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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Giornalisti: è l’ora del tre per due. Se va bene

La politica, che finge di garantire il lavoro, chiede di lavorare gratis. I bandi della PA sono lo specchio della crisi dell'informazione italiana
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“Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. E alcuni devono averla presa molto sul serio questa massima di uno dei maggiori giornalisti italiani a cavallo della seconda guerra mondiale, Luigi Barzini Jr. E tra quei qualcuno c’è un soggetto d’eccezione, come il Ministero dell’Interno. Il dicastero che si occupa di capitoli importanti, sensibili e cruciali per l’opinione pubblica – come il terrorismo, l’ordine pubblico e l’immigrazione – poco più di un anno fa ha lanciato un bando per la selezione di un giornalista professionista per l’attività di comunicazione. Però a titolo gratuito. E non si pensi che si tratti di un incarico “leggero” che magari si svolge perché è di rappresentanza e lo si utilizza come trampolino di lancio per altri incarichi. No. Il dicastero retto all’epoca dal ministro Angelino Alfano, parliamo di circa un anno fa, in realtà voleva delle prestazioni toste, potremmo dire massicce, come del resto è tosto il ruolo di addetto stampa di un ministero come quello degli Interni.

Il tanto discusso bando del Ministero per lavorare gratis

Vediamole queste richieste e, visto che ci siamo, proviamo anche a valutarle sotto il profilo del valore. Si parte con la “Supervisione e consulenza nelle materie della comunicazione ed informazione […] connesse agli interventi e alle iniziative per la governance del fenomeno migratorio, caratterizzato da un sempre crescente afflusso di cittadini stranieri sulle coste italiane, mediante una continua azione di supporto al Direttore Centrale”. E ancora: “cura delle pubbliche relazioni con la stampa nazionale ed internazionale, garantendo una informazione idonea alla divulgazione mediatica, anche mediante la redazione di comunicati stampa” e, visto che non basta, si occupa anche “della comunicazione e delle relative attività relazionali con Istituzioni, professionisti e rappresentanti di enti pubblici e privati” e si occupa anche d’innovazione adattando forme innovative di comunicazione che aumentino l’efficacia e la trasparenza nei confronti dell’utenza, sia attraverso le pagine web, sia attraverso la realizzazione di prodotti video-documentali, in relazione alle competenze della direzione”. Insomma, più che un addetto alla comunicazione serviva un professionista di alto livello, in grado di muoversi, da solo, tra il pubblico e le Istituzioni, curando le relazioni con la stampa italiana ed estera, nonché con una padronanza, anche tecnica, verso le forme innovative della multimedialità. Insomma un genio del settore la cui quotazione sul mercato del lavoro non potrebbe essere inferiore agli 80mila euro l’anno. Netti.

 

E invece no. Il ministero dell’Interno, anzi la Direzione Centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo, tutto ciò lo desidera gratis visto che “l’incarico dovrà essere svolto a titolo assolutamente gratuito“, recita secco il bando che è tuttora presente sul sito del Dicastero. Una richiesta dedicata quindi a giornalisti masochisti? A chi questo mestiere lo fa per hobby? Non esattamente. Chi scrive ha partecipato al bando in questione, per tentare di fare un reportage dall’interno, che è rimasto aperto una sola settimana e ciò è già abbastanza sospetto, inviando i titoli e il formulario via Pec e non ottenendo alcuna risposta. L’intento che avevo era quello di scrivere, in caso di vittoria del bando, un reportage visto dall’interno rispetto a questa esperienza, ma ovviamente non sono stati comunicati, almeno al sottoscritto, i risultati della selezione. Quindi non è rimasta che ricorrere a una delle armi classiche del giornalismo: la talpa interna. La fonte, affidabile, ha svelato quello che potremmo chiamare un “male italiano del mondo del lavoro”: quello del non volersi adeguare al cambio generazionale, magari diventando un mentore. Il bando, infatti, era stato redatto, in maniera molto accurata e potremmo dire ad personam, da una Direzione del ministero dell’Interno – con ogni probabilità all’insaputa dell’allora Ministro – per consentire a un giornalista pensionato di lavorare nel settore della comunicazione pubblica, mantenendo così la propria rete di relazioni. Così si spiega anche la richiesta relativa al fatto che l’incarico avrebbe dovuto essere “svolto a titolo assolutamente gratuito.

Cosa non funziona in quel bando

Tutto bene quindi? Direi di no. Un caso del genere è sintomo di un’istituzione profondamente malata, specialmente sul fronte dei rapporti con i cittadini che passano, e passeranno, sempre più attraverso gli strumenti di comunicazione. Analizziamo le criticità di questo caso.

La prima è di sicuro il fatto che il bando sia tagliato su misura. Un’abitudine, direte voi in Italia, alla quale sarebbe il caso di non abituarsi se si vuole che in questo Paese si inizi a valutare le persone in base al valore che producono per il committente e non per se stessi.

La seconda è legata al posto di lavoro in meno che questa scelta ha prodotto.

Ma la terza, la più importante, è rappresentata dal pessimo esempio che ne è derivato. Nell’ultimo anno infatti è stato un fiorire di richieste da parte di Pubbliche Amministrazioni per uffici stampa e comunicazione gratuiti o se va bene a prezzi stracciati. «Come sindacato abbiamo protestato in maniera netta su questo bando anche perché l’idea che una Pubblica Amministrazione, di questo livello, potesse avere una professionalità così alta a livello gratuito è un precedente devastante – ci dice Lazzaro Pappagallo, segretario dell’Associazione Stampa Romana – Il danno d’immagine c’è ed è chiaro, ma è necessario anche ribadire il fatto che il lavoro giornalistico non può sottostare alla logica del massimo ribasso».

