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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Sempre a rimpiangere il passato, ma perché?

Il passatismo è uno di quei luoghi comuni non del tutto innocui. Forse è il momento di farne cadere alcuni.
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“Si stava meglio quando si stava peggio”.

Questa frase è un evergreen e la sento da che ho memoria di essere in vita. Da piccolo la sentivo ripetere dagli anziani del mio paese quando la domenica si trovavano a giocare a briscola e in palio c’erano i cioccolatini con il liquore e la ciliegia dentro. Si stava meglio senza UE e senza Euro, anche se nel mondo non abbiamo mai contato un granché e tutti sanno che l’unione fa la forza; si stava meglio quando c’era tanto lavoro anche se i tassi di interesse dei mutui erano a doppia cifra e bastava chiudere un rubinetto in Arabia per far andare a piedi tutta l’Europa; si stava meglio pure quando i treni arrivavano puntuali, anche se all’epoca proprio benissimo non si stava.

“Si stava meglio prima”. Oggi, ma anche ieri.

Se con la memoria ritorno al liceo rammento una versione di Cicerone che si lamentava dei giovani che non avevano rispetto per le istituzioni, erano indolenti e poco inclini al sacrificio e a Roma “si stava meglio quando” lui era giovane. A quanto pare biasimare i più giovani è uno sport in voga da diverse migliaia di anni, come pure la nostalgia di un passato che non tornerà più.

Del resto noi esseri umani siamo così: ci piace rammentare ciò che è stato, manco avessimo vissuto l’età dell’oro, senza renderci conto che il passato è passato e a volte è meglio così. Accade perché paragoniamo il presente e il passato, confrontando le avversità del primo e il ricordo dei momenti positivi del secondo. Una specie di bias di conferma che distorce la nostra capacità di giudizio e infatti spesso accade che il pensiero che “si stava meglio quando si stava peggio” emerga prepotente ed irrazionale.

Proprio di recente ho sentito dire questa frase da un coetaneo (o giù di lì) che in una conversazione sosteneva che la situazione era migliore prima del giudice Antonio Di Pietro e dei processi di Mani Pulite perché “qualche mazzetta era accettabile per essere tra le economie più forti del mondo”. In fondo per raggiungere lo scopo tutti i mezzi sono leciti, parafrasando il Machiavelli, e se questo significa ungere gli ingranaggi giusti cosa vuoi che sia? “I soldi non hanno mai ucciso nessuno”, mi venne detto. “Grazie al sistema delle tangenti eravamo tra i più forti al mondo. Guardaci ora!”.

I bei tempi delle tangenti

Mani Pulite è un ricordo lontano, ma lontani non sono i metodi che il processo portò a galla, perché a quanto pare non è cambiato il pensiero che “il fine giustifica i mezzi”. Non so se Collodi abbia mai letto il Machiavelli, ma la menzogna e la corruzione pur di raggiungere gli obiettivi sono ampiamente usati dal Gatto e dalla Volpe. Ad esempio quando convinsero Pinocchio che a seminar zecchini sarebbe nato un albero con le fronde piene di monete d’oro. Il burattino di legno era in buona fede, li piantò nel terreno ma non nacque nulla. Anzi: gli zecchini sparirono.

Le tangenti, come gli zecchini piantati per terra, arricchiscono solo chi le prende a discapito della sicurezza o del lavoro fatto a regola d’arte, e quindi a discapito di chi non può pagarle pur essendo più bravo e capace. Accettare tutto questo per bypassare il sistema significa contribuire a uccidere il sistema stesso.

