Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Fico Eataly World contro la cultura italiana dei campanili

Il marketing e i target di Fico: a colloquio con Tiziana Primori, Ad del più grande parco tematico mondiale dedicato al cibo
Fico Eataly World contro la cultura italiana dei campanili
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Come per tutti i progetti fuori misura, anche quello del Parco Agroalimentare Fico Eataly World  – la fabbrica contadina che dal 2017 sarà pienamente operativa sugli oltre 200 mila metri quadrati della Nuova Area mercatale di Bologna con 3000 aziende di cui 60 con loro fabbrica o ristorante – scalda gli animi su non pochi fronti. E così, tra tagli del nastro e conferme di investimenti interamente privati che al momento hanno già superato i 100 milioni di euro – mentre la politica solletica l’Autorità Nazionale Anti Corruzione affinché metta il naso sull’assegnazione dell’appalto senza aver esperito alcuna gara pubblica – vale la pena capire se ci sia davvero una spinta moderna verso una cultura agroalimentare del made in Italy.
Certo, siamo ancora al di qua della partenza, in quel limbo di buoni propositi che non risparmia gli entusiasmi ma a pochi mesi dal via sembra aver mantenuto e rinnovato tutte le sue convinzioni Tiziana Primori, Amministratore delegato di Fico e Vice presidente di Eataly con un passato in Coop Adriatica dove si occupava dello sviluppo delle partecipate.

Al Made in Italy dei prodotti agroalimentari non manca certo la qualità, gli manca forse un marketing funzionale che sappia educare correttamente e garantire fatturato alle nostre imprese. Qual è il baricentro della comunicazione di Fico?

Il nostro primo valore sta nell’aver scelto di parlare di stile di vita a 360 gradi, di stile di Paese e non solo di prodotto. La vera chiave di lettura è che senza cultura non si mangia e mi riferisco al fatto che quando si parla di cibo è ormai implicita una serie di riferimenti che vanno al di là del prodotto in se’: qualità, quantità, territorio, recupero di una grande scienza italiana.

Eppure il nostro Paese è celebre per i suoi campanili, più o meno metaforici. Non sarà semplice coniugarli tutti sotto uno stesso stile.
E’ vero, l’Italia ha questo profondo senso del campanile che noi però abbiamo scelto di trasformare in punto di forza. E’ il nostro senso di diversity.

Cosa c’è sul piatto per i giovani?
Loro sono certamente uno dei nostri target principali, basti pensare a tutto il trend crescente dei nuovi imprenditori agricoli. Per Fico abbiamo poi introdotto anche figure professionali che prima non esistevano perché la rivoluzione è intendere il cibo come arte e trasferirlo al pubblico come tale: ecco a cosa serviranno le nostre guide museali che abbiamo selezionato inizialmente tramite offerte di lavoro a mezzo stampa e poi avviato a formazione anche grazie a manager e docenti universitari in una logica di totale complementarietà.

Un parco tematico sul cibo, di queste dimensioni, non si era mai visto. Ci spieghi il rapporto contemporaneo tra cibo e divertimento.
La chiave di lettura è il divertimento, non è un caso che stiamo investendo molto sui giovani. Riuscendo a triangolare l’arte e la cultura con i ragazzi, siamo certi di aver fatto l’investimento migliore per generare una nuova cultura.

Expo 2015 ha dato prova di una politica inesistente di promozione all’estero. Fatte le dovute differenze sia per progetto che per durata, come si sta muovendo Fico sul piano internazionale?

Così come stiamo lavorando sui nostri territori e sulle singole specificità, allo stesso modo abbiamo impostato i canali di promozione all’estero dover ci mettiamo in contatto con le realtà locali, con l’associazionismo e con le delegazioni dal basso, rispettando in ogni paese la cultura che lo sorregge. Certamente non mancheremo agli appuntamenti con le principali fiere di settore.

Infine una riflessione su come rendere attrattiva la cultura del cibo non solo per le scuole ma anche per un pubblico maturo. Avete progetti in questa direzione?

Se dovessi sintetizzare quali sono i nostri target di riferimento, direi che sono senza dubbio i ragazzi delle scuole e poi le donne e gli uomini di business, sia italiani che stranieri.
Per quanto riguarda i primi, abbiamo già coinvolto oltre 100.000 studenti, convinti che sia il bacino migliore di futuro. I ragazzi però arriveranno da noi anche attraverso una via insolita per collegarli al cibo, cioè l’attività fisica. Se mangiare bene è la prima medicina, di sicuro lo sport è la seconda. Con Fitel (Federazione Italiana Tempo Libero) abbiamo da tempo avviato contatti e progetti.
Alzando poi ulteriormente il tiro con l’altro target, punteremo a collegare i massimi livelli di arte e di cibo. Abbiamo già avuto un incontro con il Comune di Bologna per invitare qui i principali musei d’arte di tutto il mondo, Moma compreso. Le prime risposte ci stanno confermando che, mettendo l’arte in tavola, Fico è proprio sulla strada giusta.

 

[Photo credits: Shumilov Ludmila. Unsplash.com]

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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