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Quindicinale, Numero 59 – 17 gennaio 2018

“Harware”, scatole e altri disastri: come le aziende si danno un tono e non si capiscono

Cambiamento è solo una parola. E il problema è tutto lì: nei termini cool che servono a dare l'idea del nuovo, ma spesso sono la scusa per non perseguirlo
“Harware”: cane davanti al computer
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“Be’, noi… lavoriamo nella meccanica di precisione, tecnologie avanzate al servizio di progettazioni particolari e specifiche. Non so… “harware”… cioè, creiamo dei supporti che poi serviranno per progettare grosse situazioni, non so, mecc… proprio… strumenti di precisione per una svolta magari futura anche della meccanica… eh, non so se mi spiego…”

(Giovanni in “Tre uomini e una gamba”)

No, non ti spieghi ma facciamo finta…

Una leggenda metropolitana sostiene che se due persone si parlano e si capiscono riusciranno quasi sempre a fare qualcosa di buono. Se un team si interfaccia invece ne uscirà quasi sempre un disastro.
Che cosa voglio dire? Appunto.

La vita aziendale è costantemente caratterizzata da parole difficili, gergo, tecnicismi, termini inglesi usati a sproposito o in eccesso, termini latini spacciati come inglesi, e tanta filosofia che spesso porta più alla confusione che alla comprensione.

La cosa buffa della vicenda è che in teoria tutti vorremmo chiarire e semplificare. Fatto sta che ogni anno, tirando le somme, è sempre la stessa storia; una storia molto complicata.

A parole? Tutti disruptive

David Friedrich Strauss ha suggerito che “si deve parlare semplicemente, ma pensare complicato”. In azienda e nel lavoro succede quasi sempre il contrario.
La maggior parte delle volte si stanno facendo e dicendo cose molto semplici, ma si tende a complicarle a dismisura.

Perché ogni tanto è meglio buttarla in zuffa? Perché qualche manuale ha detto così? Perché “harware” è maledettamente coool?

Gli studiosi stanno ancora cercando di comprendere il motivo – sono in una sessione di brain storming! – ma per il momento dobbiamo tenerci iperboli, spropositi e complicazioni.

Cambiare, è una parola…

Il problema è dato da idee (e parole) vecchie, strambe o troppo nuove, che si riciclano di azienda in azienda senza fermarsi a riflettere su opportunità e risultato.
In generale possiamo distinguerne di due tipi: le “sempreverdi”, le “cool”.

1) Frasi sempreverdi buone per ogni occasione (che non significano niente)

Siamo tutti sulla stessa barca: che è una cosa in teoria bellissima, ma lo è meno quando un tizio si sposta in Ferrari e altri 900 devono viaggiare in un treno affollato e puzzolente.
Siamo a una svolta epocale: che la prima volta ci credi, la seconda ti sforzi, la terza ha lo stesso impatto di una puntata di Don Matteo.
Questa volta è diverso: che se uno è un minimo intelligente inizia a pensare che le altre volte si è perso tempo o ti hanno preso per il c.
Il momento di fare di più con meno: con strane reminiscenze a quando i treni partivano in orario.
Scavare a fondo: che sa tanto di quando la maestra ti spiegava un concetto e ti sentivi maledettamente stupido perché non riuscivi ad arrivarci.
Non ci sono problemi, ma sfide: “No, se il nostro prezzo è due volte più alto della concorrenza e il prodotto vale la metà… è un problema, altro che sfida!”
Alzare l’asticella: “Per favore, possiamo inventarci qualcosa di diverso?”
Pensare a 360 gradi: che ha l’effetto di farti sentire ottuso e un compasso allo stesso tempo.
80/20: che è una contraddizione… altrimenti non avremmo perso tempo con tutte queste chiacchiere.
Valore aggiunto: il peggio si ha quando è declinato come “il valore aggiunto sei tu…”
Remare nella stessa direzione: che dovrebbe essere scontato… e porta stanchezza solo a pensarci. Meglio cambiare metafora.