È un pensiero potente ma inconsistente, errato ma assunto come verità fin troppo spesso, che venne sintetizzato dall’operaio di una fabbrica di mobili pordenonese chiusa a causa della crisi. Il brav’uomo mi disse che “si stava meglio quando l’economia delle imprese faceva circolare molto ‘nero’ che dava da mangiare a tutti”. Perché secondo lui lo stipendio completo in busta paga permetteva allo “Stato ladro”, così lo chiamava, di rubarti quello che ti spettava di diritto. Infrangere qualche legge non era poi un peccato mortale: il peccatore era lo Stato che si appropriava dei denari guadagnati dalla gente con il sudore della fronte. Anche Oscar Giannino definisce Stato ladro il complesso delle norme fiscali italiane, ma la differenza tra l’operaio e il giornalista economico sta nel fatto che il primo aveva violato le leggi danneggiando la società, il secondo la società la arricchisce pagando le tasse e proponendo un’alternativa.

Gli outsider, o i soliti noti

Quando faccio formazione e parlo delle dinamiche relazionali che si possono creare negli ambienti sociali o di lavoro faccio sempre riferimento alla teoria dell’outsider, ovvero colui che sfrutta un gruppo per trarne vantaggio solo per sé, senza dare nulla in cambio; che fa il meno possibile e si appropria dei meriti altrui. Gli esempi sono molteplici, in azienda e anche fuori da essa: quello che prende il treno senza vidimare il biglietto, quello che mangia ma non paga, quello che intasca lo stipendio ma non se lo guadagna… e potremmo continuare all’infinito. A prima vista il sistema sembra fatto per supportare chi si comporta da furbo, ma in realtà implode quando il numero di outsider arriva a una massa critica. E non pensate che ne servano poi molti, per arrivarci.

Comunque sia, come dicevamo, il gruppo non è fatto per supportare questo comportamento e sono certo che state pensando a quel collega che non fa quello che dovrebbe fare, a quella persona che ha buttato il fazzoletto per terra invece che nel cestino o a quella volta che avete visto un automobilista parcheggiare nel posto dei disabili. Tutti comportamenti riprovevoli, da outsider, che fanno arrabbiare.

Ma c’è un altro comportamento che fa arrabbiare e che agevola l’outsider: quello di chi vede e si gira dall’altra parte perché tanto “non sono affari miei”. Il silenzio è connivenza e aiuta chi devia dalle regole, tanto è vero che Mani Pulite ha condannato i corrotti, i corruttori e i conniventi.

Eccoci tutti sul banco degli imputati, quindi. Perché ognuno di noi almeno una volta si è girato dall’altra parte. Per cui, caro coetaneo, pagare una tangente per vincere un appalto significa che a passare davanti sono quelli ricchi e non quelli meritevoli. Essere un’economia forte è un fine che condivido anche io perché ci guadagniamo tutti, ma i mezzi erano sicuramente sbagliati e sono stati quei mezzi a mettere in piedi un sistema che alla prima burrasca è crollato come un castello di carte, mostrando i limiti dell’essere cresciuti con la cultura della furbizia e non con quella del merito e del rispetto delle regole.

E non venitemi a dire che di leggi ce ne sono troppe e che il sistema è marcio, perché se tutti avessimo il coraggio di dire “no” a certi comportamenti, paradossalmente, di regole ne servirebbero molte di meno.

 

Photo by Igor Ovsyannykov on Unsplash

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Autore
Classe 1974, dopo il liceo scientifico si laurea in psicologia all’Università di Trieste con una tesi cross cultural sugli effetti del clima aziendale sulla sicurezza. Si specializza in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con il professor Vincenzo Majer, uno dei pionieri italiani degli studi sul capitale umano e docente universitario patavino, conseguendo i master in selezione e formazione del personale. Lavora in PERSeO srl come Jr HR Consultant, maturando una consolidata esperienza all’interno dei più grossi gruppi aziendali del nord Italia. Rientrato in Friuli ricopre la posizione di Responsabile Selezione e Reclutamento nella filiale di Udine del Gruppo ORGA spa di Milano da cui si separa qualche anno dopo per fondare la HR&O Consulting attraverso cui offre alle aziende clienti consulenze in ambito risorse umane come HR Business Partner e Temporary HR Manager. Scrittore, saggista e blogger, ama viaggiare, leggere. La natura umana continua ad incuriosirlo ed affascinarlo.
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