Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Figli che non ascoltano i padri (e cercano risposte sui social)

Nell'era della caccia ai clic, manca l'engagement vero tra padri e figli. Ed è diverso dal contrasto generazionale al quale eravamo abituati.
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Quando penso ai padri, penso ai figli.

Figli che non ascoltano i padri. Che li mettono via alla voce “passato” o “noioso”. O non “abbastanza veloce”.

Figli che hanno ben presente quanto sia pesante una paternale. Ma che non sanno, o dimenticano, che ha valenza di richiamo più che rimprovero. Per costruire, più che distruggere.

E così, ci ritroviamo qui. Padri e figli, nel momento più veloce della storia, come fossimo gli uni contro gli altri. Sempre troppo distanti per sentirci. O troppo diversi per capirci.

É paradossale, ma nell’era in cui si litiga o si esulta per un clic, ciò che manca è l’engagement, quello puro. Quello familiare. Tra padre e figlio.

Manca insomma tutto ciò che la natura aveva progettato.

I figli che ascoltano I padri.

I figli che chiedono ai padri.

I padri che insegnano ai figli.

Figli che non ascoltano i padri (e non credono ai padri)

Ci pensavo ieri. Una scena che negli ultimi anni ho visto tante volte ma non so per quanto potrò vedere: mio figlio che sente una cosa in tv e corre veloce come un razzo verso la mia stanza. Mi tira, direi proprio mi strattona. Non è cattiveria, non è neanche mancanza di rispetto. In fondo è qualcosa di buono e puro. Mi chiede se sia vero quanto ha sentito, se la tv ha detto o meno la verità. E lo chiede a me. Ancora non si fida dei media ma non più di suo padre. Ancora no, c’è speranza. Se dura.

Il problema è che con l’età forse le cose cambiano, e chissà come cambieranno veloci.

Come ha raccontato Gilette in un video che dovremmo guardare e riguardare.

«Da una ricerca condotta da Gillette emerge come l’87% dei teenagers, se ha bisogno di un consiglio, consulta lo smartphone e solo il 13% il proprio papà”.

È qualcosa di più della distanza generazionale che è sempre esistita. È qualcosa di infinitamente più preoccupante.

Un tempo il padre dell’amico era come l’orto del vicino, sempre più buono.

Ed il figlio, almeno a parole, era sempre meno diligente di quello degli altri.

Oggi siamo al tutti contro tutti. Padri contro figli. Figli contro padri.

Solo che viviamo lo stesso mondo. Non solo fisico ma anche digitale e del lavoro.

Figli che litigano con i padri ma non si ritrovano a tavola per chiarire

Figli che cercano le risposte sui social: in una mano lo smartphone e nell’altra la verità assoluta in base alla quale i padri non capiscono o addirittura in base alla quale è colpa dei padri.

Diventati competitor, gelosi del mondo, del mercato, delle aziende.

O figli che si ritrovano a giudicare padri che in questo casino hanno perso il proprio posto nel mondo.

Giovani recruiter seduti al posto del padre. Padri seduti al posto dei figli.

O figli e padri che si trovano a decidere se ciò che è vecchio sia giusto o semplicemente superato.

Intenti a stabilire se i social siano un gioco o un lavoro, se la pubblicità digitale debba davvero mandare in pensione la cartellonistica e la tv, se gli influencer siano opportunità o sciagura, se i social siano l’on line, l’on life o il nulla.

O padri che si comportano da figli e che scimmiottano l’adolescenza a colpi di video ed effetti colorati. Come se ci fosse scelta, come se padre e figlio fossero categorie e non l’essenza della vita.

E così ogni giorno sino a quando si fa sera. Solo che manca quella tavola intorno alla quale chiarire e fare pace.

Manca l’engagement, quello puro. Tra padri e figli. Tra figli e padri.

C’era una volta il padre. E pure il figlio.

padre e figlio

I padri, intesi non solo come genitori ma come coloro che hanno esperienza e cerca di offrirla; i figli, intesi non solo per discendenza, ma come coloro che di esperienza, di strada, ne devono ancora fare.

C’era una volta Caramagna che diceva “Un bambino sulle spalle di suo padre: nessuna piramide o colonna dell’antichità è più alta”. E c’erano quelli che ci credevano, quelli che si sentivano altrettanto alti tenendo in braccio il figlio.

Ed oggi invece è tutto così diverso ed inquietante. O forse no. Forse c’è speranza se solo la smettessimo di litigare su chi ha cominciato, se solo ci ritrovassimo a tavola almeno per chiarire. Se ricordassimo tutti che per essere padre devi essere figlio e per essere davvero figlio devi essere padre.

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Autore

È il tizio che parla in modo semplice di cose semplici, e crede non ci sia niente di più straordinario. Ama la virgola seguita dalla e, ama i cani, il calcio e soprattutto i suoi bambini. Il suo lavoro è tutto una storia: scrive storie per gli altri (come ghostwriter) o aiuta gli altri a raccontarle. Nel web, sui social e soprattutto su LinkedIn.

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