Quindicinale, Numero 54 - 4 ottobre 2017

I guru della libertà che ci incatena

La politica rivela tutta la sua attitudine alla sopraffazione, altro che libertà
I guru della libertà che ci incatena
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Come tedofori alle Olimpiadi, si passano il testimone gli alfieri della libertà che provengono da ogni parte del nostro mondo civile. Chi sono questi prodi, quali blasoni recano? Sotto le insegne del Partito della libertà, Geert Wilders ambisce a portare l’estrema destra razzista a vincere le elezioni in Olanda. È sotto le insegne della libertà che il Freedom Caucus, un gruppo di deputati ultraconservatori del parlamento americano, spinge per l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria faticosamente fatta approvare da Obama. Sempre sotto le insegne della libertà (di coscienza), il presidente Trump si accinge ad emanare un decreto che mira a paralizzare la protezione degli omosessuali e dei LGBTQ. Non possiamo stupircene noi, che abbiamo conosciuto la “Casa delle libertà” di Berlusconi (e soci) e vediamo oggi Salvini (e soci) aderire al gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà nel Parlamento europeo, in buona compagnia di tutti gli altri partiti di estrema destra.

Ma di che libertà parlano quelli che parlano di libertà?

Per capirlo basta identificare coloro contro i quali si ergono le loro bandiere, gli “illiberali” che vogliono combattere. Compito non difficile, perché li indicano senza pudori. I “liberali” americani ce l’hanno contro i gay e contro ogni forma di protezione degli strati marginali o deboli della società, perché la loro tutela comporta forme di protezione che si riflettono in limiti alla libertà individuale. Se io non posso rifiutarmi di vendere il pane o il giornale a una coppia gay, ecco che viene offesa la mia libertà di coscienza; la stessa che viene offesa se mi assumono come ginecologo in ospedale e poi non gradiscono che io faccia obiezione di coscienza all’aborto. E se sono costretto a condividere con un immigrato lo stesso autobus, è rispettata la mia libertà di cittadino che paga le tasse? E se corro il rischio di essere incriminato perché ho sparato al ragazzino di colore che entra nel mio giardino, non ne va di mezzo la mia libertà di non vedere invasa la mia proprietà? E tutto questo “politicamente corretto” a cui sono costretto non mi impedisce di esprimermi come voglio? E non è la medesima sopraffazione che subisco se negano la piazza davanti alla sinagoga per la commemorazione dei combattenti di Salò?
Ecco per cosa si battono i guru della libertà: per la libertà della sopraffazione, per il diritto alla prepotenza. Non è una cosa nuova, anzi è antichissima, che noi – felici europei – avevamo superato da tempo. Prima ancora della Rivoluzione francese, le popolazioni dei Paesi più avanzati si erano mosse chiedendo ai loro sovrani protezione contro lo strapotere della nobiltà e delle classi più elevate. Perché quello era il problema: nel mitico “stato di natura” l’uomo si comportava da lupo nei confronti dei suoi simili e solo un Ente superiore poteva intervenire proteggendo i più deboli. La nostra storia, quella delle nostre libertà, inizia là, con i codici penali e con i giudici, istituiti dal sovrano, che li applicano per evitare che i prepotenti ci uccidano, violentino, rapinino. E il nostro progresso ha portato ad estendere le libertà di cui ci siamo abituati a godere, sino alla più moderna libertà dal bisogno, la previdenza, l’assistenza sanitaria.

