Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Expo 2015: perché governi e grandi produttori non parlano dell’ acqua che mangiamo?

La soluzione è nelle filiere alimentari. Il cibo prodotto dai contadini arriva nei supermercati e nelle nostre case, ma il prezzo di quel cibo non tiene conto del valore dell’acqua utilizzata per produrlo.
immaginetesta
Shares

immaginetesta

Quando ho cominciato il mio viaggio di comunicazione nell’affascinante mondo della scienza dell’acqua, non potevo immaginare cosa avrei scoperto.

Scoperta n°1 : L’acqua verde

Credevo ci fosse un solo colore per l’acqua, il blu, ma gli scienziati ci insegnano che ce ne sono due: il blu e il verde.

L’acqua blu è l’acqua che scorre nei ruscelli, nei laghi, nelle riserve sotterranee. Può essere deviata dai fiumi o estratta dal sottosuolo. La possiamo vedere, toccare, bere.

L’acqua verde è l’acqua che si trova negli alberi, nel terreno, nelle piante. Ogniqualvolta ti capitasse di vedere una nota di verde, quella nota vuole dire che lì si nasconde dell’acqua. L’acqua verde è invisibile, ma importantissima, perché ci permette di produrre la maggior parte del nostro cibo.

Scoperta n°2 : L’acqua per il cibo

Ho cercato di fare tesoro di straordinarie campagne di sensibilizzazione che mi ricordavano quanto fosse urgente risparmiare l’acqua mentre facevo la doccia o mi lavavo i denti. Quei piccoli gesti quotidiani hanno un valore immenso, ma gli scienziati ci dicono una cosa ancor più importante, ed è arrivata l’ora di ascoltare: quando si parla di consumo di acqua, il cuore del problema è il cibo, il cibo che produciamo, che commerciamo, che mangiamo e che sprechiamo.

Perchè? ti chiederai.

La scienza ci dimostra che circa l’8 per cento di tutto il consumo idrico globale è acqua (blu) usata per il consumo domestico, ossia per bere, pulire, lavare, e per la produzione di prodotti industriali come l’alluminio, la carta, i vestiti.

La cosa incredibile è che il 92 per cento del consumo idrico globale viene quasi tutto utilizzato per la produzione di cibo (la parte restante per cotone, fibre e bioenergia). Non a caso gli scienziati chiamano questo 92 per cento food-water e a gestirlo sono gli agricoltori di tutto il mondo. Si tratta principalmente di acqua verde, ossia di acqua contenuta nel terreno e nelle piante. La parte blu è acqua estratta dai fiumi o dal sottosuolo per irrigare i campi.

Il problema è che usiamo le risorse idriche del pianeta, verdi e blu, ad un ritmo più veloce di quello con cui la natura può rigenerarle. Ecco perché queste risorse sono a rischio.

Scoperta n°3: L’acqua che mangiamo

Ho scoperto che mangio molta più acqua di quella che bevo! Come? ti chiederai.

Se vediamo un pacco di pasta, di solito ci fermiamo al suo contenuto e dimentichiamo l’acqua utilizzata per far crescere il grano, realizzare il packaging o fare arrivare quel pacco di pasta sui nostri scaffali. Tutti i prodotti hanno, infatti, un costo idrico, ma alcuni hanno un costo maggiore di altri. Nel caso del cibo, ad esempio, produrre frutta e verdura richiede molta meno acqua che per produrre la carne.

La quantità di carne nella nostra dieta può fare una differenza enorme. L’impronta idrica media di una persona che mangia carne è di circa 5000 litri di acqua al giorno. Quella di una persona vegetariana è di 2500 litri di acqua al giorno. Per chi non è vegetariano, anche un solo giorno senza carne è una fantastica abitudine al fine di mangiare acqua in maniera più sostenibile.

Scoperta n°4 : I cari agricoltori

Ho scoperto che, se vogliamo davvero mettere al sicuro la nostra vita sul pianeta, dobbiamo proteggere i nostri contadini.

