Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Fare impresa con successo? Dipende soprattutto da noi

Se ci arrendiamo, decretiamo il nostro fallimento. Ecco perché vale la pena di crederci: contesto e tendenze sono favorevoli
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«Non perdete la speranza, lo dico soprattutto a voi giovani. Incontrerete moltissimi ostacoli, i maggiori verranno da quanti sono contrari al cambiamento, da coloro che rischiano di perdere i loro benefici. Non arrendetevi, perseverate: se perdete la speranza significa che voi stessi avrete deciso di essere sconfitti». Potrebbero essere le raccomandazioni di uno startupper di talento, indirizzate a chi lo voglia imitare. Invece sono le parole appassionate di un premio Nobel per la pace, Tawakkul Karman, una giovane donna di 36 anni che – con le sue battaglie per i diritti civili – sta lottando per la libertà del suo paese, lo Yemen.

Quando qualche tempo fa l’ho incontrata per intervistarla per Wired (qui il video) mi ha colpito il fatto che le stesse frasi, lo stesso spirito vitale, calzano come un guanto anche a chi decide di fare impresa in Italia. E forse la chiamiamo impresa non a caso, visto che ci vuole una certa dose di eroismo civile, di lucida follia, per intraprenderla.

 Ma i casi di successo che incontro ogni giorno stanno lì a testimoniare che farcela è possibile. Certo non abbiamo i capitali della Silicon Valley, non ci sono le exit miliardarie (anche se nel biotech di recente ne abbiamo viste diverse da centinaia di milioni), ma  la buona notizia è che alcune delle macrotendenze che stanno rivoluzionando l’economia incrociano e interrogano anche la nostra realtà.  Non mi riferisco solo alle start up del digitale, anzi.  Io preferisco chiamarle piccole imprese innovative. Se ci pensate, hacker e maker li abbiamo da almeno dieci secoli, sono gli artigiani. Sono quanti – prima ancora di inventare prodotti geniali – hanno forgiato da sé gli strumenti per realizzarli. Se la nostra manifattura è ancora al quinto posto al mondo – nonostante negli ultimi sette anni il prodotto interno lordo italiano abbia perso più di nove punti percentuali – il segreto è proprio nella resilienza, nell’antifragilità di un sistema che è riuscito a reinventare la propria sopravvivenza con l’export e l’efficienza. In questo modo le tre F che caratterizzano l’Italia nel mondo – food, fashion, furniture – hanno continuato, nonostante tutto, a prosperare.

Oggi ci sono nuove opportunità, e saperle sfruttare dipende da noi. A cominciare dalla stampa 3D che – applicando alla manifattura tradizionale le accelerazioni del digitale – consente di trasformare le merci in file. Per proseguire con internet delle cose, la diffusione di sensori collegati alla rete e inseriti negli oggetti tradizionali della vita di ogni giorno: utensili che incorporano tecnologia, per i quali va riprogettata l’interazione tra uomo e macchina. Una capacità di design che fa parte della nostra tradizione migliore. Senza dimenticare il biomedicale, un settore che da sempre vede le nostre aziende e la nostra ricerca protagoniste. Con l’invecchiamento della popolazione, la domanda di salute nei paesi sviluppati è destinata a diventare sempre più importante. Sapremo soddisfarla?

Ma non è solo una questione di settori e servizi in cui possiamo dire la nostra. Anche le condizioni di contesto stanno cambiando. Digitale ed economia della condivisione abbassano le barriere all’entrata, riducendo l’entità dei capitali necessari per intraprendere. La possibilità di accedere ai mercati internazionali attraverso le piattaforme del web fa calare inoltre i costi delle esportazioni, un tempo accessibili solo alle grandi aziende. Il tutto in quadro normativo che si va semplificando: con l’investment compact, entro fine mese il parlamento licenzierà una serie di norme che parificheranno sotto molti aspetti le piccole e medie imprese innovative alle start up, estendendo anche alle prime i benefici disponibili per le seconde .

Oggi – più che mai – dipende da noi. Come direbbe Karman: «Siamo disposti a guidare il cambiamento?»

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Autore
Massimo Russo è co-direttore de La Stampa dal 2015 dopo aver guidato per circa due anni Wired Italia. Dopo la laurea in Economia a Venezia e la scuola di giornalismo a Roma, dal 1990 ha iniziato a fare il giornalista a tempo pieno. Ha lavorato negli Stati Uniti ed è stato visiting scholar alla Columbia University grazie a una borsa di studio per un progetto di ricerca. Ha quindi insegnato all’università e all'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino. Cronista per dieci anni nei quotidiani, ha poi iniziato a lavorare online, fino a diventare direttore dei contenuti della divisione digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso, nonché responsabile della struttura video del Gruppo. Con Vittorio Zambardino ha scritto il libro Eretici digitali (Apogeo, 2009). Fa parte della Commissione parlamentare per la stesura della Carta dei Diritti in Internet. È ambasciatore Telethon. Sposato, ha due figli. Pratica l’innovazione, coltiva il dubbio e ha un’insana passione - poco corrisposta - per la tavola a vela.
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