Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

I luoghi comuni del grande pennello

Quanto i luoghi comuni influenzano il modo di pensare e di agire, aziende incluse
I luoghi comuni del grande pennello
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Ciò che distingue l’homo sapiens da ogni altra creatura vivente è senza dubbio la sua facoltà di recepire criticamente ogni nozione ed emozione e di valutarle di volta in volta secondo un proprio metro di giudizio.

Ma il fatto che ognuno di noi si consideri assolutamente immune da preconcetti quando trancia giudizi di ogni genere dovrebbe farci riflettere sulla validità del nostro sistema di valutazione o quantomeno farci riconoscere i vari elementi che lo hanno condizionato, senza che ce ne rendessimo conto.

Spesso infatti ripetiamo senza riflettere i più banali luoghi comuni per dare consigli ad altri, gli stessi consigli che mai vorremmo sentire quando si tratta di noi stessi. Se per consolarci da una storia d’amore finita ci dicessero che “chiodo schiaccia chiodo”, facilmente il nostro primo istinto sarebbe quello di piantarglielo in fronte anche se poi in un’occasione simile saremmo quasi sicuramente i primi a liquidare il malcapitato di turno con un grande classico, ricordandogli  che “quando si chiude una porta si apre un portone”.

Ma come i luoghi comuni, piccoli o grandi che siano, influenzano il nostro modo di agire?

E quanto questo indubbio patrimonio di saggezza popolare e culturale ci aiuta nel nostro quotidiano e quanto invece limita la nostra capacità di essere curiosi, di aprirci a nuove idee e ad accettare il nuovo, frutto di quel cambiamento di cui non facciamo altro che parlare in ogni contesto sociale o professionale?

Ma soprattutto c’è da chiedersi se siano ancora attuali, se siano un valore o un limite alla nostra evoluzione personale, culturale e professionale.

In primo luogo il fatto che per molti luoghi comuni ne esista uno che afferma un assioma e l’altro che si fonda sul suo esatto contrario rischia soprattutto di confonderci invece di aiutarci: dobbiamo credere che chi fa da sé fa per tre oppure che l’unione fa la forza? Dovremmo votarci all’individualismo o allo spirito del  team working?

C’è inoltre da considerare che alcuni di questi detti non sono nemmeno più attuali: se una volta si diceva che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna oggi l’evoluzione della nostra società ci dimostra che è più corretto affermare che la grande donna è al fianco del grande uomo quando addirittura non gli è passata avanti.

Considerare il passato sempre e comunque vincente rispetto al presente può influire negativamente sul nostro modo di pensare e di vivere ma è altrettanto vero che il valore dell’esperienza e della nostra storia non deve essere disperso ma tramandato. Perché non c’è dubbio che una volta le verdure e la frutta avevano tutto un altro sapore, che ci si divertiva con niente e che senza la televisione prima e internet poi c’era più tempo per parlare ma è altrettanto vero affermare con sicumera che la scuola formava di più, che i giovani di oggi sono peggio di quelli di ieri perché vogliono tutto subito e non sanno più cos’è il sacrificio?

Se il giovane sapesse, se il vecchio potesse” è forse l’unica affermazione capace di mettere tutti d’accordo, suggerendo il connubio fra la saggezza figlia dell’esperienza e l’entusiasmo e l’energia della gioventù quale punto di perfetto equilibrio per ispirare le nostre scelte.

E nel mondo del lavoro quanto può influire sulla capacità di globalizzarsi delle aziende e quindi aprirsi alle diverse culture del mondo pensare che gli svizzeri sono precisi e i tedeschi  organizzati, che gli spagnoli sono sempre in festa e che i neri hanno il ritmo nel sangue? Proprio noi che abbiamo sofferto per i pregiudizi che resero difficile la vita dei nostri connazionali all’estero.

Forse però prima ancora di pensare alla conquista del mondo intero, la prima battaglia andrebbe combattuta in casa, all’interno dell’azienda stessa. Quante volte il luogo comune è di fatto il peggior nemico dello spirito di squadra, del pensiero laterale e di conseguenza del nuovo che non avanza. Abbiamo sempre fatto così e non ti andare a cercare il freddo per il letto costituiscono i primi freni all’innovazione di pensiero e di relazione. E le leggende metropolitane sui ruoli all’interno delle aziende contribuiscono a fare il resto, complicando ulteriormente i già difficili rapporti tra le varie funzioni. E così i commerciali hanno sempre già venduto quello che la produzione non riesce a fare, gli uffici Acquisti sotto sotto passano sempre un bel Natale e il settore Qualità vive bene perché scarica tutti i problemi sugli altri anche se saranno tutti sempre e comunque d’accordo almeno su un punto: che si fanno milioni di riunioni e non si decide mai nulla.

D’altro canto è anche vero che la nostra natura non può essere stravolta e pertanto, evitando le esagerazioni, avremo sempre e comunque bisogno dei nostri italici punti fermi. Per continuare a vivere sereni ci basterà addormentarci ogni sera con le nostre poche ma fondamentali certezze: che di mamma ce n’è una sola, che Venezia è bella ma non ci vivremmo, che il libro è sempre più bello del film e che l’altra coda è sempre più veloce della nostra.

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Autore
Torinese, classe ‘68, laureato in giurisprudenza, è Managing Partner di Risorsa Uomo. Dal 2012 al 2017 è stato Global HR Director del Gruppo Landi Renzo. Il suo percorso professionale in ambito HR inizia in IVECO come responsabile sindacale dei plant torinesi. Negli anni successivi, dopo una esperienza di due anni in area sviluppo Iveco worldwide, ricopre il ruolo di HR manager in stabilimenti strategici in Italia ed all’estero. Nel 2010 entra in Comau dapprima come HR Business Partner e, in seguito, in qualità di global HR Industrial Operations. L'amore per l'arte e il teatro non lo ha mai abbandonato e, oltre ad una commedia, nel 2012 ha pubblicato “E’ tutto oro che cola”, il suo primo libro legato ad un progetto benefico.
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