Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

Esiste il gene del “pendolare dentro”?

Alcuni hanno bisogno di andare costantemente, altri di non lasciare mai le radici. Vale anche nel lavoro.
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Il termine pendolare ha la stessa radice di pendolo, lo strumento fisico costituito da un filo inestensibile e da una massa fissata alla estremità, soggetta alla forza gravitazionale.

Fu Galileo Galilei a rendere celebre il pendolo col suo impegno sperimentale e teorico che ne ha descritto la proprietà principale: l’isocronismo. La sua legge prevede che le oscillazioni si svolgano tutte nello stesso tempo e che il periodo di oscillazione cresce all’aumentare della lunghezza del pendolo.

Al fenomeno dell’isocronismo è collegato quello della risonanza, sviluppato da Huygens, il quale osservò che, disponendo a fianco e sulla stessa parete due pendoli, questi tendevano a sintonizzare il proprio movimento oscillatorio, quasi che “volessero assumere lo stesso ritmo”.

Osservando e conversando con la vasta popolazione di pendolari, nazionali ed internazionali, che si possono incontrare nella vita di tutti i giorni su treni, aerei o in pausa caffè all’autogrill, si possono cogliere aspetti comuni.

Tanti pendoli, gli stessi aspetti

Non ha importanza quanto sia lungo il filo inestensibile, il pendolare si muove secondo il ritmo dato dalla lunghezza del proprio filo e secondo la massa attaccata al fondo del filo stesso, attratta dalla forza di gravità, nel suo più o meno lento andare e tornare.

I pendolari inoltre tendono ad “attrarsi” e a sincronizzare il proprio movimento oscillatorio con quello dei propri colleghi di pendolarismo con cui si sentono più affini.

Talvolta il movimento sincronico continua a legarli nel tempo, come fossero appesi alla stessa  parete virtuale, così che tenderanno ancora a ricercarsi e a sincronizzare ogni volta i loro movimenti.

Il pendolarismo dell’era moderna ha una strana natura perché nasce come necessità e si trasforma in nuove abitudini, finendo per diventare una propensione se non addirittura una ricerca. La ricerca di un altro filo che consenta nuove oscillazioni, perché ogni oscillazione è in fondo una sperimentazione, la spinta verso un nuovo equilibri in movimento.

Stando agli articoli che si possono trovare su giornali o riviste di vario genere, così come sulla base delle chiacchiere fra compagni di mezzo di trasporto, alla base del maggior numero di spostamenti c’è il lavoro.

La ricerca di un lavoro per chi non riesce a trovarlo vicino a casa, la ricerca di un’occupazione più remunerativa per i più qualificati ed ambiziosi; la ricerca di un lavoro, insomma, che risponda alle proprie inclinazioni o nel quale si possano mettere a frutto le proprie competenze.

Oppure, la ricerca di stimoli, di un’esperienza arricchente e qualificante sia dal punto di vista professionale che personale.

Italiani all’estero

La Relazione annuale 2016 recentemente pubblicata dalla Banca d’Italia mostra alcuni trend interessanti relativi agli italiani che lavorano all’estero: dal 2009 al 20015 sono passati da 50 mila a 115mila.

Cosa c’è dietro questa tendenza? Da una parte il bisogno di guadagnare di più di quanto si guadagnerebbe a casa propria a parità di condizioni, d’altra parte l’innato bisogno di cercare condizioni che facciano stare meglio non solo dal punto di vista economico ma che consentano un migliore equilibrio di vita.

Questi numeri non esauriscono la totalità delle persone in movimento: in realtà il numero risulterebbe più significativo se si contassero anche i “transfrontalieri” che a cadenza giornaliera o settimanale varcano i confini nazionali per andare a lavorare poco oltre confine senza spostare il proprio centro di interesse, detta anche residenza fiscale.

Secondo la teoria del pendolo è un filo corto che accompagna un movimento di andata e ritorno sincronicamente scandito in termini di ore o al massimo di giorni.

E poi ovviamente la nutrita schiera di pendolari interni ai confini nazionali che si muovono all’interno dei nostri confini e spostano la propria massa da Sud a Nord, da Ovest ad Est, isole incluse, e viceversa.

Eppure per tanti che si muovono e si allontanano dalle proprie origini, tanti altri restano nei luoghi natali.

Non tutti coloro che cercano realizzazione e gratificazione nel proprio lavoro intraprendono la ricerca di un filo a cui appendersi, non tutti partono alla ricerca di nuove oscillazioni.

Quindi, al di là della scontata leva economica, cosa trasforma alcuni in pendolari ed altri in sedentari?

Il gene del “pendolare dentro”

O detta in altri termini, qual è l’ X-Factor del pendolare? Esiste il gene del “pendolare dentro”?

Viene spontaneo fare un collegamento con popolazioni antiche e misteriose che praticavano il nomadismo.

Per esempio, cosa spingeva alcune popolazioni a cercare acqua e cibo, muovendosi in continuazione secondo ritmi definiti dalla natura, ed altri a cercare la propria oasi e a fissare lì la propria stabile dimora?

Sono molte e diverse tra loro le forme di nomadismo, da quelle legate alla necessità di provvedere alla sussistenza del proprio popolo o del proprio bestiame fino a quelle più culturali dove il nomadismo contraddistingue una popolazione che sullo spostarsi perenne ha costruito la propria storia e la propria cultura.

Forse esiste davvero un X-Factor che caratterizza coloro che sono spinti verso un moto perenne, che pensano che muoversi non sia solo occasione di guadagno ma anche occasione di apprendimento. Sono i nuovi nomadi, nati e cresciuti in città invece che in un deserto, e che pensano che per crescere come persone e come professionisti si possa o forse si debba muoversi alla ricerca di altro.

Una ricerca incessante: per sopravvivere,  per migliorare, per inseguire un ideale, per raggiungere la felicità, perché in fondo una meta è solo il punto di partenza di un altro viaggio purchè il viaggio porti a realizzare se stessi.

“E’ sempre così” disse il vecchio. “Lo chiamano Principio Favorevole. (…) E’ la fortuna dei Principianti. (…) Perché la vita vuole che tu viva la tua leggenda personale” – (Paulo Coelho, L’Alchimista).

Potrebbe essere che ogni pendolare dentro sia portatore dello stesso gene del giovane pastore Santiago, il quale lasciò il suo paese e la sua famiglia per realizzare la propria leggenda personale.

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Autore
Torinese di nascita, laureata in giurisprudenza. Inizia il suo percorso professionale in ambito Risorse Umane alla Magneti Marelli, a Milano, come Responsabile Sviluppo e Formazione. Nel corso della sua carriera in azienda alterna responsabilità di gestione delle Risorse Umane sia in Italia sia all’estero, a funzioni di sviluppo, formazione, organizzazione. Da Aprile 2017 è Consulente Human Resources, con oltre 20 anni di esperienza in Multinazionali del settore Industriale. Executive e Team Coach dal 2010. Il suo interesse nei confronti delle persone, viste come individui portatori di competenze e attitudini, oltre che esseri emotivi, la portano ad interpretare il ruolo di Responsabile HR in modo “umano”. Sempre per interesse e passione personale decide di prendere la certificazione come Executive Coach prima e Team Coach successivamente. Oggi è una Coach certificata ICF, con credenziali ACC.
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