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Quindicinale, Numero 59 – 17 gennaio 2018

I ghostwriter non temono l’ego

Tecnologia e scrittura d’équipe per la produzione dei libri di successo. E già nel 2016 la prima sceneggiatura da intelligenza artificiale:
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È cosa ormai assodata: la mission dei molteplici cambiamenti che hanno caratterizzato l’editoria negli ultimi anni ha riguardato il risollevamento di un comparto, ormai in profonda crisi.

Infatti, in confronto alle origini, sono notevolmente cambiate le modalità di fruizione di un testo editoriale che, nella rigida osservazione dei canoni del postmodernismo, ha assunto i connotati del reader-response e del decostruzionismo, portando a far cadere la distinzione tra soggetto e oggetto letterario e dando vita, di conseguenza, a quel processo d’immedesimazione tra lettore e prodotto editoriale che tanto aiuta nelle vendite. Oltre a ciò, anche la figura dell’autore ha subito profondi cambiamenti.

È tramontata l’immagine romantica e idealizzata dello scrittore rinchiuso nel suo studio, intento a partorire storie destinate a incidere in modo indelebile nella mente dei lettori, e ha preso piede quella di un dinamico e a tratti bohémien imprenditore dello scrivere, che sempre più spesso adatta la sua narrazione alle esigenze di una società soggetta al “controllo” dei massmedia e del web.

Cosa fa un ghostwriter?

Secondo il “Sole 24 ore“, oggi assistiamo a un cambiamento notevole in termini di produzione letteraria: si è passati da una realizzazione di 13.203 titoli nel 1980 a una produzione di 66.505 titoli del 2016. Risultati eccezionali, che dimostrano una spinta dei professionisti della scrittura verso una produzione sempre più massiccia.

«Non è pensabile che tutti producano un libro dietro l’altro. Da un lato abbiamo gli scrittori che hanno bisogno di tempi morti per raccogliere le idee, ma dall’altro questi devono fare i conti con l’insistenza dell’industria editoriale che li spinge a produrre sempre più. Spesso sono necessari tempi più dilatati, perché l’atto dello scrivere richiede concentrazione. Per questo gli autori che utilizzano i ghostwriter sono tantissimi» afferma Susanna De Ciechi, ghostwriter e scrittrice.

Ma chi sono esattamente i ghostwriter? «Questo mestiere consiste essenzialmente nello scrivere opere per conto di terzi, rinunciando alla paternità intellettuale dell’idea o alla sua declinazione in forma di scrittura. Si tratta in parole povere del vendere l’atto dello scrivere che diventa, quindi, un servizio a tutti gli effetti» afferma Fabrizio Ceciliani, ghostwriter e fondatore di Ghostwriters Roma, agenzia di scrittura professionale. Chi fruisce dei servizi del ghostwriter, quindi, è un narratore o potenziale tale che abbraccia le politiche di una scrittura non più generata come atto individuale, ma tradotta in termini di produzione in team e di lavoro aziendale: «La creazione è di entrambi e abbiamo come cardine il rispetto reciproco» continua Ceciliani. «Infatti, prima di cominciare il lavoro, chiarisco sin da subito con i miei clienti che, data la difficoltà d’inserimento di un’opera sul mercato editoriale italiano, sarà molto difficile rientrare dell’investimento. Il libro va considerato come un prodotto e venderlo è un’operazione commerciale che risponde alle logiche del mercato».

Della stessa idea è la De Ciechi, che aggiunge: «La maggior parte delle persone che si rivolge a un ghostwriter lo fa perché non ha nessun’ambizione di scrivere in autonomia, perché riconosce di non essere in grado di farlo, quindi decide di rivolgersi a me essenzialmente perché ha una storia da raccontare, e ciò consente di creare qualcosa che abbia pari dignità di un libro. Parliamo di una scrittura condivisa, si tratta di soci della scrittura, dal momento che è il committente a fornire l’idea, che sia ben sviluppata o che si tratti solo di un embrione, mentre il ghostwriter la sviluppa. Questo è un metodo di produzione letteraria che potrà piacere o meno e, pur personalmente non condividendolo fino in fondo, bisogna prendere atto di una realtà editorialmente esistente».

Si tratta, quindi, di una realtà che, soggetta al mondo della televisione, di Internet e delle nuove tecnologie richiede, in termini di fruizione, regole sempre più pressanti e uno studio profondo su quelle che si possono definire “pratiche di scrittura”. Per rendere un prodotto editoriale accessibile a un gruppo sempre maggiore di lettori, è necessario adattare la produzione, proprio partendo dal linguaggio, alle esigenze di un pubblico più eterogeneo rispetto al passato, che ha subito, nel corso degli anni, un processo di omologazione di massa cominciato con la rivoluzione informatica e con la costituzione di reti comunicative mondiali.

Determinante, per lo scrittore 2.0, è quindi il ruolo delle nuove tecnologie che diventano fondamentali soprattutto nel processo di massificazione e produzione di un testo letterario destinato non tanto a impattare quanto a vendere.

La ripresa del mercato dell’editoria: il Global Novel

L’ufficio studi AIE (Associazione Italiana Editori) ha rilevato che nel 2016 c’è stata una ripresa dell’editoria con un fatturato complessivo cresciuto del 1,2% rispetto al 2015, grazie soprattutto alla vendita di titoli italiani all’estero e alla realizzazione di coedizioni internazionali, insieme a una crescita del mercato e-book che oggi rappresenta il 5% del totale. Per non parlare dei canali trade, che nel primo semestre del 2017 hanno registrato un aumento a valore del +1,1%.