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2) Frasi cool che sembra diano un tono e risolvano i problemi (tipo “harware”)

Facciamo brainstorming: che ti fa perdere un sacco di tempo solo a capire dove si vuole andare a parare. “Parliamone”? Non va bene?
Questo è un “cambiamento di paradigma”: “No… questo è un fallimento della comunicazione!”
Innovare: come verbo o nella forma sostantivata, indica quasi sempre un discorso vecchio.
Vision: che è anche una bella cosa, ma non sta bene con “aumentare del 30% il fatturato senza che ci siano le condizioni per farlo”
Interfacciarsi: che porta a immagini invasive e decisamente meno interessanti del “relazionarsi”.
Pingami: che rimanda a una sfera sessuale con grande rischio di incomprensioni e spese legali.
Pensare fuori dalla scatola, “out of the box”: “di quale scatola stai parlando?”
“Fallire velocemente”, pivot, lean…: concetto grandioso e condivisibile per tutti, tranne per quelli appena silurati per averci provato.
Disruptive: usato soprattutto in presenza di struttura e approccio identici dal 1964.
Ecosistema: indicata come buzzword del 2016, usata per parlare del sistema aziendale, clienti, stakeholder, mamme dei dipendenti… insomma tutto e niente.
C’è bisogno di sinergizzare i processi: “Cosa? Partiamo malissimo.”
Troviamo una slot: che se non hai voglia di lavorare ti porta a pensare a Las Vegas o qualcosa di simile…
Roi: stiamo ancora parlando di business vero?
Value oriented: ok, bene a sapersi
È nel mio/nostro radar: quando hai semplicemente chiesto se sapeva che…
“Condividi il file e ti do un feedback”: ma perché non ti giri e ne parliamo adesso?

Cosa c’è di veramente difficile: cultura e cambiamento

Le statistiche dimostrano che gergo, tecnicismi, parole di grande effetto e poca sostanza, inficiano la produttività e creano attriti all’interno e all’esterno dell’azienda. Ma più che nelle parole, come già visto, il vero problema sta nell’idea che basti una parola per cambiare.

Il cambiamento non avviene di notte e non è così lineare come si possa pensare. Di sicuro non basta qualche termine inglese o un quadro sul muro.
C’è uno splendido articolo (datato 2012!) di John Kotter (chief innovation officer di Kotter International) che parla proprio di questo.

Tutti i discorsi, le parole usate e abusate, le riunioni di sette giorni e sette notti in azienda, sono riconducibili a una sola idea: cultura, cultura aziendale.
Una parola magnifica ma di difficile comprensione, quasi più di effort!

In primo luogo nessuno definisce davvero cosa si intende per cultura.

Who-Me-meme

In secondo luogo, che è il vero problema, c’è un momento in cui al vertice dell’organizzazione, per motivi non sempre condivisi e ponderati e solitamente quando le cose iniziano a non girare, scatta l’idea di cambiare.
Quest’idea si trasforma in una lista di valori, passa in un documento di sintesi, viene edulcorata in un ulteriore documento. Qui subentrano le parole e idee strane. Infine viene impartita al resto dell’organizzazione.

Il problema è ancora in quella frase di Strauss: “Si deve parlare semplicemente, ma pensare complicato, e non vice versa!”

Oggi come mai nella storia stiamo assistendo a un fallimento della comunicazione.
Un fallimento. Espresso in inglese, con eufemismi, iperboli e termini cool, ma che non cambia lo stato delle cose.

Perché alla fine l’esito, in seguito a riunioni più o meno plenarie, è più o meno uguale.

Si finisce con gambe formicolanti nell’alzarsi e sguardi di approvazione per celare la confusione. E con un tizio a turno che dice:
“Ok qualcuno ha preso appunti? Bene. Allora scrivi tutto e puoi mandare il fax… ”

Lol 🙂

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Autore
È il tizio che parla in modo semplice di cose semplici, e crede non ci sia niente di più straordinario. Ama la virgola seguita dalla e, ama i cani, il calcio e soprattutto i suoi bambini. Il suo lavoro è tutto una storia: scrive storie per gli altri (come ghostwriter) o aiuta gli altri a raccontarle. Nel web, sui social e soprattutto su LinkedIn.
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