Quindicinale n.43, 14 febbraio 2017

Competenze a misura d’uomo

I limiti fisici dei luoghi di lavoro non devono mancare ma purché siano naturali e risuonino nelle persone
Competenze a misura d'uomo
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Poco tempo fa una persona amica mi ha parlato di una visita ad un monastero benedettino raccontandomi del fascino suscitato da quei luoghi e spazi monastici, creati per permettere a chi ne usava di fare le cose bene e con arte. Abitare un luogo nel mondo antico significava anzitutto creare una relazione con esso e divenire un’opportunità per creare e vivere relazioni sane. Da questo stimolo vorrei condividere alcuni pensieri sull’importanza dello spazio e dei suoi limiti per dare spazio e risonanza a chi li abita.

È questione di musica

Come uno strumento ha bisogno di una cassa di risonanza per emettere e diffondere un suono, così gli spazi che abitiamo possono fungere da cassa di risonanza per la nostra persona, i nostri pensieri, le emozioni, i sogni, le competenze, i progetti, le relazioni.

Il significato stesso di persona deriva da per-sonare, quindi qualcosa che suona, che vibra.

Innanzitutto la prima cassa di risonanza siamo noi stessi, il nostro corpo: è il primo spazio che abitiamo, e poi possiamo includere anche le nostre case o appartamenti, i luoghi di lavoro, le automobili per chi passa tanto tempo in strada, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie, persino internet.

Se ci mettiamo in ascolto di questi luoghi che cosa risuona, quali suoni ci rimandano?

Cosa risuona negli spazi monastici

Ecco ora invece cosa dovrebbe risuonare negli spazi monastici che tanto affascinano tutti coloro che visitano monasteri o Abbazie. L’antico scrittore e architetto romano Marco Vitruvio Pollione (80 a.C. – 15 a.C.) così sintetizzava il senso dell’architettura: Utilitas, Venustas, Firmitas.

Utilitas, o utilità, ha a che vedere con la comodità e la fruibilità nell’utilizzo.

Venustas, o bellezza, riguarda l’estetica.

Firmitas, o stabilità, si riferisce alla solidità della costruzione.

Da monaco, aggiungerei anche la dimensione simbolica che ogni luogo acquista se mantiene la sua profonda identità.

Utilità, Bellezza, Stabilità, Simbolo sono quattro caratteristiche che esaltano gli spazi di un monastero, ma che potrebbero esaltare e far vibrare ogni nostro spazio che abitiamo, a cominciare dai luoghi di lavoro.

Per esempio, i tre luoghi che la Regola di San Benedetto organizza e codifica sono la Chiesa, la Biblioteca e il Refettorio, simboli delle tre dimensioni essenziali per ogni essere umano: Spirito, Mente e Corpo, inseriti in una visione sistemica e non piramidale (non c’è supremazia di uno o dell’altro, ma ricerca continua di armonia ed equilibrio); inoltre avere un luogo delimitato per ogni attività aiuta anche a gestire meglio il tempo a disposizione (qui si aprirebbe una interessante riflessione sugli open-space lavorativi).

Il rischio di noi occidentali – forse in altre culture ragionano in modo diverso – è che leghiamo l’utilità al consumismo o al provvisorio, limitiamo la bellezza all’apparenza o perfezione, confondiamo stabilità con staticità e declassiamo il simbolico a ciò che non è reale.

Ogni spazio valorizza la persona

Ogni spazio valorizza ed esalta non solo le competenze ma la totalità della persona se:

– l’utilità non è legata al consumismo e al provvisorio ma è al servizio (serve) a qualcosa d’altro e di più alto;

– la bellezza non è frutto di cosmesi ma di ginnastica, cioè di fatica ed impegno; punta all’eccellenza e non alla perfezione; la perfezione non ammette errori o limiti, l’eccellenza accoglie in sé anche l’imperfezione;

– la stabilità riguarda il nostro essere presenti a noi stessi; la prima e necessaria competenza è data dal saper abitare noi stessi prima di ogni altro luogo, per essere in grado di affrontare con gioia, efficienza, utilità la complessità e la mobilità che caratterizza il nostro tempo.

– il simbolo (dal greco sun-ballo, tengo insieme) ci dona quello stato di allineamento tra interiorità e azione; il contrario di simbolico è il diabolico (dia-ballo, che significa divido).

Ogni luogo che abitiamo, se non è elemento di unione e condivisione ma di divisione, è diabolico e ci fa vivere in un inferno.

Possiamo allora chiederci: quanta utlitas, venustas, firmitas, simbolum risuona dentro di noi e grazie agli spazi che abitiamo? Quanto siamo disposti a “spendere” e contribuire affinché i nostri spazi risuonino di servizio, profondità, armonia?

E alla fine ritorna la domanda che ci siamo fatti all’inizio: c’è un limite agli spazi per valorizzare le competenze? Il limite c’è e ci deve essere ma vissuto come un violino vive il limite della sua forma o il limite della lunghezza delle corde.

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Autore
Nato in provincia di Brescia nel 1971, attualmente vive presso l’Eremo di Monte Giove a Fano, nelle Marche. Monaco Benedettino Camaldolese, Formatore, Coach ACC ICF, studi classici e licenza in Teologia monastica, da circa 10 anni si occupa di formazione aziendale e di sviluppo delle persone. Collabora con alcune società di consulenza e tiene conferenze su temi legati alla ricerca di senso e di armonia tra vita interiore e lavoro. Con altri professionisti ha scritto: Politica ed Economia, uno sguardo spirituale (Ed. San Paolo 2014); Spiritualità Cristiana e Coaching, la relazione facilitante di Gesù (Ed. La Parola, 2016).
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