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Quindicinale, Numero 63 – 8 aprile 2018

C’eri una volta e ora non sei più la stessa: la fragilità del lavoro dopo i 50

Cosa significa "sentirsi scaduti" quando tutti ti definiscono "sovraqualificato"
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A qualcuno di veneranda età – sopra i 50 anni – sarà capitato di sentirsi dire: “Lei è troppo qualificato per questo lavoro” e il contraccolpo è di sentirsi subito onorati da tanta benevolenza. Poi, capisci che è stata solo una forma elegante di congedo, perché sei “over”, cioè “semplicemente scaduto”.

E poi  “troppo qualificato” non dice esattamente rispetto a che cosa e ti fa sentire semplicemente senza via di uscita, salvo credere alla favola delle tue potenzialità nella sedimentazione delle mille esperienze di vita, di relazione, di errori e di verità vissute.

Diceva Marco Bentivogli, sindacalista, ospite al festival Nobilita nel panel Ritorno alla fabbrica, che “competiamo con la qualità, con la varietà e con la personalizzazione”. Certo, si riferiva all’azienda che voglia competere sul mercato. Lì per lì mi è sembrato strano che una persona, con un ruolo che spesso ho percepito come “obsoleto”, mi avesse ispirato e generato una serie di pensieri a catena: e se quella frase fosse riferita al singolo individuo? Cosa potrebbero essere le potenzialità con cui competere in termini di qualità e varietà, quando in realtà ti senti “over”, cioè fragile? Dove trovarle?

La fragilità comincia a delinearsi quando ti rendi conto di essere una persona disoccupata, magari per la prima volta, “marchiata a fuoco” dall’insuccesso reiterato nella ricerca di un nuovo lavoro.  A questa percezione, talvolta segue una rinuncia inconsapevole a cercare lavoro, per la difficoltà di trovare esattamente ciò che si desidera, che di solito assomiglia all’unico lavoro che si conosce.

Sì, perché gli adulti hanno studiato per fare i ragionieri, gli ingegneri; hanno fatto la gavetta per diventare venditori, magazzinieri, sarti, muratori, ecc.  ed è difficile sporgersi al di là del “terrazzo” di competenze  che si sono apprese nel corso della vita lavorativa. Figuriamoci poi se si è laureati, pluridecorati da abilitazioni, esperti di qualcosa e, nonostante ciò, si comincia a percepire che manca sempre qualche specializzazione o qualche competenza, ad esempio quella digitale.

E allora negli adulti si scatena una sorta di “arroganza” verso la vita che si è vissuta: quante volte si dice “io ho fatto questo e mi merito quest’altro”; “io ho imparato questo e non so fare altro”! Così l’arroganza diventa rabbia, rancore, se non addirittura depressione e stanchezza profonda. Con questo stato d’animo, a maggior ragione, diventa difficile esplorare le proprie potenzialità, per immaginare una nuova vita lavorativa, anche con un nuovo lavoro; anzi l’ambiente esterno sembra dare conferma di questa fragilità emotiva.

Guardando alla soluzione di una riconversione professionale, ho provato ad indagare quali opportunità in Italia possono sostenere l’apprendimento degli adulti verso nuovi lavori. Mi sono soffermata, in particolare, sull’apprendistato per adulti. In un’intervista su Adnkronos del Settembre 2015 il prof. Michele Tiraboschi, professore ordinario del Diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, segnalava che “estendere l’apprendistato anche ai lavoratori anziani presenta il rischio di un’applicazione ‘all’italiana’ , cioè solo per consentire vantaggi economici alle imprese (sgravio contributivo e sotto-inquadramento a fini retributivi) senza reali percorsi formativi (…) e dove l’onerosità sta nella fatica di formare e addestrare realmente persone trasmettendo conoscenze e competenze”.

Ma che cosa è questa fatica? E’ lo sforzo di coloro che nelle aziende si dovrebbero dedicare a formare gli adulti o sono gli adulti che sono poco inclini ad imparare ad una certa età? Probabilmente la vita reale riserva esempi per entrambi i casi, ma le constatazioni non aiutano ad approfondire il tema.  Se nel primo caso, infatti, lo sforzo dipende dall’uso dell’apprendistato da parte delle aziende, o dalle procedure burocratiche per instaurare gli apprendistati, nel secondo caso, invece, lo sforzo riguarda unicamente la responsabilità dell’adulto interessato.

Allora, le potenzialità di apprendimento saranno solo quel tesoro sopito, che va risvegliato o scoperto con una precisa intenzione del singolo adulto. Allora, la qualità, la varietà e la personalizzazione saranno, prima di tutto, un’azione del singolo per riemergere da quella fragilità e costruire un progetto di vita.

