mondiali di escape room, i Red Bull Mind Gamers, dove i più bravi a risolvere gli enigmi sono stati gli sloveni. In Italia la prima escape room è stata aperta a Torino nel 2015, ma il vero boom è arrivato negli ultimi mesi, superando le grandi città per “invadere” anche le province. E l’Italia oggi vanta il primato della stanza più grande d’Europa, il Maniac Palace, inaugurato a Milano nel dicembre 2016.

Sull’onda del successo del format, con milioni di giocatori da un continente all’altro, è nata l’idea di sfruttare il gioco esperienziale come strumento di team building, a partire da contesti — come quello americano ma anche nord europeo — dove tale pratica esiste da più di mezzo secolo. L’idea è piaciuta anche nel nostro paese, e uno dei primi esempi l’ha dato Sky Italia, che a fine 2015 ha allestito una escape room personalizzata a tema 007, in occasione del lancio del canale Sky Cinema 007 dedicato a James Bond.

Le aziende che cercano la “via di fuga” dalla formazione classica

Un’azienda che sceglie l’escape game come forma di team building ha oggi varie possibilità di fruizione. «Oltre alla normale sessione di gioco — spiega a SenzaFiltro Riccardo Zerbo, giovane fondatore di Fugacemente, un franchising con sedi spalmate su tutta l’Italia, da Genova a Reggio Calabria — alle aziende proponiamo eventi speciali ‘su misura’ sia indoor, presso le strutture aziendali, sia outdoor, con l’allestimento di location come castelli, boschi, città, e con la possibilità di coinvolgere fino a 300 persone». Inoltre esiste una terza modalità esperienziale: «Le aziende possono fruire di particolari giornate di formazione — aggiunge Zerbo — che consistono in percorsi personalizzati, studiati da un team di formatori, con particolari snodi che permettono l’osservazione del comportamento dei giocatori».

Quali sono i vantaggi di questo format? «Oggi una delle richieste più frequenti da parte delle aziende — spiega a SenzaFiltro Pierpaolo Valerio, formatore e amministratore unico di Action Training Network, società specializzata in metodologie esperienziali e metaforiche — è quella di ottimizzare i tempi della formazione. Per questo l’escape room è la soluzione ideale. Tra il briefing iniziale, il gioco e il debriefing finale, l’esperienza dura non più di mezza giornata. E, grazie alla decontestualizzazione, permette ai giocatori di abbassare le difese e di mettere in campo una serie di comportamenti nuovi e virtuosi: lavoro di gruppo, collaborazione, problem solving, leadership. Comportamenti da rinforzare eventualmente in azienda con un action plan».

Un altro vantaggio sono i costi, più accessibili di quelli di molti altri strumenti di team building. Per la normale sessione di gioco, il prezzo è a persona (dai 10 ai 20 euro). Le aziende che partecipano con gruppi numerosi e affittano più stanze in contemporanea possono usufruire di tariffe agevolate, e di un prezzo fisso a stanza.  «Abbiamo utilizzato l’escape room già in tre occasioni, perché è un team work a basso costo, che ingaggia molto lo spirito di squadra e allo stesso tempo enfatizza le caratteristiche dei singoli», racconta Laura Bullio, responsabile Formazione e Comunicazione interna presso Banca Carige, a Genova. Poi aggiunge: «Abbiamo scelto questa esperienza per gruppi che erano poco “squadra”, e ha dato loro modo di conoscersi meglio ed essere più sinergici». Finora l’escape room è stata sperimentata solo su ruoli apicali: responsabili di sede banca Private, direttori di Area Territoriale e dirigenti di alcune società del gruppo. Tuttavia, dato l’ottimo riscontro, l’esperienza verrà presto estesa anche all’entry level. È stata infatti inserita nel programma della settimana di formazione che a maggio coinvolgerà un gruppo di giovani under 35 ad alto potenziale, che sperimenteranno il format come attività ludico-ricreativa e di team building.

Ma qual è ad oggi la portata del fenomeno? «L’escape room come proposta di team building è arrivata in Italia da poco più di un anno — spiega Pierpaolo Valerio — e a manifestare interesse sono soprattutto le reti di vendita/commerciali e i grandi indotti di telefonia, servizi, beni personali, automotive, e in generale aziende giovani o comunque aperte che hanno bisogno di alta motivazione e di migliorare i risultati, anche osando metafore nuove». Diversa è la situazione per le aziende straniere, per le quali non si tratta più di una novità. «Se in Italia molte aziende si limitano a usare l’escape room come strumento ludico-ricreativo, i gruppi stranieri — racconta Roger Hassan, titolare di Game Over, a Roma — e soprattutto quelli americani e inglesi richiedono sistematicamente che uno psicologo, un formatore o un responsabile delle risorse umane assista dalla sala controllo all’esperienza di gioco per studiare i comportamenti dei giocatori. Inoltre in Italia nel settore c’è ancora molta improvvisazione, mentre una escape room fatta bene ha bisogno di un team di professionalità, dagli ideatori degli enigmi ai tecnici, dagli ingegneri elettronici agli artigiani scenografi».

Al buio è molto meglio

Ma quanto questo tipo di esperienza può incidere sul rendimento di un gruppo di lavoro? L’affiatamento del team, e la presenza di un clima positivo e basato sulla collaborazione, possono aumentare la redditività aziendale fino al 30 per cento. Lo dice il Kelly Global Workforce Index, studio condotto dalla società di recruiting Kelly Services su un campione di 164mila persone in 28 paesi. Ebbene, in Italia, fra le caratteristiche che — a detta dei dipendenti — contribuiscono a rendere “ideale” un ambiente di lavoro, il clima collaborativo si piazza nettamente al primo posto (80 per cento), seguito dalla cultura dell’innovazione e della creatività e dall’organizzazione flessibile del lavoro. Tuttavia solo il 47 per cento degli intervistati ritiene che il proprio datore di lavoro promuova il lavoro di squadra.

In effetti le aziende italiane che investono sul miglioramento del clima lavorativo sono ancora poche. E per quelle poche, in alcuni casi, l’investimento è più vicino a un’operazione pubblicitaria finalizzata a un ritorno di immagine che a uno strumento per ottenere benefici interni.

Tags: , ,



Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
Commenta questo articolo