I paradossi e le aberrazioni scatenate in Italia

Ed è ciò, invece, che sta succedendo anche nella PA circa l’informazione. L’esempio del Ministero dell’Interno, infatti, è stato seguito da alcune amministrazioni locali che hanno chiesto collaborazioni gratuite o molto al di sotto di tariffe dignitose:  come è successo a Gravina di Puglia, dove il titolo preferenziale per un posto d’addetto stampa è il ribasso, cosa che potrebbe portarlo a vincerlo a chi tagli il 100% dei 10mila euro l’anno, lordi, messi come base di partenza.

Oppure come hanno fatto i Vigili del Fuoco, e qui c’entra sempre il Ministero dell’Interno, che insistono nell’avere un addetto stampa nazionale gratis. E ancora, che dire della bulimia comunicativa del Comune di Sant’Antimo, in provincia di Napoli, che necessita di un capo ufficio stampa e di ben quattro addetti stampa, tutti gratis ovviamente, visto che nell’avviso di selezione non si trova alcuna cifra alla voce retribuzione. E per il comune napoletano bisogna anche curare il notiziario comunale ed osservare l’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 del Codice Civile, come recita l’avviso. Chapeau.

E da questa galleria degli orrori non sono risparmiati nemmeno i social e la loro creatività, visto che l’Assessore regionale alle Infrastrutture della Sicilia, Giovanni Pizzo, ha utilizzato Facebook per trovare un addetto stampa che gli è necessario, visto che il presidente della Regione Rosario Crocetta ha smantellato l’ufficio stampa regionale dando il benservito a 21 giornalisti, promettendo al fortunato e nuovo addetto stampa, al posto del vile denaro, “informazioni riservate” e una “vita spericolata”. E dire che le Amministrazioni locali con problemi di fondi gli strumenti per ridurre li hanno, senza azzerare i costi. «Esiste un protocollo, (firmato nel luglio 2017, N.d.R.) tra l’Anci e la Federazione Nazionale della Stampa, che auspica il consorzio tra piccoli comuni circa l’informazione e la comunicazione – prosegue Pappagallo – In questa maniera diventa possibile avvalersi di professionisti dando loro una retribuzione dignitosa». Retribuzione dignitosa per giornalisti che si occupano di uffici stampa, ma di cosa stiamo parlando? Da fonti sindacali veniamo a sapere che una cifra equa sarebbe quella tra i 1.200 e i 1.500 euro netti per 14 mensilità, contro i 1.800 che sono la media della retribuzione giornalistica. Insomma un costo lordo che è complicato arrivi a 40.000 euro lordi.

Ma in ultima analisi a cosa è dovuta questa – sistematica – sottovalutazione del lavoro giornalistico nel nostro paese? La questione l’abbiamo posta ad Alberto Puliafito, direttore di Slow News. «Nel giornalismo sta succedendo ciò che succede in tutti i mercati che sono saturati dall’offerta. Produrre contenuti è oggi alla portata di tutti e costano sempre meno – ci dice. – E quindi chi può approfittarne lo fa. C’è chi chiede uffici stampa gratis, chi articoli a prezzi ridicoli e così via». Si trovano, infatti, aziende “attive” nel settore editoriale che offrono compensi da 2,5 euro per mille parole. «Si gioca tutto sulla quantità e ciò che preoccupa è che ci siano aziende che hanno budget da spendere e non capiscano che è meglio non produrre centinaia di comunicati stampa, di articoli o di post, ma paga di più investire sulla qualità di pochi contenuti. Ho l’impressione che la qualità sia una cosa che importa a pochi».

Nel frattempo la fantasia di chi cerca comunicazione gratis o a basso prezzo non si ferma. È infatti di dominio pubblico da diversi giorni, tra lo sdegno generale, l’avviso di una società collegata a Carpisa che ha pubblicato l’avviso per uno stage di un mese retribuito per 500 euro presso l’ufficio comunicazione e marketing in cambio di un progetto di comunicazione mirato e, udite udite, dell’acquisto una borsa Donna della collezione autunno-inverno 2017/2018. Obbligatorio allegare Curriculum Vitae e scontrino d’acquisto.

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Autore
Nato a Vercelli, giornalista scientifico, scrive di scienza e tecnologia mettendole caparbiamente in relazione ai problemi ecologici e sociali. Si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle rinnovabili, la ricerca nel settore delle energie verdi e alle problematiche legate a nucleare e alle fonti fossili. È direttore responsabile della rivista QualEnergia di Legambiente, del portale QualEnergia.it e collaboratore, per le questioni energetiche, del mensile di Legambiente La Nuova Ecologia. Ha curato, come autore, oltre cinquanta documentari di carattere scientifico su argomenti ambientali, per il canale di Rai Educational Explora la Tv delle Scienze. Collabora con svariate testate sia tecniche specializzate, sia generaliste. Recentemente ha riscoperto la propria passione per la motocicletta ed è diventato felice possessore di una favolosa Moto Guzzi Le Mans Mk III del 1983 con la quale ha "instradato", è il caso di dirlo, anche il figlio maggiore sulla via del motociclismo. A chi afferma che guida un mezzo inquinante Euro Zero, Ferraris replica che una motocicletta di oltre trent'anni ha un ottimo Lca (per una spiegazione dell'acronimo c'è Google) e un'impronta ecologica che si abbassa con il passare del tempo.
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