La libertà costa

Ma la libertà non è senza prezzo. Ogni centimetro guadagnato comporta un centimetro perso da parte di chi detiene qualche forma di potere, che viene compresso e ricacciato dalla tentazione di manifestarsi come prepotenza. La mia libertà dalle discriminazioni impedisce a qualcuno di compierle; la mia libertà di scegliere vincola coloro che me lo vorrebbero impedire e mi vorrebbero imporre il loro modo di pensare. Per cui ai guru della libertà bisogna chiedere: tu rivendichi più libertà, ma a spese di chi? E scopriremo che molte volte la risposta è la stessa, a spesa degli obblighi di solidarietà. La libertà dalle tasse è proprio questo che si propone, ridurre la spesa per le prestazioni che consentono a molti una vita libera e dignitosa; la libertà di vivere nella propria comunità comporta chiudere la porta agli altri, alla solidarietà di chi fugge da condizioni tremende di vita; la libertà di godere indisturbati della propria ricchezza chiude la porta ai bisogni degli altri. La solidarietà è la traduzione moderna della fraternità, la parola gridata sulle barricate della Rivoluzione francese, accanto proprio a libertà. Poi ci sarebbe anche eguaglianza, ma questa è ancora un’altra storia.
Pochi decenni fa i paladini dell’eguaglianza erano ancora in grado di fronteggiare i guru della libertà. La loro forza era il numero, cioè i voti. I ceti disagiati e non abbienti erano di molto più numerosi di coloro che detenevano la ricchezza: chi li rappresentava riusciva a far prevalere in parlamento le ragioni dei servizi sociali e della spesa pubblica su quelle di chi si opponeva al prelievo fiscale necessario a sostenerla. Attraverso la spesa pubblica era l’eguaglianza sostanziale l’obiettivo da raggiungere, una forte redistribuzione dei redditi che avrebbe dovuto avvicinare le condizioni di partenza delle persone, riducendo i privilegi dei ricchi e alleviando gli svantaggi dei non abbienti. Ma poi, caduti il Muro di Berlino e lo spauracchio che esso teneva lontano, i guru della libertà trovarono in Reagan e Thatcher i loro paladini vittoriosi. Inventarono la liberalizzazione dei mercati finanziari, così togliendo agli stati nazionali la libertà di fissare le tasse e con esse finanziare la spesa sociale. È con Reagan che le tasse degli americani più ricchi furono più che dimezzate (avevano superato il 92%!): la “liquidità” del denaro, tolte le paratie stagne delle nazioni, poteva diffondersi dove trovava le condizioni più favorevoli, cioè la tassazione più leggera. Ecco il trionfo della libertà. La libertà dei mercati finanziari, la libertà delle merci in un mercato senza confini, la libertà delle imprese di delocalizzare la produzione dove i costi erano più bassi. Quali costi? Quelli del lavoro, della protezione sociale, dell’energia, dei vincoli ambientali. I costi che nei Paesi “liberi” era ancora difficile abbattere attraverso le istituzioni democratiche, ancora sensibili al voto della gente. Ma quanto poteva la gente resistere nella difesa delle proprie conquiste in un mondo ormai reso libero di scegliere dove allocare la ricchezza necessaria a sostenerle?

La desertificazione sociale

Così nelle nostre società, abituate a godersi la prosperità e la sicurezza garantita dalla tassazione e dalle politiche sociali, è iniziato un processo di desertificazione sociale simmetrico a quello che in certe zone dell’Africa e dell’Asia era già in corso nell’ambiente geografico. Quando i capitali liquidi si ritirano da un paese, aumenta la disoccupazione, la crisi produttiva, l’attrattività degli investimenti, la capacità fiscale e lo Stato sociale. Nel frattempo, la desertificazione geografica, le carestie e le guerre mettono in moto masse di uomini e donne che cercano di approdare nei Paesi in cui la ricchezza, una ricchezza magari relativa e in crisi, ancora c’è. In una certa misura il fenomeno è visto positivamente dai guru della libertà: è gente disposta a un lavoro quasi schiavistico, per cui serve ad abbassare i livelli salariali e a rendere insopportabilmente choosy (parola di Ministro) coloro che, abituati agli standard dello Stato sociale, rifiutano di lavorare in condizioni così degradate. Finalmente il lavoro è diventato liquido e libero ma siccome la gente va ancora a votare, sempre meno per fortuna, è bene che non insista a difendere gli antichi privilegi e le condizioni sicure di un tempo, quando la libertà subiva l’egemonia dell’eguaglianza. E allora, in un mondo in cui tutto circola liberamente, soldi merci e persino fabbriche, bisogna innalzare dei muri per impedire che anche le persone circolino liberamente. Quello è il pericolo da cui bisogna difenderci, proteggere la nostra sicurezza e la nostra libertà, di cui siamo fieri e gelosi. America first!

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Autore
Insegna all'Università di Ferrara. Sui suoi manuali di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico hanno studiato universitari di tutta Italia. Sostenitore di una didattica fuori dagli schemi, convinto che il diritto vada spiegato agli studenti parlando anche di attualità, di politica e di cronaca quotidiana. Introdusse il commento del quotidiano in aula durante le sue lezioni già nei primi anni ’90. Autore anche di numerosi libri e pubblicazioni: tra i più noti, "Come si studia il diritto", ed. Il Mulino.
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