È chiaro come lo spostamento del mercato verso l’asse globale abbia portato allo sviluppo di strategie di vendita sempre più raffinate e all’esigenza di una produzione sempre più massiccia di libri rispetto al passato. Questo spostamento ha contribuito anche e soprattutto alla creazione e alla diffusione del Global Novel, un genere coltivato negli anni ’80, frutto però di un processo avviato oltre dieci anni prima, che ha visto il lettore diventare focus del meccanismo di produzione di un testo.

Sara Uboldi, Dottore di ricerca in Scienze Umanistiche presso il Dipartimento di Comunicazione ed Economia dell’Università di Modena-Reggio Emilia, ha su questo tema le idee molto chiare: «Molto spesso assistiamo a delle vere e proprie équipe che lavorano per la produzione di un’opera di successo, e ciò rappresenta anche un po’ quello che sta accadendo all’interno della produzione cinematografica. Sappiamo che i grandi colossi cinematografici si avvalgono di veri e propri laboratori che, ad esempio, prima dell’uscita di un film che dovrà “necessariamente” essere di successo globale, vanno a testare con psicologi e neuro-scienziati i potenziali effetti sui fruitori. Ecco, per quanto riguarda la letteratura non siamo ancora a questo livello, ma sicuramente alcuni scrittori stanno prendendo via via consapevolezza dell’importanza di quelle che poi dovranno essere le risposte a livello neurocognitivo dei lettori, adattando e selezionando pian piano le proprie modalità narrative, ossia le strategie per “confezionare” dei prodotti destinati a un pubblico di lettori sempre più vasto».

La Cognitive poetics, tra neuroscienza e scrittura

Oggi, con l’aiuto delle neuroscienze cognitive, sono state sperimentate delle tecniche di narrazione che avvicinano maggiormente la produzione cinematografica e letteraria ai suoi fruitori. Una di queste è la Cognitive poetics: «Si è visto, grazie soprattutto agli studi di Gallese e Rizzolati che, come osservare una mano che si alza porta ad attivare le medesime aree motorie nel proprio cervello, anche uno stato di trasporto narrativo produce effetti simili. Cito in particolare Gallese, perché è colui che per primo ha tentato di tradurre la teoria dei neuroni a specchio anche all’interno del processo di lettura attraverso la teoria del feeling of bodyche successivamente ha consentito ai narratologi di utilizzare questi strumenti e di interpretare i processi di narrazione e immersione di trasporto narrativo nei mondi finzionali. Quindi siamo in grado di attivare aree che non solo consentono attivamente di simulare ma anche di percepire in modo intestino gli stati d’animo e le emozioni. Oggi sempre più scrittori stanno prendendo consapevolezza delle potenzialità di questo tipo di riflessione, anche nella costruzione dei testi letterari» chiarisce Sara Uboldi.

Dopotutto, adottare una strategia narrativa di questo tipo può portare il lettore a provare empatia verso una storia o un personaggio e arricchire la sua esperienza, facendo sovrapporre la realtà alla finzione. Inoltre, in questa maniera il libro potrebbe avere un pubblico maggiore e la ricezione potrebbe aumentare rispetto al passato.

È già nata la prima sceneggiatura da intelligenza artificiale

Un’altra novità è stata introdotta nel 2016 quando ha preso vita la prima sceneggiatura scritta interamente da un’intelligenza artificiale, una macchina tarata su un sofisticato algoritmo e che funge da contenitore di temi, elementi narrativi e figure retoriche, pronte a essere montate costruendo storie potenzialmente infinite.

«Tolto il dibattito sulla sterilità di queste narrazioni, è interessante analizzare il caso, perché se immaginiamo un lavoro di équipe con narratologi, scrittori, artisti e la produzione di macchine capaci di generare — magari partendo dal feedback della risposta emotiva — io credo che continuerà a esistere una letteratura, se vogliamo di livello superiore rispetto a un’altra, che comunque si presenta povera a livello di gamma tematica, di usi linguistici e di strategie narrative» prosegue Uboldi. «Ma il dibattito sull’originalità dell’opera è sempre esistito ed è sicuramente un elemento che caratterizza la nostra contemporaneità. Dopotutto, all’interno di questo tipo di produzione nella società attuale, abbiamo anche l’emergere di autori che si affrancano, in qualche modo, dalle caratteristiche di una letteratura medio-bassa, proprio grazie al loro genio e alla loro creatività. Forse, in alcuni casi, abbiamo assistito a questo emergere proprio grazie a una consapevolezza intrinseca, una conoscenza profonda delle potenzialità di questi approcci così altamente innovativi».

Chi si affida a tali strumenti, che da un lato creano scetticismo ma dall’altro generano curiosità, deve essere consapevole della spontaneità di un processo legato alle esigenze della globalizzazione e quindi di un mondo in continuo mutamento.

In quest’ottica, lo scrittore risulta visibile agli occhi del pubblico in qualità di modello ideale, nel bene e nel male, di personaggio mediatico che deve attrarre il consumatore affinché quest’ultimo continui a leggere, voracemente, le sue opere. Il processo di scrittura, allora, viene sottoposto al controllo della globalità, evolvendosi come conseguenza di un mondo sempre più eterogeneo ed esigente, ma allo stesso tempo conforme ai sistemi della società attuale.

(Photo credits: unsplash.com /Josh Applegate)

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Autore
Lucana di nascita spagnola d’adozione, dopo la laurea in Filologia moderna, l’abilitazione come docente d’italiano L2 e un master in didattica a Madrid, matura un’esperienza come redattrice per Metis magazine e come docente ed esperta d’integrazione culturale presso alcune associazioni lucane. Appassionata di arte, scrittura e cinema sogna di stabilirsi definitivamente in Spagna e di lavorare come mediatrice culturale ai fini dell’inclusione degli studenti Kalé nel tessuto sociale andaluso.
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