Che cosa può fare un adulto “fragile” per risvegliarsi? L’unica via possibile è accettare di fare il primo passo per un allenamento costante ad apprendere, a formarsi, a coltivare le relazioni dai contatti che via via si creano: come? Per quanto tempo?  In che modo?

A Nobilita nel Jobx  18 minuti di pensiero manageriale è arrivato uno spunto interessante da David Bevilacqua, Ceo di Yoroi: ha raccontato la serie di parole chiave che hanno segnato la sua vita, in particolare “dall’autoreferenzialità alla multidisciplinarietà”.

Queste sono parole preziose, che rimandano alla scelta, non facile, ma inevitabile, di rimescolare gli ingredienti della propria vita professionale con la contaminazione di nuove idee, che arrivano da nuove persone e da nuove esperienze.

Quindi, se la fragilità, come sensazione di inadeguatezza, può condurre facilmente alla percezione di una strada senza uscita, è vitale, in questa condizione, sforzarsi continuamente di prendere l’iniziativa di apprendere. Sì, perchè questa fragilità polverizza poco a poco i rapporti personali, familiari, fino anche a cambiare i connotati fisici e psicologici della persona coinvolta. L’alternativa è lamentarsi, fare polemica, prendersela con la politica, cercare colpe là fuori.

Ma questa è lo sforzo che nobilita la persona, uomo o donna che sia, e che le permette di riappropriarsi di un senso di appartenenza a se stessa, prima di tutto e poi alla famiglia, ai suoi amici.

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che la scelta della multidisciplinarietà, che definirei soprattutto “formazione permanente” alle relazioni comporti tempo da dedicare, spese da sostenere e anche spostamenti sul territorio. Difficile? Forse richiede anche creatività e inventiva. L’alternativa per molte persone è vivere di attenuanti o rimanere in perenne stato di crisi, se non addirittura “togliere il disturbo”.

La verità è che costa prendersi la responsabilità della propria vita professionale, conoscendo nuove persone e cambiando abitudini, anche nella gestione del tempo, rispetto al paradigma di vita privata sostenuto fino ad allora.

Io sono partita da Nobilita e grazie a questa esperienza ho trovato “naturale” ripensare a quelle situazioni, letture e persone che avevo conosciuto, e che oggi  potrebbero riassumersi in un percorso di allenamento continuo, nella direzione della sana contaminazione “intenzionale”. D’altra parte, quando cominci a collegare i puntini neri delle esperienze vissute, inizi a contagiare gli altri per i piccoli risultati ottenuti e incoraggi facilmente perché le esperienze sono tue.

Credo davvero che in una condizione di fragilità sia indispensabile fare di ogni giornata una palestra di attività, ricercando la qualità e la varietà degli “allenamenti” nel corpo e nella mente. Sì, perché la variabile “tempo” è da usare bene da subito, nonostante i vari ammortizzatori sociali o psicologici, che possono però rallentare la curva delle nostre decisioni o illuderci che solo perché finiranno, lasceranno naturalmente il posto a qualcosa d’altro, preparato non si sa bene da chi.

Allora competeremo con la qualità dell’impegno verso noi stessi e gli altri e ci accorgeremo di avere a disposizione una varietà di esperienze che la fatica quotidiana ha via via accumulato. Questo è dare valore alla propria esistenza e il lavoro qualunque esso sia alla fine.

Per tutto il resto, lasciamo alla politica e allo Stato le scelte “strategiche” sulle politiche attive del lavoro. Noi, nel frattempo, ci saremo presi la briga di nobilitare la nostra fragile vita di donne e uomini.

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Autore
Originaria di Mantova, ha maturato una ventennale esperienza nelle risorse umane, a cominciare dalla posizione di Responsabile dal settore del pubblico a quello del privato. Da un profilo generalista, all’inizio concentrato sul payroll, la gestione dei contratti e le relazioni sindacali, ha sviluppato un preciso interesse per lo sviluppo del personale e per l’organizzazione, soprattutto nel settore alimentare. Si è occupata, come Consulente, della ristrutturazione di alcune realtà aziendali della moda e dell’arredo, anche abbinata a processi di cassa integrazione. La sua formazione personale ha riguardato l’aggiornamento della normativa legata al personale, ma soprattutto il miglioramento delle competenze nella negoziazione dei conflitti e nella comunicazione efficace. Vive a Milano, ha due figli e da poco ha iniziato ad una nuova esperienza come Direttore del Personale in una solida realtà del settore automotive.
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