Circa il 92 per cento dell’acqua che l’umanità usa è per la produzione di cibo e, fino all’ultima goccia, è nelle mani degli agricoltori. Dipendiamo dagli agricoltori, perché sono loro che ci danno il cibo di cui abbiamo bisogno e sono loro che possono garantire un uso saggio e consapevole dell’immensa quantità di acqua che il genere umano utilizza per produrre il cibo. Non li stiamo però aiutando ad assolvere al loro arduo compito, ed è l’umanità a rimetterci.

92percent-2

I compensi che gli agricoltori ricevono in cambio del cibo che producono sono troppo bassi e non consentono loro di coprire i costi di produzione e i costi per una gestione saggia delle risorse del pianeta. Sono esposti alla instabilità del clima e alla volatilità dei mercati.

Negli ultimi cento anni, grazie alla scienza e alla tecnologia, gli agricoltori hanno fatto miracoli riuscendo a produrre sempre più cibo a parità di acqua utilizzata ma, scienza e tecnologia, da sole, non saranno abbastanza per prepararsi ad un futuro da 9 miliardi di persone.

La soluzione è nelle filiere alimentari. Attraverso di esse il cibo prodotto dai contadini arriva nei supermercati e nelle nostre case, ma il prezzo di quel cibo non tiene conto del valore dell’acqua utilizzata per produrlo. La filiera fa finta di non vedere quel valore, lo ignora, e il risultato è che ci crogioliamo nell’immorale abitudine di volere cibo a poco prezzo per poi buttarne via il 40 percento.

I leader politici e la società intera si devono risvegliare e cambiare il modo in cui il mercato e le filiere alimentari valutano le risorse idriche usate nella produzione di cibo. I potenti protagonisti delle filiere alimentari, vale a dire i grandi marchi, i commercianti che operano su scala mondiale e soprattutto i supermercati, devono percepire che la loro reputazione dipende da come garantiranno a me, a te e all’umanità intera un futuro sicuro dal punto di vista idrico. Tale sicurezza dipende da regolamentazioni che noi consumatori dobbiamo pretendere. Siamo un punto chiave per innescare il cambiamento.

Nel caso in cui qualcuno dovesse chiederti se sulla terra ci sia abbastanza acqua per soddisfare un futuro da nove miliardi di persone, la bella notizia è che la risposta è ‘si’. Ma solo se ci impegneremo a consumare il cibo in modo ragionevole, se non lo sprecheremo e se garantiremo ai nostri agricoltori il supporto di cui hanno bisogno per gestire il 92 per cento dell’acqua che l’umanità usa.

Questo dovrebbe essere uno dei messaggi chiave di Expo 2015: il cibo è acqua, tantissima acqua, è terra, è energia, è lavoro. Per combattere la fame nel mondo e prepararci al futuro non abbiamo semplicemente bisogno di produrre più cibo, dobbiamo fare in modo che il cibo raggiunga chi ne ha bisogno, dobbiamo produrlo con saggezza e responsabilità, dobbiamo dargli un valore che tenga conto delle risorse necessarie per produrlo, dobbiamo consumarlo con equilibrio e, soprattutto, dobbiamo proteggere i nostri agricoltori.

 

Ringraziamenti: Un grazie particolare al Professor Tony Allan, a David Stonestreet, al Professor Arjen Hoekstra, a Martin Keulertz, a Tom Gabriel Johansen per il supporto durante l’analisi dei dati. 

Fonti e link utili:

The Water We Eat, Food is for Eating, TEDx Oslo

L’acqua che mangiamo, M. Antonelli e F. Greco

The water footprint of humanity, A. Hoekstra e M. Mekonnen

Virtual Water: tackling the threat to our planet’s most precious resource, Tony Allan

 

Shares

Tags: , , , , , , , ,



Autore
Information Designer nominata Young Global Leader 2012 dal World Economic Forum per la passione nel disseminare il concetto di acqua virtuale. Dopo la laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano ha frequentato un Master in Disegno Industriale. Nel 2005 si è trasferita a Londra e ha completato un Master in Communication Design alla Central St Martins specializzandosi in Information Design. Il suo quartier generale è Oslo dove collabora con il Knowledge Centre per migliorare la comunicazione di informazione scientifica a dottori e pazienti. E' Associate Lecturer alla Central St Martins di Londra e adora insegnare.
Commenta questo articolo